Domenico Vecchioni racconta Bruto, traditore o difensore della Repubblica?

Marco Giunio Bruto apparteneva a una delle famiglie più illustri di Roma. Un suo antenato aveva spodestato l’ultimo re etrusco, Tarquinio il Superbo, e aveva fondato la Repubblica (509 a.c.).

Una famiglia che nel corso dei secoli aveva costantemente coltivato la tradizione repubblicana, di cui Bruto si considerava in qualche modo l’erede e il depositario.

Nato nell’85 a.c., era il figlio di Servilia Cepione, nobildonna romana, e di un tribuno della plebe, Marco Giunio Bruto, detto il vecchio.

Servilia ebbe una lunga relazione sentimentale con Giulio Cesare che, secondo molti, sarebbe stato il padre naturale di Bruto junior. Il che tuttavia appare altamente improbabile, visto che Cesare, nato nel 100 a.c., al momento della nascita di Bruto aveva solo 15 anni!

Né si hanno notizie certe sulla circostanza, pure spesso adombrata, che Bruto sarebbe stato adottato da Cesare.

La celeberrima frase attribuita all’autore del De Bello Gallico al momento del suo assassinio indirizzata a Bruto (“Tu quoque, Brute, fili mi” – anche tu, Bruto, figlio mio-), deve essere quindi intesa in senso più ampio, non rivolta cioè a un figlio, ma piuttosto a una persona più giovane, a cui Cesare era particolarmente affezionato, che trattava con sentimento filiale e verso cui si era mostrato sempre benevolo e comprensivo, probabilmente perché figlio di una donna che aveva amato e alla quale era rimasto molto legato.  

Quando Cesare, dopo aver passato il Rubicone, scacciò da Roma Gneo Pompeo Magno, diventato suo acerrimo nemico dopo essere stato suo alleato, Bruto, inflessibile difensore della legalità repubblicana, incorruttibile e intollerante, decise di seguire in Oriente il rivale di Cesare.

Nel 48 a.c. si svolse a Farsàlo (Grecia) lo scontro finale tra i due ex alleati, scontro che segnò il trionfo di Cesare. Bruto allora, rendendosi conto di avere fatto la scelta sbagliata, scrisse al generale romano, sperando di non essere giustiziato.

Questi, magnanimo e sempre ben disposto verso il figlio di Servilia, lo graziò e lo invitò a raggiungerlo a Roma dove avrebbero avuto modo di riconciliarsi.  

Tutto bene quindi tra i due? Solo all’apparenza. Sotto le ceneri della crescente influenza politica di Cesare, che mirava a consolidare il suo potere a vita, covava il fuoco dei conservatori che volevano impedire derive autoritarie e prevenire tentazioni imperiali. 

In effetti già dal 46 a.c. Cesare era stato nominato dictator (figura prevista dalle istituzioni repubblicane, ma per brevi periodi e in situazioni d’emergenza) per ben dieci anni, il Senato gli aveva quindi concesso di indossare il vestito del trionfatore e la corona di lauro.

Insomma il dubbio che Cesare aspirasse a diventare monarca per unificare l’Oriente e l’Occidente nel segno di Roma, era abbastanza legittimo. Bruto era animato da sentimenti misti.

Si rendeva conto che la strada intrapresa da Cesare avrebbe prodotto l’affossamento della Repubblica, l’istituzione fondata come sappiamo da un suo avo e da lui strenuamente difesa.

Tuttavia non poteva dimenticare la riconoscenza che doveva al suo benefattore: la vita salva dopo la sconfitta di Farsàlo, i posti importanti di cui era stato assegnatario nella pubblica amministrazione, le notevoli ricchezze che aveva potuto accumulare, le porte che gli si erano facilmente aperte proprio nel nome del suo illustre protettore ecc.

Alla fine tuttavia prevalse su tutto il sentimento che la Repubblica andasse salvata ad ogni costo, Roma non doveva diventare una monarchia assoluta.

Bruto insomma aveva maturato questa convinzione: Cesare andava eliminato! Doveva morire per il bene della Repubblica!

Suo principale complice fu Cassio, l’ultimo generale pompeiano graziato proprio da Cesare dopo Farsàlo, diventato nel frattempo senatore e importante uomo politico.

Anche la moglie Porzia incoraggiò Bruto a passare all’azione: era arrivato il momento di vendicare il padre, Catone, che si era suicidato per colpa di Cesare. 

Bruto tuttavia, nonostante la decisione presa e gli incoraggiamenti ricevute da più parti, era ancora scosso da sentimenti contradditori: aveva servito Pompeo, che gli aveva ucciso il padre e stava per uccidere Cesare, che gli aveva salvato la vita …

Nonostante questi dubbi subito repressi, Bruto era sicuro, sbagliando clamorosamente, che il popolo lo avrebbe seguito.

Il 15 marzo del 44 a.c. (“le idi di marzo”) Cesare doveva assistere a una seduta del Senato, dove avrebbe chiesto l’autorizzazione a farsi incornare re in Oriente, dopo l’immancabile vittoria nella campagna militare che si apprestava a guidare in quei lontani territori. 

Cesare per la verità fu avvertito dai suoi servizi di sicurezza che un complotto si tramava contro di lui. Calpurnia, sua moglie, aveva fatto dal canto suo tragici sogni premonitori e aveva messo il marito sul chi vive.

Ma Cesare si sentiva sicuro di sé, considerava i senatori troppo vili per rivoltarsi contro di lui. Tanto sicuro che decise di recarsi al Senato senza scorta! Errore fatale. 

Appena entrato nella Curia di Pompeo (sede del Senato in quegli anni), che si trovava nell’attuale sito archeologico di largo di Torre Argentina, fu vilmente aggredito da un nugolo di Senatori che l’immobilizzarono e cominciarono a sferrare colpi di pugnale all’impazzata, con isterica violenza, quasi increduli di ciò che stavano facendo: stavano assassinando l’uomo più potente di Roma! 

 Il 17 marzo Cicerone, accanito nemico di Cesare, fece votare al Senato l’abolizione  della dittatura.

Bruto e Cassio tuttavia non seppero gestire politicamente lo sconcerto e l’emozione suscitati nel popolo da un’azione tanto efferata. Seppero invece meglio gestire la situazione i seguaci di Cesare.

Antonio in particolare annunciò pubblicamente che i cento milioni di sesterzi prelevati dalle casse di Cesare sarebbero stati distribuiti, come da suo volere, in parte ai senatori e in parte alla plebe. Così il giorno del funerale Antonio arringò la folla per smontare le accuse di Bruto nei confronti di Cesare.

Nobili romani! Amici, concittadini romani”, secondo il celebre monologo immaginato da Shakespeare, “Sono venuto a seppellire Cesare, non a farne l’elogio. Il male che un uomo fa gli sopravvive, il bene, spesso, resta sepolto con le sue ossa. E cosi sia di Cesare.”….Fu mio amico, leale e giusto con me. Ma Bruto dice che era ambizioso… e Bruto è uomo d’onore”.

Tutta un’orazione per dimostrare che Bruto precisamente non era un uomo d’onore perché aveva mentito su Cesare e le sue ambizioni.

A quel momento scatta un movimento di massa tesa ad abbattere i “tirannicidi”, considerati piuttosto dei “parricidi” perché avevano assassinato il Padre della patria.

Minacciati di morte, Bruto e Cassio, che non avevano impostato un preciso programma d’azione  politica dopo l’uccisione di Cesare, furono costretti a fuggire da Roma il 12 aprile del 44 a.c. a furor di popolo. Cercarono allora in tutti i modi di fomentare la divisione del campo avverso diretto da Ottaviano e Antonio.

Ma quando questi ultimi finalmente si accordarono e formarono il triumvirato con Lepido, per gli assassini di Cesare non ci fu più scampo. Antonio, dopo aver fatto condannare e uccidere Cicerone, si diresse a Filippi (Macedonia) dove affrontò le legioni che Bruto e Cassio erano riusciti a raccogliere, sbaragliandole.

I due assassini di Cesare finirono per suicidarsi per evitare di essere giustiziati dal loro acerrimo nemico. 

Il tradimento non aveva prodotto alcuno dei frutti sperati. Anzi, paradossalmente aveva accelerato l’avvento dell’impero. Il 27 a.c. in effetti il figlio adottivo di Cesare, suo erede designato, ottenne il titolo di principe, diventando Augusto.

Nasceva l’impero romano che avrebbe governato il mondo per i cinque secoli successivi, fino al 476 d.c.

Bruto voleva difendere la Repubblica, ma con quel gesto criminale, frutto del suo tradimento sul piano personale e politico, ne aveva inconsapevolmente decretato la fine.

__________________

I grandi traditori della Storia di Domenico Vecchioni (Mazzanti Libri, 2021)

_____________

(Immagine di sfondo: La morte di Cesare di Vincenzo Camuccini (Napoli, Museo di Capodimonte).  Fonte: Wiki

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

Articolo Precedente

PMAL (ex Fabbrica d’Armi) di Terni: un viaggio nella storia delle armi

Articolo successivo

Nerone, i protomartiri e saraceni: Saint Tropez, un’altra storia