Gladiatori: idoli nell’arena e… tra le lenzuola

Beniamini incontrastati delle folle, i gladiatori nell’antica Roma esercitavano un grande fascino anche sulle donne, sia del popolo sia aristocratiche, che vedevano in loro l’occasione per abbandonarsi a stuzzicanti piaceri proibiti. Il poeta Giovenale stigmatizza, per esempio, il comportamento di una certa Eppia, moglie di un senatore, che aveva abbandonato casa, marito e figli per seguire una compagnia di gladiatori sino in Egitto. E non si era certo innamorata di un giovane adone: “Il suo Sergino (Sergiolus) ormai aveva cominciato a radersi la barba e a sperare nel congedo per quel suo braccio rotto; senza contare gli sfregi del viso, il naso escoriato dall’elmo con una gran bozza nel mezzo, e uno sgradevole malanno che gli faceva lacrimare di continuo gli occhi. Ma era gladiatore! Quanto basta per farne un Giacinto”.

Gladiatori: quando l’imperatrice tradì Marco Aurelio con uno di loro

La scostumata Eppia non fu certo l’unica. Addirittura l’imperatrice Faustina Minore, moglie di Marco Aurelio, vedendo passare una sfilata di gladiatori si invaghì di uno di essi e lo confessò all’attonito consorte. Marco Aurelio chiese allora consiglio agli indovini caldei per liberarsi di lui. Essi risposero di far uccidere il rivale e poi di costringere Faustina a bagnarsi le parti intime del sangue del defunto, infine di giacere con lei. Non sappiamo se l’amore di Faustina per l’aitante gladiatore fosse stato consumato o no, ma poco dopo questi fatti nacque Commodo, che, guarda caso, divenne famoso per la sua smisurata passione
nei confronti dei ludi.

Tutto fa pensare che i gladiatori fossero ben consapevoli del loro fascino. Un interessante graffito ritrovato su una parete della palestra grande di Pompei ricorda come due di loro, Onustus e Sagatus, entrambi “di prima qualità”, furono venduti alla
moglie di Decimo Lucrezio Valente, noto impresario, e il perché è abbastanza intuibile.

Leggiamo del giovane Celadus che si vanta di essere “decus e suspirium puellarum“, “orgoglio e sospiro delle ragazze“, e di Crescens che si autoproclama “signore delle fanciulle notturne, mattutine e di tutte le altre”. Il suo fallo, ci viene detto, è “duro e immenso”, ragion per cui qualcuno, evidentemente invidioso, altrove lo accusa di intendersela con gli uomini apostrofandolo con il volgare epiteto di cinaedus. L’immagine di grandi amatori che i gladiatori sembrano avere di se stessi non era però frutto solo della vanagloria: anche il poeta Marziale definisce un certo Ermes “tormento e spasimo delle spettatrici”.

Gladiatori: la forza vitale del loro sangue

E che la virilità di chi scendeva nell’arena sfidando la morte dovesse essere percepita come qualcosa di portentoso è confermato dal valore terapeutico attribuito al loro sangue. Plinio il Vecchio, seguito poi da altri autori, riporta che gli epilettici lo bevevano, ancora caldo, dai gladiatori morenti “sorbendolo come da coppe viventi”, e lo stesso facevano gli anemici. C’era anche chi raccoglieva il sangue sparso nell’arena per venderlo.Festo nel II secolo registra, infine, la consuetudine, ben più antica, di pettinare la chioma delle future spose con una bacchetta (hasta caelibaris) precedentemente conficcata nel corpo di un gladiatore ucciso.

In effetti, cosa avrebbe potuto essere più efficace nel trasmettere la vis generandi, ossia il potere di procreare, del sangue del simbolo della virilità per antonomasia?

Elena Percivaldi

Elena Percivaldi

Storica medievista, saggista e giornalista professionista, collabora con le principali riviste di alta divulgazione del settore storico: “Medioevo”, “BBC History” e “Storie di Guerre e Guerrieri”, “Conoscere la Storia”, “Civiltà Romana”. All'attività di relatrice in incontri, conferenze e convegni in tutta Italia affianca la curatela di mostre storico-archeologiche e di eventi storico-rievocativi. Fa parte di vari comitati scientifici e ha scritto una ventina di libri, alcuni dei quali tradotti anche all'estero.

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