Gli uomini del Duce: i complici dell’avventura fascista

Decenni di ricerca storiografica a tutto campo non sono riusciti a fare giustizia di un luogo comune che pesa sulla nostra percezione del XX secolo: il fascismo italiano era un’entità monolitica e i fascisti erano tutti quanti “cloni” di Mussolini. Ma i fascisti del Ventennio erano, in buona sostanza, molti degli italiani vissuti negli anni Venti e Trenta del secolo; ed è difficile immaginare un movimento politico, poi sfociato in regime autoritario, più variegato del fascismo. Come ricorda il politologo statunitense Anthony James Gregor, la dottrina fascista “è il risultato della confluenza di correnti di pensiero politico e sociale
di destra e di sinistra”.

Queste correnti trovavano la loro voce in figure dai vissuti molto diversi: sindacalisti rivoluzionari come Edmondo Rossoni, nazionalisti come Dino Grandi, conservatori come Alfredo Rocco, solo per citarne alcuni. Ciascuno di loro, a suo modo, portò il proprio contributo alla costruzione dell’entità statale che avrebbe retto l’Italia per un ventennio. Mussolini, per quanto abile e camaleontico, non poteva certo governare da solo. Per farlo dovette circondarsi di uomini non sempre scelti con oculatezza, di cui si servì e che si servirono di lui, nel momento storico più delicato dell’Italia unita. Indagare le loro storie e i loro rapporti con il Duce può servire a comprendere perché il fascismo non fu una “parentesi” nella storia del nostro Paese, come sosteneva il filosofo Benedetto Croce, ma al contrario lo sbocco inevitabile del culto della patria e dell’italianità germogliato nell’Ottocento risorgimentale.

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