Checkpoint Pasta: quel giorno di luglio, fuoco e sangue a Mogadiscio

Alcuni nomi ai più diranno forse poco, ai più vecchi evocheranno ricordi offuscati da anni di dimenticanze (più o meno colpevoli) di istituzioni e media: generale Aidid, Mogadiscio, Pastificio, Folgore, 2 luglio…Il generale Aidid è un comandante somalo che, agli inizi degli anni Novanta e in una Somalia devastata dalla guerra civilesi contrappone all’autorità del presidente Ali Mahadi. Generale sì, seppure Aidid sia soprattutto un “signore della guerra”, figura piuttosto diffusa nell’Africa devastata da conflitti interni nella seconda metà del XX Secolo.

Nel 1992 il mondo ha appena chiuso il capitolo Guerra Fredda, terminata ufficialmente da un anno, quel 26 dicembre 1991 quando la bandiera rossa è ammainata dalle torri del Cremlino. L’Occidente ha vinto, ma gli assetti globali vanno rapidamente in crisi: Balcani sconvolti dalla guerra civile, intervento internazionale in difesa del Kuwait invaso dagli iracheni, il fronte anti-sovietico afgano che si frantuma e paese nel caos. Inoltre l’intera Europa orientale è in ginocchio: proprio in quegli anni inizia la massiccia migrazione a ovest di migliaia di figli diseredati del socialismo reale…

Il Corno d’Africa non è immune dagli sconvolgimenti geopolitici. La Somalia, in particolare, versa in una situazione davvero difficile. Unico caso nella vicenda del colonialismo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale la transizione democratica della Somalia è affidata all’Italia (ex dominatore) su mandato Nazioni Unite.  AFIS: Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia, prima missione internazionale della Repubblica Italiana (tolto l’impiego di reparti della Guardia di Finanza in Eritrea) che, dal 1950, si protrae fino al 1° luglio 1960.

La reggenza del presidente Ali Shermarke dura fino al ’69 quando un golpe guidato dal generale Siad Barre instaura un regime dittatoriale. Fra il ’77 e il ’79 l’esercito somalo combatte la vicina Etiopia nel conflitto dell’Ogaden, che si concluderà con la vittoria di Addis Abeba e con forti tensioni in Somalia, che sfociano in aperta guerriglia.  Il regime è abbattuto nel 1991: a Barre succede Ali Mahdi Mohamed. Il nuovo governo però non riesce a riportare la calma né a contrastare i signori della guerra che si contendono il potere sul paese su tutti il generale Aidid.  Ad aggravare il quadro, poi, la secessione del Somaliland (ex Somalia britannica). A metà dell’anno la nazione africana scivola nella guerra civile.

Dopo 33 anni Roma è di nuovo chiamata ad intervenire, ancora sotto cappello ONU, per garantire supporto ad una popolazione provata da fame e crudeltà. Non a caso la Missione è internazionalmente nota come “Restor Hope”.  I primi ad arrivare sono gli americani il 4 dicembre 1992; nello stesso mese li raggiungono gli italiani insieme ai militari di Belgio, Pakistan, Malesia, India, Emirati Arabi Uniti, Australia, Nigeria.  Il contingente ITALFOR-IBIS (800 uomini) è il più numeroso dopo gli USA e, nell’intero periodo di servizio, svolge attività in un settore largo 360 km e lungo 150. Un lavoro enorme svolto, a terra, dai parà del 186° Folgore, dai carristi del 132° Reggimento e dai Lancieri di Montebello.  La Missione può inoltre contare sul significativo del 9° Battaglione (poi Reggimento) d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin” e su una squadra navale della Marina Militare che conta 400 marò della Fanteria di Marina.

Checkpoint Pasta: la drammatica battaglia del “pastificio” e i suoi caduti

La lapide dedicata ai caduti in Somalia

Il 2 luglio 1993 paracadutisti e lancieri svolgono attività di rastrellamento armi in un quartiere a nord di Mogadiscio, lungo la via Imperiale nella quale si alternano sei check point: Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro, Pasta. L’ultimo è noto anche come “pastificio”, per via delle rovine di un ex stabilimento Barilla.  L’azione va a buon fine ma, al momento del disimpegno, si scatena l’inferno. I “Camillini” dei lancieri sono attaccati da razzi anticarro; segue una violenta sparatoria che mette in seria difficoltà gli italiani perché chiusi in un quartiere, fra civili inermi usati come scudo dagli assalitori.  Lo scontro avviene nel raggio di 700 metri all’altezza del “pastificio”. Restano sul terreno tre italiani, il primo è il paracadutista Pasquale Baccaro. Due i feriti, dei quali uno grave.  Giunge in soccorso una colonna di blindo “Centauro”, ruotati con cannone da 105 mm impossibilitati però a sparare per evitare vittime innocenti.  Niente cannoni, quindi, solo armi leggere e di squadra per proteggere i commilitoni assediati. Proprio in questa fase perde la vita un secondo militare, il sergente del 9° Col Moschin Stefano Paolicchi.  Gli ultimi ad essere colpiti dal fuoco somalo sono due sottotenenti: Gianfranco Paglia della Folgore, ferito gravemente alla schiena e il sottotenente dei Lancieri di Montebello Andrea Millevoi colpito e ucciso a bordo del mezzo mentre coordina l’evacuazione. Il bilancio è di tre caduti in servizio e 36 feriti, alcuni dei quali gravi.

Non sono tuttavia gli unici italiani a morire nel Corno d’Africa: ad agosto cade il paracadutista Gionata Mancinelli, un mese dopo i parà Righetti e Visioli. A ottobre e novembre due sottufficiali, Roberto Cuomo e Vincenzo Li Causi, muoiono il primo per malaria il secondo in una imboscata. A dicembre Sorella Cristina Luinetti delle infermiere volontarie è assassinata in un ospedale da campo a Mogadiscio, mentre Tommaso Carrozza dei Lupi di Toscana perde la vita in un incidente fra la capitale e Balad. Due mesi dopo, Balad è teatro di un’imboscata nel quale è colpito a morte Giulio Ruzzi del 66esimo Fanteria.

Nel 2001 si spegne l’ultimo della Somalia, il bersagliere Alessandro Giardina, paraplegico per una ferita d’arma da fuoco provocata, accidentalmente, da un commilitone e morto dopo una lunga degenza.  All’appello mancano anche Giovanni Strambelli (parà morto nel maggio 1993) e due civili, i giornalisti RAI Ilaria Alpi e Miran Hrovatin entrambi assassinati al porto di Mogadiscio. I loro nomi, insieme ai precedenti, sono incisi sulla lapide commemorativa della Caserma “Vannucci” di Livorno.

La lista dei caduti è in verità più lunga perché in quello stesso periodo (e subito dopo) altri italiani erano impegnati in missioni umanitarie, in Africa e non. Il 30 giugno 2019, ad esempio, Terni ha ricordato il concittadino Marco Di Sarra, incursore del 9° “Col Moschin” deceduto per una malattia contratta in terra ruandese nel ’94.

Marco Petrelli

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. E' autore e responsabile di conoscerelastoria.it Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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