Francisco Macìas Nguema, detto “Miracolo Unico”, demente dittatore 
della Guinea Equatoriale

Nato nel 1924 da una famiglia povera, figlio di un temuto stregone fang del clan Padre-del-gorilla, Macìas si rivela poco portato agli studi. Riesce comunque a fare limitati progressi a scuola dove supera qualche esame grazie alle raccomandazioni degli amministratori spagnoli, verso i quali si mostra fedele e rispettoso servitore.

Sempre grazie al loro appoggio, ottiene in seguito un impiego di secondaria importanza nel Dipartimento per le foreste.

Diventa così interprete, si fa conoscere, acquisisce una certa visibilità, ma già con qualche segno di confusione mentale e tendenza alla corruzione. Contando sulle sue consolidate amicizie spagnole, guadagna la nomina a sindaco di Mongomo, nell’est del paese, e nel 1964 viene nominato Ministro dei lavori pubblici nel governo locale del paese. Nel 1965, dopo una breve carriera militare, si ritrova al comando di 8.000 uomini come generale di brigata.

È quindi in buona posizione quando, nel 1968, bisogna eleggere il primo presidente «nazionale» della Guinea Equatoriale diventata indipendente. Macìas Nguema ha la meglio sugli altri candidati. Ancora una volta appoggiato da Madrid, che non ha evidentemente ancora capito che tipo di serpe ha allevato nel proprio seno. Non tarderà però a rendersene amaramente conto.

A pochi mesi dall’elezione di Nguema, i 7.000 spagnoli residenti (funzionari, insegnanti, commercianti) sono in pratica obbligati a lasciare il paese, in tutta fretta, nel contesto di una politica governativa che assume sempre più chiaramente i contorni della dittatura, sulla base di iniziative tese alla bieca repressione. Come è facilmente prevedibile – ma la cosa non preoccupa minimamente i nuovi dirigenti – le attività commerciali improvvisamente stagnano, l’amministrazione smette di funzionare, gli scambi commerciali cadono vertiginosamente.

Il regime oramai instaurato, invece di ricorrere ai ripari allentando la morsa paralizzante, accentua le misure repressive. La Costituzione è sospesa, i partiti devono obbligatoriamente fondersi in un’unica entità: il partito democratico della Guinea equatoriale (PDGE), controllato dal presidente.

Il lavoro obbligatorio diventa sistematico, i cittadini tornano ad essere dei sudditi. Poco a poco ogni cosa diventa vietata, tutto è soggetto a preventiva autorizzazione. Per chi non rispetta le nuove regole c’è la prigione dura ovvero l’eliminazione fisica. Il più delle volte all’arma bianca giacché anche le pallottole si sono fatte merce rara. 

Nel 1972 arriva immancabile per Macìas la nomina a “Presidente della Repubblica a vita con facoltà di scegliersi un successore”, senza naturalmente alcuna consultazione popolare. Nei dieci anni di regno di Nguema, le elezioni vengono considerate una fastidiosa formalità, mentre il paese si guadagna l’assai poco onorevole fama di «Auschwitz africana» per il gran numero di persone scomparse o eliminate dalla follia del presidente con metodi particolarmente crudeli.

Il regime si basa su alcuni classici pilastri delle dittature sanguinarie. Il terrore: tutti gli organi di sicurezza interna sono nelle mani di membri della famiglia del dittatore che li usano senza remore e senza rimorsi; l’eliminazione di tutte le persone istruite considerate potenziali oppositori (alla caduta di Nguema il paese conta un solo laureato); l’isolamento completo del paese (a somiglianza della Cambogia di Pol Pot, il mondo non deve sapere, nessuno si deve intromettere); il feticismo e l’occultismo: come Papà Doc, anche Nguema fa credere (o forse lo crede lui stesso nella sua mente malata) di possedere poteri soprannaturali ereditati dal padre stregone e di essere pronto a vendicarsi anche dall’aldilà contro tutti coloro che gli dovessero far torto, riapparendo sotto le spoglie di un’immensa e terribile Tigre.

Schizofrenico, alternando momenti di super attività maniacale a periodi di profonda prostrazione, il dittatore guineano è agitato da sentimenti di inferiorità che sfoga accentuando la sua crudeltà verso gli altri. Nguema infatti è sterile! Circostanza questa che ne fa una sorta di «non uomo» presso la tribù di appartenenza, i fang. Malgrado le tre mogli e le innumerevoli amanti, Nguema non riesce ad avere figli, il presidente non può presentare al popolo «l’erede». Le vittime del sanguinario regime vengono stimate tra 50.000 e 80.000, su una popolazione all’epoca di circa 300.000 persone, cioè tra un sesto e un quarto dell’intera popolazione. Una cifra sconvolgente.

L’inizio della fine arriva quando, nell’agosto del 1979, comincia a prendersela con i suoi stessi familiari, fino a quel momento fedeli esecutori della sua sanguinaria politica. Sarà proprio suo nipote, Teodoro Objang Nguema Mbasogo, ad affrontare le truppe lealiste e ad avere facilmente la meglio su di loro, nonostante la presenza «attiva» di ufficiali cubani e nord coreani. 

Catturato mentre tenta di fuggire con le sue preziose valige, il dittatore viene immediatamente posto sotto processo per i numerosi crimini commessi. Condannato finalmente a morte, accade qualcosa di straordinario, che dà la misura (o la dismisura) della follia del dittatore e della sua influenza occultista esercitata sulla popolazione. 

Nessun guineano è disposto a far parte del plotone di esecuzione per paura dell’apparizione della grande Tigre assetata di sangue e di vendetta. Il nuovo governo dovrà così rivolgersi a un contingente di mercenari per poter eseguire la sentenza.

 

 

(Fonte immagine di sfondo: https://www.jeuneafrique.com/mag/640572/politique/ce-jour-la-le-12-octobre-1968-le-tigre-de-malabo-arrive-au-pouvoir/)

 

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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