Droghe in guerra: stupefacenti ed alcool nei conflitti contemporanei

Nel 1964 Johnny Cash scriveva una ballata fra le più celebri del suo repertorio, The Ballad of Ira Hayes, dedicata all’indiano ubriacone eroe di Iwo Jima. 

Originario della tribù indiana dei Pym dell’Arizona, Hayes aveva combattuto nel Pacifico con i Marines e partecipato alla battaglia di Iwo Jima, al termine della quale issò con altri Marines e militari americani la bandiera a Stelle e Strisce, gesto reso celebre dal fotografo Joe Rosenthal, che li immortala il 23 febbraio 1945. 

Un simbolo di vittoria Ira Hayes, che però si portava dentro l’orrore della guerra dal quale non riusciva proprio a liberarsi.

Dipendente dall’alcol, arrestato diverse volte per ubriachezza molesta, muore nel suo stesso conato nel 1955 all’età di 32 anni. 

Benché all’inizio nessuno si fosse accorto di cosa fosse scattato nella mente dell’eroe di guerra per ridursi e per morire in una simile condizione, presto la scienza medica iniziò a parlare di “Disturbo da stress post-traumatico” (PTSD) mentre Cash, con la sua ballata, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla figura del reduce solo, tormentato dai ricordi ed esposto ai rischi dell’abbandono, dipendenze in testa. 

Nel 1969 il Presidente Richard Nixon dichiarò guerra aperta alle droghe, considerate nemico pubblico n. 1 dell’America e non solo in casa. Il Vietnam restava, infatti, un contesto nel quale l’abuso di stupefacenti era molto diffuso e la possibilità di entrare in contatto e di diventare dipendenti da sostanze psicotrope piuttosto alta. 

Nel 1973, nel corso di una visita durata 10 giorni, i Rappresentanti del Congresso Robert H. Steel (Repubblicano del Connecticut) e Morgan F. Murphy (Democratico dell’Illinois) stilarono un rapporto sul consumo di droghe in Indocina, riportando un dato allarmante: circa il 10% delle truppe impegnate nel sud-est asiatico era dipendente da eroina. Studi seguenti hanno elevato la percentuale al 34%: considerando che nel ’71 i soldati USA in Vietnam erano 140 mila, il conto è presto fatto. 

Il consumo di alcol e stupefacenti fu inoltre confermato dagli stessi soldati.

La birra e i liquori, ad esempio, erano usati come “premio” così da spronare e da migliorare il rendimento della truppa.

Oltre alle due birre concesse dall’esercito infatti i più “meritevoli” potevano ricevere razioni extra e whiskey (non previste dal regolamento ma elargite da alcuni ufficiali), prodotti in apparenza innocui ma, se consumati in grandi quantità, potevano e possono causare danni all’organismo e alla mente. 

In effetti gli alcolici erano un’ evasione per soldati sottoposti alla fatica delle marce in un territorio ostile, nel quale umidità e caldo soffocante devastavano il fisico. 

Una bevuta, dunque, poteva coincidere con un momento di pausa, di tranquillità. Stessa cosa dicasi per la benzedrina (amfetamina che fino agli Anni Sessanta era presente nelle razioni militari) e per la marijuana, molto facile da trovare in città come Saigon e Hué e a prezzi “popolari”.

Gli effetti lenitivi del thc erano un’evasione ancora più estesa rispetto ai liquori, con l’effetto di rilassare la mente e con quello meno piacevole di creare una forma di dipendenza che durava anche dopo il ritorno a casa.

Qui si poteva scivolare in una tossicodipendenza ancora più profonda o affogare i pensieri e gli incubi della guerra negli calcoli e nel fumo degli spinelli. Se non peggio…

Peggio come l’eroina, piuttosto facile da trovare e da usare allora e ai giorni nostri: il profondo senso di relax che induce nell’organismo ne faceva “strumento” efficace per abbattere paura e fatica, seppure al prezzo della devastazione del corpo e della mente.

In Afghanistan, l’eroina da strumento diventa arma impiegata con successo dai mujaheddin contro le forze di invasione sovietiche: distribuita fra la truppa creava “schiavi” della sostanza, pronti a tutto pur di ottenerne un po’, anche a cedere informazioni preziose.

L’Unione Sovietica non fu immune al fenomeno dei reduci traumatizzati, alcolizzati e drogati: già a fine anni Ottanta, in pieno periodo, Glasnost’ , il problema del disturbo post traumatico e delle tossicodipendenze non era più facilmente occultabile a media ed opinione pubblica, russa ed internazionale. 

Dalla giungla vietnamita e dalle brulle terre afghane emerge dunque lo stesso problema: il PTSD che, in molti casi, si intreccia a gravi forme di dipendenza iniziate mentre ancora si combatteva. Un allarme sociale e sanitario che mette USA e Russia in stato d’allarme…

La fine della Guerra fredda nel 1991 trasformò profondamente gli eserciti occidentali e, già da Desert Storm, alcol e sigarette sparirono dalle razioni dell’US Army.

In Russia fu diverso: l’arricchimento facile di alcuni, la grande povertà di altri causata, anche, dal collasso del sistema d’assistenza statale provocò l’acuirsi di fenomeni d’alcolismo tanto fra i civili quanto fra i militari.

Nella prima guerra cecena (1994-1996), ad esempio, l’esercito di leva russo fu sopraffatto tanto dal nemico in armi quanto dall’indisciplina causata dall’abuso di vodka. 

In Irak i soldati americani erano invece attentamente controllati dai medici dell’US Army e delle altre forze armate: scrupolose visite periodiche indagavano la tendenza del soggetto ad assumere droghe, con conseguenze anche gravi che andavano dal rimpatrio al tribunale militare. 

La tolleranza mostrata in Corea e Vietnam verso sostanze nocive per la salute era ormai un lontano ricordo, ma paura, fatica e stress continuavano ad essere nemici del soldato. Come porvi rimedio?

La farmacologia aveva sviluppato farmaci tali da stimolare i sensi senza creare i danni che benzedrina e altre amfetamine avevano provocato nei reduci della Seconda Guerra Mondiale e della Corea.

Pillole come la dexedrina destinata, ad esempio, al personale navigante costretto a trascorrere diverse ore in volo. 

Malgrado si tratti solo di uno stimolante, la dexedrina ha occupato spazio sulla cronaca internazionale per le potenziali contro-indicazioni, specie dopo il grave incidente che coinvolse militari americani e canadesi a Tarnak Farm nel 2002. 

Qui un reparto canadese in esercitazione fu intercettato da un velivolo della US Army Air Force e il fuoco delle sue armi confuso con contraerea talebana. 

Il pilota prese l’iniziativa e attaccò uccidendo 4 soldati del Royal Canadian Army e causandone il ferimento di 8. Nel corso delle indagini che seguirono, emerse che l’equipaggio era in volo da oltre 10 ore e che aveva assunto dexedrina. 

Non è mai stato chiaro quanto la dexedrina avesse influenzato sulla scelta del comandante di aprire il fuoco, tuttavia la scienza era già allora all’opera per trovare nuovi prodotti, magari più soft negli effetti ma altrettanto efficaci contro la stanchezza e a vantaggio della concentrazione. Fra questi il Medofinil che, stando all’Agenzia Europea per i Medicinali, è diventato legale per la prima volta in Francia nel 1992, per poi essere diffuso in molti paesi dell’Unione, Italia compresa dove ad oggi sarebbe vendibile come “Provigil” e “Medofinil Teval”. 

Negli anni gli USA hanno imparato a dividere questi farmaci in due categorie: le no-go-pills (come il Temazepan, lo Zaleplan, lo Zolpidem) destinate a ridurre ansia e a favorire il riposo nel medio-breve termine (4-6 ore) e le go-pills (Medofinil) che hanno l’effetto contrario. Per quanto somministrati da equipe mediche e nonostante siano classificati come medicinali, hanno i loro effetti collaterali specie se l’uso è prolungato: il Temazepam, ad esempio, può generare cefalea, sonnolenza durante il giorno, confusione, vertigini, casi di insufficienza respiratoria fino all’apnea notturna, sintomo quest’ultimo sovente riscontrato negli ex combattenti tornati alla vita civile.

Mentre non si hanno dati relativi all’uso di simili “pills” in Russia (paese restio a rilasciare informazioni sulle proprie politiche interne), informazioni più chiare e dettagliate riguardano il ricorso a medicinali/droghe potenti fra i combattenti del Daesh, in particolare Fenethylline e Captagon che sono stati trovati in depositi catturati o requisiti a miliziani dell’Isis presi prigionieri.

Pasticche che sono state prodotte in Siria in laboratori clandestini e poi smerciati, tanto fra i guerriglieri per migliorarne le prestazioni in combattimento, quanto per fare cassa: nel novembre 2015 l’Agenzia France Press riportava il sequestro di 11 milioni di pillole prodotte dall’Isis da parte della autorità turche e destinate, con ogni probabilità, al mercato interno della Turchia. 

Malgrado l’Islam proibisca il consumo di stupefacenti, infatti, nei suoi cinque anni di vita il Califfato è ricorso a produzione e vendita di droga come forma di auto-finanziamento.

Un problema di non poco conto considerato che il sedicente stato islamico puntava (e punta anche ora) per il reclutamento, sulle fasce più giovani (e spesso più emarginate) della popolazione, comprandone la fedeltà a suon di propaganda, occasioni di guadagno facile, opportunità di riscatto e… droga. 

Resta da rispondere a due domande cruciali: alla luce di quanto scritto si può parlare di nuove dipendenze da farmaci per i soldati? E possono essere davvero legate al PTSD che coglie i reduci?

Per l’Isis sicuramente sì, poiché le sostanze citate sono droghe nel vero senso della parole e l’eventuale ritorno dei guerriglieri recherà con sé problemi di intossicazione e di dipendenza per i paesi d’origine.

Nel caso di Ira Hayes e dei veterani di Corea, Vietnam, Iraq ed Afghanistan la considerazione è parziale: in passato la società civile non è stata sempre capace di dare un’opportunità di reinserimento, né di restituire al veterano la possibilità di superare preoccupazioni e ansie.

A questo si aggiungevano le controindicazioni dell’assunzione prolungata di farmaci (o droghe, come la succitata benzedrina) e, in alcuni casi, il ricorso alla bottiglia come forma di “distrazione” che hanno aggravato sensibilmente il processo di ritorno al quotidiano.

Quanto al PTSD sì, può realmente portare a forme di dipendenza più o meno gravi come risposta a stati d’ansia, preoccupazione, mancanza di sonno.

Ma il “può” è d’obbligo perché un militare affetto da disturbo da stress post traumatico non è sempre un alcolizzato o un tossicodipendente, né Medofinil e dexedrina sono impiegati da tutti i reparti né in tutti gli eserciti.

Nell’Alleanza Atlantica, ad esempio,  eventuali terapie farmacologiche vanno subito comunicate così da avere sempre un quadro completo sulla condizione psico-fisica del personale; il consumo di alcol nelle basi è inoltre sottoposto a severe restrizioni (consentito solo in determinati orari e nei limiti della responsabilità).

Va infine ricordato che negli Stati Uniti e in altri paesi il ricorso all’automedicazione e la grande disponibilità di farmaci da banco permettono l’acquisto, talvolta senza ricetta, di sonniferi, anti-depressivi, stimolanti anche fra i civili esposti, così, al rischio di intossicazione e di dipendenza… a casa propria.

Fenomeno che, suo malgrado, non ha nulla di illegale: è semplicemente il costume di un popolo che ricorre a qualunque ritrovato legale la scienza medica metta a disposizione, convinto  forse del fatto che “legale” significhi innocuo per la salute. 

Relativamente alla guerra, invece, il consumo delle droghe tradizionali (specie nei paesi in via di sviluppo o nelle organizzazioni terroristiche) e l’abuso di alcol resterà un fenomeno costante, le cui conseguenze si abbatteranno sulle società che dovranno poi reintegrare combattenti la cui percezione della realtà e dello spazio è ormai inevitabilmente alterata da anni di assunzione di psicotropi. 

 

 

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(Il servizio, a cura dell’Autore, è stato pubblicato sul n. 109 di BBC History)

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(Fonte immagine: https://www.thevintagenews.com/2018/10/26/drugs-in-vietnam/)

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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