Giorno della Memoria. Irriducibili: gli ultimi nazisti in libertà che beffano la giustizia

Giorno della Memoria. Oggi, 27 gennaio, ricorre la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, in Polonia, ad opera dell’Armata Rossa.

Campo di sterminio e non di concentramento, come talvolta si sente definirlo. Perché scopo di Auschwitz era proprio quello di annientare la persona. Con il lavoro, durissimo; con le sevizie e gli omicidi commessi dalle guardie e dai comandanti. E con gli strumenti di morte tristemente noti: camere a gas, in testa. E i corpi inceneriti dai forni crematori. Annientare, appunto, cancellando anche l’ultima traccia dell’essere umano.

E laddove i crematori non erano sufficienti si ricorreva alle fosse comuni, altro orrore purtroppo ricorrente nella storia delle guerre. E, anche in questo caso, la fossa serviva ad eliminare il ricordo della persona e insieme del crimine perpetrato nei suoi confronti.

Le immagini filmate dai cine-operatori alleati iniziarono a circolare sin dalla fine del conflitto. A Norimberga, durante il processo accusa, difesa, imputati e giornalisti assistettero alle strazianti riprese che giungevano dai lager, fotogrammi di un orrore che a distanza di quasi 80 anni continua a sconvolgerci.

Gli imputati del Processo di Norimberga (fonte Wiki)

Eppure furono solo 12 i condannati del Processo di Norimberga. Dodici criminali, artefici del regime, della guerra e della campagna sistematica di sterminio finiti alla forca o in carcere. Dodici: un numero in verità esiguo, come emerse più tardi dai processi istruiti dal Procuratore Fritz Bauer che scoprì come invece gli aguzzini del regime nazista ed i complici dell’Olocausto fossero milioni in tutta la Germania ed in altre parti del mondo. Impiegati, postini, fornai, insegnanti, pensionati: gente comune resasi capace di crimini immondi.

Dal 2003 la Giustizia italiana ne ha condannati 60, 10 dei quali coinvolti nei fatti di sangue di Sant’Anna di Stazzema, il borgo della Versilia che nell’agosto del 1944 fu investito dalla furia delle SS della 16° Divisione Waffen SS “Reichsfhurer”: 560 caduti civili, dei quali 130 bambini.

Il sottotenente (untersturmfhurer) delle SS Gerhard Sommer.

Uno degli ufficiali della 16° SS era Gehrard Sommer, 23enne sottotenente, indicato dal Centro Wiesenthal quale uno dei più importanti criminali nazisti ancora in circolazione e che la Giustizia Italiana ha condannato, nel 2006, all’ergastolo. Ma Sommer, al pari di altri 59 condannati per atrocità contro civili e militari italiani, non sconterà un giorno di pena. Anzi, non verrà mai processato: l’età avanzata, le lentezze burocratiche della giustizia tedesca insieme alla apparente scarsa volontà di Berlino a riaprire il capitolo crimini di guerra, impedirà a lui e agli altri di andare alla sbarra. Nel 2015 Sommer è infatti stato dichiarato non abile a sostenere un processo: notizia che ha oltrepassato i confini della Germania, arrivando addirittura in Israele dove la stampa locale ha titolato

“Nazi who ‘slaughtered a village’ found unfit for trial”

(The Time of Israel, 28 maggio 2015)

 

Ma, indignazione a parte, l’ormai quasi centenario nazista riposa sereno in una casa di cura. E niente altro si potrà fare.

Un anno fa il Procuratore militare Marco De Paolis ha voluto ricordare anche Alfred Stork e Whillelm Stark, due militari dell’esercito tedesco responsabili di assassinii contro i soldati italiani a Cefalonia, entrambi condannati all’ergastolo in Italia ma ancora residenti nel loro paese d’origine, la Germania appunto. E anche loro, con ogni probabilità, non pagheranno.

Oggi i paesi del mondo ricordano il Giorno della Memoria, affinché mai si dimentichi l’Olocausto e perché quell’orrore mai si ripeta. Tutto il mondo, Europa compresa. Quell’Europa nella quale, tuttavia, alcuni cercano di fare giustizia mentre altri si limitano, forse, a mere parole a cui non seguono fatti decisi e concreti

 

 

 

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(Immagine di sfondo: le identità da latitante di Josef Mengele, uno fra i più famosi criminali di guerra nazisti. Era il sadico e diabolico chirurgo del Blocco 10 di Auschwitz, fuggito in Sud America al termine della guerra, scampato alla cattura e deceduto nel 1979 in Brasile. Fonte immagine di sfondo:  qui )

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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