I Celti e la decapitazione rituale: santuari e teste mozzate

Gli scavi archeologici effettuati nei siti di Gournay-sur-Aronde e Ribemont-sur-Ancre, nel Nord della Francia, hanno riportato alla luce fosse comuni situate accanto a santuari risalenti alla fine del IV secolo a.C. Nel primo caso la fossa, poco distante dal recinto sacro, risultò colma di armi e armature; nel secondo, invece, furono ritrovati i resti ossei di mille uomini, accuratamente accatastati dopo essere stati bruciati, oltre a un deposito di scheletri (in tutto un’ottantina) disposti in posizione eretta, con l’intero armamentario e legati gli uni agli altri in fila.

Tutti i corpi erano stati decapitati. L’uso gallico della decapitazione rituale dei nemici era noto già a Cesare e Diodoro, secondo cui i vincitori conservavano le teste dei vinti in segno di trionfo, mentre i corpi venivano esposti nei santuari. Pilastri di pietra con spazi per esporre i teschi nemici sono stati ritrovati, sempre in Francia, a Entremont (a destra, il particolare di un capitello) e a Roquepertuse, e non si contano le stele con teste scolpite.

I Celti e la decapitazione rituale: il capo come sede del coraggio

I Celti, come i Germani e le genti delle steppe, erano convinti che il capo fosse la sede della forza e del coraggio: spiccare dal busto la testa di un nemico e conservarla equivaleva dunque a tributargli “l’onore delle armi”. E ricavarne una coppa per le libagioni rituali non rappresentava un affronto all’avversario, bensì un tributo al suo valore.

Guglielmo Duccoli

Nato a Milano nel 1963, giornalista pubblicista, ha diretto diversi periodici di divulgazione storica. Attualmente è Senior Editor dei bimestrali «Conoscere la Storia», «Medioevo misterioso», «Civiltà romana» e «Far West Gazette» per conto di Sprea Editori.

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