Gli Apache: la storia di una leggenda americana

Se pensiamo agli Indiani della nostra infanzia (vale a dire ai nativi americani di oggi) pensiamo subito agli Apache, e crediamo di sapere tutto, tanto ci siamo imbottiti di film western, romanzi, fumetti, soldatini e mitologia americo-hollywoodiana. Ed è da questo assunto che parte il piacevolissimo libro di Stefano Di Marino “Apache. Una leggenda americana” edito per Odoya (254 pagine, brossura, illustrato, prezzo di copertina 16 euro). Che ricostruisce la storia di questa gloriosa e simbolica tribù americana anche attraverso l’immaginario che l’ha accompagnata nel corso degli anni. Tanto che il suo celebre capo Geronimo ha dato il suo nome come codice all’operazione di caccia ed eliminazione del più temuto terrorista dei nostri tempi, Osama Bin Laden, e sempre “Geronimo!” era anche l’urlo di battaglia dei paracadutisti americani che si lanciavano sulle isole del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma proprio leggendo il libro che ricostruisce la storia delle tribù e dei guerrieri Apache dalle origini alla fine del XIX secolo anche con l’analisi del mito creato con i film western, libri e fumetti, si scopre che poi alla fine non ne sapevamo molto e questo qualcosa ci era mancato per completare in modo storicamente serio la nostra conoscenza di un popolo che in fonda ha tanto segnato molti di noi.

Intanto gli Apache non si chiamavano Apache: erano gli altri a chiamarli così, perché apache vuol dire nemico. Loro si definivano Tinneh, “il Popolo dei Boschi”. Nonostante il loro numero esiguo, riuscirono a dominare il Sudovest degli Stati Uniti dai tempi degli spagnoli sino agli ultimi fuochi delle guerre indiane. A loro spettano alcune delle più leggendarie imprese di resistenza all’uomo bianco, e non solo con Geronimo ma anche con altri capi magari meno famosi ma certo altrettanto importanti, abili e coraggiosi. Furono l’ultimo gruppo ribelle a essere domato, nel 1886, con scorrerie che si verificarono però fino agli inizi del Novecento. Stefano di Marino ci accompagna in un meraviglioso viaggio tra le loro tattiche di guerra, riti di iniziazione, credenze, storie, usanze e cultura, sullo sfondo di un territorio sterminato di una bellezza selvaggia e inquietante. Una terra aspra, rovente nella stagione calda, freddissima d’inverno. Un luogo dove sopravvivono solo i più forti. “La frontiera – scrive nell’introduzione -Sono uomini piccoli, con le membra possenti, le spalle larghe e la pelle bruna. Tengono lunghi capelli, così scuri da sembrare blu, sotto bandane di colori vivaci, calzano alti mocassini al ginocchio, perizomi di tela. Uno è a torso nudo, l’altro indossa una casacca blu sottratta a un nemico ucciso. Sono armati con archi, lance ricavate da aste di legno con punte di selce o lame di metallo rubate: una sciabola dei lanceri di Massimiliano o un coltello di un cercatore. Scrutano l’orizzonte alla ricerca di un nemico con occhi stretti, da sopra la striscia orizzontale bianca che è, al tempo stesso, un segno di morte e di guerra”. Sono diventati il simbolo di un uomo libero, ribelle di fronte alla civiltà, che alla fine è stato la base della formazione degli Stati Uniti.

Osvaldo Baldacci

Nato nel 1972 a Roma, dove vive e lavora, giornalista professionista, laureato in Lettere-Archeologia presso l’Università La Sapienza di Roma, scrive da vent’anni sulla stampa quotidiana, è analista di geopolitica, collabora con riviste di divulgazione soprattutto storica. La storia è la sua passione totalizzante, da sempre.

Articolo Precedente

In un cimitero dell’Umbria il fondatore delle Waffen SS Italiane

Articolo successivo

Il reggiseno? Risale ai tempi dei Greci e dei Romani