Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: le stragi nell’anno che segnò l’Italia

Il 23 maggio 1992, in una situazione nazionale già di per sé complicata per l’ingigantirsi dell’inchiesta del pool milanese di Mani Pulite che stava decretando il crollo della Prima Repubblica, l’Italia veniva investita da un’improvvisa recrudescenza dell’offensiva mafiosa. Mentre erano in corso alla Camera le votazioni per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, si diffuse la notizia di un attentato dinamitardo lungo il tratto autostradale fra l’aeroporto Punta Raisi e la città di Palermo, in cui era stato ucciso il magistrato Giovanni Falcone, direttore degli affari penali del ministero della Giustizia.

Insieme a lui avevano perso la vita la moglie e i tre agenti della scorta. Cosa Nostra, per volere del suo capo Totò Riina, aveva interrato oltre 200 chilogrammi di esplosivo. La strage, festeggiata in carcere dai mafiosi, sconvolse l’opinione pubblica, che in quella morte vedeva un’ulteriore prova dell’onnipotenza della mafia e dei suoi legami con il potere politico.

Come se questo non bastasse, meno di due mesi dopo, il 19 luglio, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque uomini della sua scorta venivano sterminati da un’autobomba piazzata davanti all’abitazione della madre del giudice. Falcone e Borsellino erano i simboli stessi della lotta a Cosa Nostra. Il primo era candidato a dirigere la superprocura antimafia di recente istituzione e, dopo la sua morte, il nome di Borsellino era diventato subito il più probabile tra quelli che avrebbero potuto sostituirlo.

Quella “stagione” della recrudescenza mafiosa è rimasta nella memoria collettiva del Paese soprattutto per le immagini dei funerali di Falcone, di sua moglie e degli uomini della sua scorta e per le manifestazioni di piazza, soprattutto dei siciliani, che si rifiutavano di essere identificati solo come mafiosi.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: dopo le bombe l’arresto del “capo dei capi”

Qualche mese dopo, il 15 gennaio 1993 lo Stato segnerà un grande risultato con l’arresto di Totò Riina, uno dei colpi più importanti nella lotta a Cosa Nostra. La notizia ebbe il sapore della vendetta oltre che della giustizia: una vendetta finalmente messa a segno nei confronti di quella mafia che solo pochi mesi prima pareva invincibile. Riina era il capo dei Corleonesi, vale a dire la cosca mafiosa più temibile. Protagonista dell’azione era stato il capitano dei carabinieri Sergio De Caprio, detto “Ultimo”, che comandava la Crimor, la squadra speciale dei Ros, da tempo sulle tracce del “capo dei capi”.

L’arresto di Riina, latitante dal 1969, avvenne a un incrocio stradale a Palermo, mentre il mafioso stava raggiungendo la sua abitazione. Si arrivò alla cattura grazie alle informazioni fornite dall’ex autista di Riina, Balduccio di Maggio, che aveva vuotato il sacco per scampare alla condanna a morte inflittagli dalla mafia. Con quell’arresto sembrava che la mafia di fatto fosse stata decapitata, ma fu presto chiaro che Riina continuava a dare ordini all’organizzazione criminale. Dalla sua cella d’isolamento (non molto “isolata”, evidentemente), il boss continuava a gestire i suoi affari criminali.

Non solo, ma tramite i suoi avvocati, chiedeva con insistenza l’abolizione del carcere duro. Per dare vigore alle sue richieste, fece compiere un attentato ai danni di Maurizio Costanzo, per punirlo delle campagne fatte contro di lui dal giornalista attraverso il Maurizio Costanzo Show, la popolare trasmissione che aveva ospitato anche il giudice Falcone, prima che venisse ucciso con il tritolo proprio per ordine di Riina. L’azione fallì, ma questi non rinunciò alle sue manovre intimidatrici. Ordì gli attentati all’accademia dei Georgofili a Firenze (5 morti), al Padiglione d’arte contemporanea a Milano (5 morti), a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro a Roma (gli ultimi due per fortuna non provocarono vittime). Fallirono poi due attentati contro la torre di Pisa e lo stadio Olimpico di Roma. Soprannominato “U curtu” per la sua bassa statura, Riina è stato condannato a molti ergastoli

Mario Sprea

Giornalista professionista, direttore di diverse testate settimanali e mensili, autore di numerosi libri di narrativa, studioso e ricercatore di Storia delle religioni, esperto di divulgazione storica, responsabile di numerose riviste di Storia.

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