Grande Guerra. Selassié: l’asso afro-italiano che comandava la 1° Squadriglia Caproni

 

 

Wolde Selassie/Domenico Mondelli, nato ad Asmara, Allievo Ufficiale della Regia Accademia di Fanteria e di Cavalleria di Modena, pilota del Battaglione Aviatori e comandante della 1° Squadriglia Caproni; poi comandante del IX battaglione d’assalto, generale della Milizia e, dopo la guerra, generale di brigata dell’Esercito e 33° grado della Massoneria. 

Lo conoscevate? Forse non tutti. Eppure… 

Il tema del razzismo torna, costantemente, di attualità sia per episodi di cronaca sia per un certo orientamento politico conferito all’argomento che, al contrario, tutto dovrebbe essere fuorché ideologizzato. Il pregiudizio razziale verso gli africani può appartenere alla destra come alla sinistra poiché i pregiudizi razziali, come quelli d’opinione, quelli sessuali, quelli lavorativi (pensate a quante se ne dicono di giornalisti, militari, avvocati) sono parto di scarsa conoscenza, livore e generale ignoranza. Alcuni chiamano “etichette” ciò che in realtà è una convinzione granitica, monolitica, basata sul nulla ma difficilmente abbandonabile. Se infatti cambiare idea è lecito, mettere in discussione le convinzioni vuol dire criticare se stessi, operazione che non piace a tutti specie a chi, su quelle convinzioni, costruisce il suo consenso. 

Wolde Selassie ha avuto i natali nel 1886 ad Asmara, in quell’Eritrea che di fatto nacque con la dominazione italiana, in quanto la colonia era stata fino ad allora parte dell’Impero etiope. “Colonia primigenia” la definivano gli italiani del tempo, il primo dominio africano dell’Italia unita e nel quale Roma più investì, prima con i governi De Pretis, Pelloux, Crispi, Giolitti, poi con il governo Mussolini. 

Gli Ascari eritrei hanno combattuto tutte le guerre d’Italia, dalle campagne coloniali di tardo Ottocento, alla Grande Guerra fino alla disastrosa “avventura” del 1940-43. 

Orfano di ambo i genitori, il piccolo Wolde fu adottato dal colonnello Attilio Mondelli nel 1891, durante la ritirata di Adua e portato in Italia. 

Difficile nella società del tempo pensare ad un figlio africano in una famiglia “bianca”, eppure Wolde crebbe in Italia, studiò in Italia e giurò fedeltà all’ Italia da ufficiale dell’Esercito alla Regia Scuola di Fanteria e di Cavalleria di Modena (attuale Accademia militare dell’Esercito)… con il nome, italianizzato, di Domenico Mondelli. 

Dal Carso al Fascismo Se il padre aveva creato la prima “famiglia arcobaleno”,  Wolde/Domenico si mostrò altrettanto curioso verso il mondo. Ufficiale dei bersaglieri nella Prima Guerra Mondiale ma nel cuore appassionato di volo, conseguì il brevetto nel ’14 per poi entrare nel conflitto quale pilota. Volò nel  Battaglione aviatori cui facevano parte, fra gli altri, assi del calibro di Francesco Baracca, Alvaro Leonardi, Folco Ruffo di Calabria, Orazio Pierozzi (marina). Wolde/Domenico fu comandante della 1° Squadriglia Caproni. Al termine della guerra, con due Medaglie d’Argento e tre di Bronzo al Valor Militare, assunse il comando del IX Battaglione d’Assalto (il cui discendente è IX Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”).

Poiché allora non si era forse pronti ad avere colonnelli e generali “di colore”, congedandosi ed aderendo al Fascismo Wolde ebbe la possibilità di raggiungere il grado di console generale (generale di brigata)… nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, la più fascista delle istituzioni del fascismo regime. 

Il GOI Massone, già Maestro del Grande Oriente d’Italia, nel secondo dopoguerra le sue virtù di italiano e di soldato non vennero dimenticate. Iscritto nel Ruolo d’Onore dell’Esercito, il Presidente della Repubblica Saragat lo nominò dapprima generale di brigata, poi generale di divisione ed infine di corpo d’armata, massimo grado della forza armata. E massimo livello, riservato a pochissimi al mondo, lo raggiunse anche nel Grande Oriente d’Italia: 33° grado del rito scozzese antico ed accettato. 

Primati conquistati in età monarchica,  durante il fascismo regime, poi in era repubblicana quando ancora essere “di colore” era tutt’altro che facile. Oggi siamo abituati a pensare che la Costituzione sia stata, sin dalla sua promulgazione, tetto di diritto universale per tutti. Eppure fino al 1974 alle donne non era concesso abbandonare il tetto coniugale e fino al 1996 lo stupro era considerato reato contro la morale. Per non parlare del delitto d’onore, contemplato nel codice penale sino agli Anni Ottanta. E poi la carriera: fatta salva la breve parentesi delle ausiliarie R.S.I. e dell’Organizzazione Gladio, per vedere le prime donne-soldato bisognerà infatti attendere il 1999.

L’incredibile vicenda di Wolde non assolve il fascismo dalle sue, gravi, responsabilità né concede a Mussolini patenti postume di anti-razzista. Ciò che insegna, però, è l’importanza di uno studio della Storia obiettivo, orientato all’analisi sociale e del contesto in cui gli eventi accaddero. Già, perché nei paesi Alleati, il razzismo e la durezza coloniale furono pari se non superiori all’Italia. E nella Francia laica e repubblicana, che schiacciava l’Algeria sotto il tallone fino ai primi Anni Sessanta, un generale di colore sarebbe stato impensabile prima, durante e forse anche dopo il secondo conflitto mondiale. 

La “storia insegna ma non ha scolari” ha ricordato l’onorevole Soumahoro solo pochi giorni fa, citando Antonio Gramsci. Non avrà mai scolari, aggiungiamo, perché lo studio apre a nuove prospettive e mette in discussione le vecchie: impensabile per coloro i quali costruiscono il consenso sullo scontro ideologico e su fatti storici narrati (non analizzati) in chiave apologetica.

 

 

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(Fonte immagine di sfondo: Wikipedia)

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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