I 70 anni della NATO e il futuro: le prospettive degli accademici a confronto

Nel celebrare i 70 anni dell’Alleanza Atlantica, fondata nel 1949, il 4 aprile 2019 si è tenuto all’Università Cattolica di Milano un convegno in cui vari studiosi si sono confrontati sulle sfide che la NATO dovrà affrontare oggi e nell’immediato futuro. Il professor Massimo De Leonardis ha rimarcato le divergenze di interessi fra Stati Uniti ed Europa: “Le critiche dell’attuale presidente americano Donald Trump agli europei, accusati di non spendere abbastanza per la difesa e di sfruttare gli Stati Uniti, non sono nuove. Già presidenti come John Kennedy, Richard Nixon e Barack Obama chiesero un maggior impegno. La novità sta nei termini più rudi usati da Trump, non nella sostanza. Comunque la Casa Bianca crede ancora nel patto, tanto che i soldati americani in Europa tornano ad aumentare, dai 63mila del 2016 ai 74mila del 2018. Gli interessi americani ed europei divergono su vari temi, dal commercio all’approccio verso la Russia e il Medio Oriente, inoltre gli americani vorrebbero rendere più omogenei gli arsenali per vendere i loro armamenti agli europei, i quali invece difendono la propria autonomia industriale. Pur con questi problemi, la NATO resta uno strumento collaudato e verrà mantenuta ancora per anni”.

Sull’efficienza dei meccanismi operativi è intervenuto il ricercatore Andrea Gilli: “L’alleanza ha migliorato le forze di pronto intervento, per far capire alla Russia che può reagire velocemente. La NRF, o Forza di Reazione Rapida, è stata portata a 40mila uomini, mentre sui territori di Polonia, Lituania, Lettonia ed Estonia sono schierati quattro Gruppi di Battaglia formati a turno da contingenti di tutti i paesi, e i cui comandi attualmente sono in capo a Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Germania. Inoltre si persegue la dottrina dei ‘quattro 30’, ovvero il dispiegamento come avanguardia in caso di conflitto di 30 squadriglie aeree, più 30 navi, più 30 battaglioni terrestri entro 30 giorni”.

Il professor Vittorio Emanuele Parsi ha giudicato positivamente l’espansione a Est, ma rimarcando anche difficoltà globali: “L’ingresso dei Paesi dell’Europa Orientale nella NATO ha avuto una funzione stabilizzante, evitando il moltiplicarsi di guerre locali e crisi come quelle della ex-Jugoslavia. Si rischiava la balcanizzazione dell’Est, ma la NATO e parimenti l’entrata di quei Paesi nell’Unione Europea, l’ha evitata. Certo, Russia e Cina pongono serie sfide. La Russia ha ribaltato i giochi in Medio Oriente intervenendo in Siria dal 2015, cercando sponde con l’Iran e la Turchia, quest’ultima membro della NATO. I russi hanno inoltre rivitalizzato la loro presenza nell’Artico con basi e truppe. La Cina, del resto, avrà tra pochi anni ben 4 portaerei, e questo costringerà gli Stati Uniti a spostare forze nel Pacifico. Trump, nelle dispute sui dazi, non dovrà accomunare Cina e UE come rivali degli USA. Se non riesce a distinguere che, pur rimanendo competitori commerciali, i Paesi europei sono alleati di Washington, a differenza della Cina, aumenterà le incomprensioni fra le sponde dell’Atlantico”.

Insomma, a detta degli accademici la situazione rimane fluida e può ancora prendere direzioni diverse, ma l’alleanza, almeno per ora, continuerà a esistere e ad avere un ruolo forte, perché mancano alternative credibili.

Mirko Molteni

Nato nel 1974, giornalista laureato in Scienze Politiche all'Università Statale di Milano, scrive per il quotidiano “Libero” e varie riviste. Fra i suoi libri: per Odoya “L'aviazione italiana 1940-1945”, “Storia dei grandi esploratori” e “Dossier Caporetto”; per Greco e Greco “Furia celtica”; per Newton Compton il ponderoso “Storia dei servizi segreti”.

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