Feng Shang Ho, il diplomatico cinese che salvò migliaia di ebrei austriaci

Ho Feng Shan (1901-1997)

Nel 1997 morì a San Francisco, alla veneranda età di 96 anni, Feng Shan Ho.

Di lui si conosceva molto poco. Si sapeva solo che era stato un diplomatico cinese, Console generale a Vienna negli anni drammatici dell’Anschluss e dell’inizio della guerra mondiale, dal 1937 al 1940. Niente di più.

Nessun giornale, in effetti, riportò la notizia della sua morte. Eppure si trattava di un personaggio fuori del comune e le sue singolari vicende sarebbero finite senza dubbio nel dimenticatoio della Storia, se sua figlia, Manli Ho, giornalista al Boston Globe, non avesse deciso di raccontarla e di farla conoscere a un ampio pubblico.

Questa la sua storia. 

Nato il 10 settembre 1901 nel borgo rurale di Yiyang, nella provincia di Hunan, Feng-Shang Ho rimase orfano del padre a soli sette anni e fu preso in carico da una missione della chiesa luterana norvegese.

Allievo volenteroso, assiduo e brillante, entrò nell’ Università Yali, gestita dall’Associazione Yale-in-China, a Chagsha, la capitale di Hunan.

Dopo la laurea in relazioni internazionali si recò in Europa, visitò diversi paesi, ma fu particolarmente attratto dalla Germania, dove conseguì un dottorato in economia internazionale.

Tornato in patria, intraprese la carriera diplomatica nella Cina nazionalista. In ragione della sua esperienza tedesca e dell’eccellente dominio della lingua, nel 1937 fu destinato all’ambascita di Cina in Austria, in qualità di Primo Segretario.

Appena un anno dopo dal suo arrivo, il paese fu annesso dal Terzo Reich. Con l’Anschluss di conseguenza una delle più numerose comunità ebraiche d’Europa (circa 185.000 unità, di cui 120.000 residenti a Vienna,) si ritrovò intrappolata nelle maglie di un regime ferocemente e dichiaratamente antisemita.

La situazione per loro cambiò di colpo e divenne drammatica. I nazisti non perdevano tempo. Dopo appena un mese dall’ingresso delle truppe tedesche nel paese, cominciarono le deportazioni verso i campi di sterminio di Buchenwald e Dachau.

Fu presto evidente che la sola prospettiva di salvezza era la fuga all’estero.

E la sola speranza di poterla realizzare era nelle mani di un giovane diplomatico cinese, che aveva dimostrato di avere a cuore la sorte degli ebrei. Ho, con l’avvento dell’Anschluss, era diventato Console generale di Cina, la cui ambasciata, come tutte le altre, si era rapidamente trasferita a Berlino, la capitale dell’”impero” nazista.

Il diplomatico quindi godeva di piena autonomia nell’esercizio delle sue funzioni consolari, in particolare nella concessione di visti… 

A differenza degli altri diplomatici en poste a Vienna, Ho non esitò a emettere visti d’ingresso in favore di famiglie ebree.

Indirizzava i suoi protetti verso Shanghai, città occupata dai giapponesi, ma di cui una parte era rimasta sotto il controllo della Cina nazionalista.

Aveva preso quella difficile decisione come sappiamo per ragioni eminentemente umanitarie e anche per odio nei confronti nei nazisti di cui rigettava con forza la folle politica razzista.

Dal suo arrivo Ho si era mosso molto bene negli ambienti della società civile viennese e godeva di una vasta cerchia di amicizie, soprattutto tra intellettuali e artisti, molti dei quali erano ebrei. 

Shanghai Jewish Refugees Museum and Ohel Moishe Synagogue in China. (Fonte: Wiki)

La sua iniziativa peraltro veniva portata avanti in mezzo a mille difficoltà.

Nessun altro paese rilasciava visti a ebrei.

Ho lavorava quindi in perfetta solitudine e contro le direttive del suo stesso ambasciatore a Berlino, Chen Jia, il quale invece teneva moltissimo a mantenere buoni rapporti col regime nazista.

Ho si vide persino arrivare da Berlino un ordine formale da parte del suo ambasciatore che gli intimava di smettere di concedere visti. Ma il giovane Console, per niente impressionato, gli rispose che aveva ricevuto dal Ministero direttive di seguire una politica “liberale” circa la concessione dei visti. Avrebbe quindi continuato.

Non curandosi dei possibili effetti negativi sullo sviluppo della sua carriera (disobbediva pur sempre al suo Ambasciatore) e dei rischi – reali – che correva potendo essere in ogni momento, lui o membri della sua famiglia, destinatari delle rappresaglie di estremisti nazisti, cui dava molto fastidio la sua opera umanitaria.

Molte delle persone salvate da Ho riuscivano a raggiungere Shanghai via mare, partendo da porti italiani o in aereo dall’Unione Sovietica.

Altre invece utilizzavano il visto cinese per fuggire poi in altri paesi  come la Palestina, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e persino Cuba.

Persone che avevano vagato invano per mesi tra i consolati stranieri di Vienna per tentare di ottenere il mitico salvacondotto, l’ultima occasione insomma di salvarsi.

Ma sempre ricevevano secchi rifiuti. Solo il consolato di Cina si mostrava disponibile e anche particolarmente efficace. 

Nel dicembre 1938 circa 7000 ebrei varcarono la frontiera austriaca in direzione dell’Italia e della Svizzera.. Molti di loro erano detentori di visti cinesi. 

Solo nei primi tre mesi di attività come Console, Ho emise ben 1200 visti d’ingresso. Sua figlia stimò che gli ebrei salvati dal padre furono almeno 3000!

Conclusa la sua missione a Vienna alla fine del 1940, Ho si impegnò nella lotta del suo paese contro il Giappone.

Nel 1949, dopo la presa del potere dei comunisti di Mao, Ho raggiunse il campo nazionalista e continuò la sua carriera nel corpo diplomatico di Taiwan e fu nominato ambasciatore in diversi paesi dell’America Latina e del Medio Oriente. 

Al momento del pensionamento nel 1973, decise di ritirarsi negli Stati Uniti, a San Francisco. Qui non volle mai parlare del suo lavoro umanitario, forse perché era convinto di aver fatto solo il proprio dovere, obbedendo a una sua precisa esigenza morale ed era quindi restio a diventare l’oggetto di riconoscimenti e attestati di benemerenza pubblici.

Sta di fatto che visse i suoi anni americani in tutta discrezione, dedicandosi essenzialmente alla stesura delle sue memorie: “My forty years as diplomat” (I miei quarant’anni di vita diplomatica). 

Milano, Piazzetta Ho Feng Shan. (Fonte: https://www.cattolicacsa.com/hofengshan.php)

Grazie tuttavia alle ricerche e alle pubblicazioni della figlia, la sua incredibile vicenda fu dopo la sua morte da tutti conosciuta ed ebbe il formale riconoscimento dallo stesso Yad Vashem (sempre molto puntuale nelle sue valutazioni) che nel 2000 lo inserì nella lista dei Giusti tra le Nazioni.

Ho aveva ben  meritato la riconoscenza dello Stato d’Israele, dei superstiti della Shoa e della stessa umanità di cui, come i Wallenberg, i Perlasca e gli altri grandi “salvatori”, aveva salvato l’onore e la dignità. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Fonte immagine di sfondo: qui)

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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