Dicembre 1979. La lunga guerra sovietica in Afghanistan

Mezz’ora di raid per 40 anni di guerra. La campagna sovietica in Afghanistan cominciava  41 anni fa e, negli intenti di Mosca, sarebbe dovuta essere un colpo di mano per mettere fuori gioco un alleato diventato sin troppo ingombrante. 

E invece tutto andò diversamente, con ripercussioni che si avvertono ancora oggi…

Il legame fra Afghanistan e Urss risale agli Anni 20 del Secolo scorso, rafforzatosi nel secondo dopoguerra con accordi commerciali e diplomatici.  

Fra il 1964 e il 1978 tre golpe destabilizzano l’Afghanistan l’ultimo, dei quali, noto come “Rivoluzione di Saur”, vede salire al potere il PDPA (Partito Democratico Popolare di Afghanistan di ispirazione sovietica). Ne nasce la Repubblica Democratica di Afghanistan presieduta da Nur Mohammad Taraki, il quale sarà rovesciato l’anno dopo da un quarto colpo di stato, ordito dal rivale Hafizullah Amin. 

L’Urss di Leonid Breshnev segue con apprensione le vicende afgane, poiché gli investimenti russi nel paese sono cospicui. Inoltre i tentativi di modernizzazione adottati dal PDPA hanno provocato una frattura con le aree rurali, nelle quali l’autorità dei clan è superiore a quella del governo di Kabul e l’opposizione tribale ha alimentato un duro conflitto intestino. 

A dicembre la situazione precipita. Mosca decide un intervento diretto. Inizia l’Operazione Štorm 333: le forze speciali Spezgruppa “Alfa” e Spezgruppa “V” del KGB assaltano il palazzo presidenziale di Kabul, liquidando il presidente e l’intero suo gabinetto. Il raid dura 30 minuti; ne seguirà una guerra lunga 10 anni. 

Conquistata Kabul e occupati tutti i ministeri, i sovietici pongono a capo dello stato dapprima Karmal (capo dell’ala moderata del PDPA), seguito nel 1986 da Mohammad Najibullah, perché più vicino alle posizioni russe. L’esercito locale è addestrato, armato ed equipaggiato per sostenere la guerra ad un fronte anti-sovietico che, sin dai primi anni dell’invasione, ha mostrato di essere una spina nel fianco delle autorità locali e dei sovietici. 

Per stroncare la resistenza nemica si ricorre a spietate tecniche di “contro-banda”: uso di napalm, aggressivi chimici, abbattimento del bestiame, avvelenamento delle scorte d’acqua, mine antiuomo destinate ai più piccoli (le micidiali PFM-1 “Pappagalli verdi”), deportazione ed esecuzione di civili. Sono 5 milioni i profughi ammassati nei campi di accoglienza pakistani, circa 3 milioni quelli interni. 

 

 

 

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(Immagine di sfondo: un elicottero da combattimento sovietico Mil Mi 24 in azione in Afghanistan. Fonte: https://www.theatlantic.com/photo/2014/08/the-soviet-war-in-afghanistan-1979-1989/100786/)

 

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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