Giorno del Ricordo. Foibe, Tito: il nazionalismo esasperato jugoslavo l’arma più letale

 

Josip Broz “Tito” (1892-1980)

Tito comunista? Semmai un acceso nazionalista” è la tesi sostenuta da Marco Petrelli nel suo I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana (Mursia 2020), volume che propone un’analisi, storica e geopolitica, del contesto balcanico prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Stando a quanto analizzato da Petrelli, infatti, per Josip Broz “Tito” il comunismo altro non fu che un collante sociale, un elemento capace di dare un fine alle diverse anime che componevano l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (EPLJ).

Il vero fattore vincente fu rappresentato invece dal nazionalismo: dopo secoli di divisioni e di dominazione straniera e inseguito alla breve e deludente esperienza del Regno di Jugoslavia, infatti, croati, serbi, bosniaci, montenegrini, sloveni avrebbero avuto una patria comune. 

Per raggiungere questo scopo era necessario unirsi nella guerra contro l’Asse ed i suoi alleati locali: domobranci, ustascia, reparti musulmani delle SS.

In un secondo momento, l’attenzione sarebbe stata orientata alla repressione di minoranze che avrebbero potuto ostacolare il progetto della Repubblica socialista.

Fra questi i cetnici (serbi monarchici, originariamente prima forza di resistenza jugoslava poi acerrimo nemico di Tito), i kossovari albanesi, i nazionalisti croati e gli italiani. 

Politiche di pulizia etnica erano tutt’altro che nuove nei Balcani, avendone segnato la storia dal Medioevo fino agli Anni Novanta del Novecento, lasciando dietro di sé una lunga scia di morte e di orrori. 

Pur crudeli e sanguinarie, dunque, le persecuzioni che si abbatterono su gruppi etnici quali gli italiani dell’Istria e della Dalmazia non devono trarre in inganno: niente vendette, niente anti-fascismo, nessuna rivolta popolare.

Gli italiani – come molti altri –  furono uccisi o costretti all’esodo perché ostili al nuovo regime, interessato inoltre a fagocitare le terre da loro abitate e a slavizzarne l’identità.

La reazione “popolare” ai crimini di guerra (nel corposo inserto documentale Petrelli inserisce anche le liste dei ricercati) e al Ventennio fascista è una spiegazione più labile, una interpretazione “occidentale” della strategia titina.

Fin dall’autunno 1943, infatti, quando iniziarono a verificarsi i primi episodi di violenze anti-italiane, molti erano i soldati del disciolto Regio Esercito e i partigiani italiani che combattevano nell’EPLJ. Sorge quindi spontanea una domanda: perché accettare nei propri ranghi soldati fino a pochi mesi prima nemici per poi prendersela con civili inermi, per giunta nati e cresciuti lungo le coste dell’Adriatico orientale? 

Risposta – e altresì elemento che sostiene la tesi del nazionalismo – sono la penetrazione del IX Corpus sloveno in Friuli e la “corsa per Trieste”, una.

Strategia per ampliare i confini di una nazione che stava nascendo, forte del sostegno che Tito aveva da parte degli Alleati, dell’Unione Sovietica e… dei comunisti locali.

In terra friulana furono elementi del PCI a tollerare (se non a lasciare mano libera) alla conquista di villaggi italiani, imponendo lo sloveno come lingua ufficiale ed arrestando chiunque fosse anche solo sospettato di essere loro ostile. 

La tragica fine delle Osoppo, raccontata da Petrelli con una documentazione inedita, ne è tragica ed emblematica testimonianza. 

Lo stesso Mario Toffanin “Giacca”, comandante del distaccamento della Divisione partigiana “Natisone” che elimina i partigiani osovani, osserva che i “compagni jugoslavi erano più nazionalisti che comunisti”. 

Una considerazione in verità già elaborata da Celso Ghini (funzionario PCI ed Ispettore delle Brigate Garibaldi per l’Italia centrale) nel 1944, osservando il comportamento dei partigiani slavi inquadrati nelle formazioni italiane e raccogliendo testimonianze contrastanti sul loro comportamento.

Se da un lato, infatti, la maggiori preparazione da combattenti suscita ammirazione fra i partigiani italiani, dall’altro  preoccupano l’eccessiva autonomia di reparti che sembrano non volere tenere conto delle direttive del partito. 

Foibe. Ispezione e recupero resti delle vittime.
Foibe. Operazioni di ispezione e di recupero dei resti delle vittime. (Fonte: Arch. ANSA)

Dal canto loro, gli slavi sono stranieri in un paese che li ha precedentemente deportati ed imprigionati, va da sé che il loro principale interesse sia combattere tedeschi e fascisti per accelerare il ritorno in patria, a prescindere dalle esigenze e degli ordini degli organi della Resistenza italiana. 

Essi infatti non obbediscono al Comitato Liberazione Nazionale (espressione dei partiti politici che compongono i Governi Badoglio e Bonomi) tantomeno al Comando Supremo di Brindisi. Il loro capo, in Jugoslavia come in Italia, è solo Tito.

Una percezione della lotta anti-fascista che crea frizioni in seno alla resistenza, addirittura fra i comunisti molti dei quali vittime della repressione titina, anche dopo il 1945.

E’ il caso, emblematico, degli operai monfalconesi recatisi in Jugoslavia per “edificare” il socialismo e finiti nei campi di lavoro.

Nel 1948, infatti, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia era stata espulsa dal Cominform, pertanto i monfalconesi – politicamente vicini a Stalin – furono imprigionati come nemici del popolo. 

Una delle tante storie narrate ne I partigiani di Tito nella Resistenza Italiana. 

 

 

 

 

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