Indipendenza cubana, José Martì una figura cardine narrata da Francesco Valacchi

“La ricchezza esclusiva è ingiusta. […] Non è ricco il paese dove ci sono alcuni uomini ricchi, bensì quello dove ognuno possiede un po’ di ricchezza” José Martí.

José Martí fu una figura straordinaria per il suo profilo di politico, dissidente e intellettuale. Egli è ricordato come una delle personalità cardine della decolonizzazione americana e della lotta per l’indipendenza di Cuba contro la madrepatria spagnola. Nacque a Cuba nel 1853 ma fu presto esiliato a causa delle sue idee rivoluzionarie e anti-colonialiste. La Spagna di Isabella II, salita al trono grazie ad una “prammatica sanzione” del 1830 che le permise di succedere al padre in assenza di eredi maschi, si trovava in una grave situazione di scarsità di risorse in special modo in ambito navale. La flotta spagnola, eccezionale strumento del controllo coloniale, era ormai in condizioni disastrose e quasi annientata. Nel 1868 la regina venne esiliata a seguito della rivoluzione “Gloriosa”, sommovimento col quale i democratici e liberali in esilio, sfruttando il malcontento originatosi dalla crisi economica e dall’autoritario governo della sovrana, riuscirono ad imporre una temporanea quanto rocambolesca svolta democratica alla democrazia spagnola.

In questo turbolento quadro, nel quale la logica repressiva del governo in difficoltà economica iniziò ad avere il suo peso, José Martí divenne più volte oggetto di provvedimenti restrittivi: fu varie volte esiliato e deprivato dei propri diritti poiché sovversivo, riuscì a trovare, tra i vari asili, rifugio a New York, in quegli Stati Uniti ex-colonia e simbolo della libertà dal giogo della madrepatria. A New York egli maturò la prassi che affiancò alla sua cultura erudita, alla sua formazione di filosofo e poeta. Molti lo considerano come uno dei più grandi scrittori del mondo ispanico e come il più puro (proprio perché innocente e ante litteram) fra i rivoluzionari dell’America latina, anche se proprio per questo fu un eccezionale militante cui mancò, forse, una complementare azione politica nel senso si organizzatore del suo movimento.

Uno degli aspetti più radicali ed allo stesso tempo più universalistici della prima rivolta cubana (iniziata nel 1868) fu l’affiancamento della lotta alla schiavitù alla volontà d’indipendenza e al nazionalismo cubano. Fra i primi a guidare la prima guerra di indipendenza secondo i canoni anticolonialisti e antischiavisti fu il possidente Carlo Manuel de Cespedes, destinato a divenire il primo presidente cubano, ed una delle sue prime azioni fu proprio la liberazione degli schiavi a lui appartenuti.

Il soggiorno statunitense di José Martí, che a New York si impegnò come giornalista corrispondente dall’estero e crebbe la sua statura di intellettuale lo fece maturare innanzitutto come uomo. Negli anni newyorchesi ebbe purtroppo modo di constatare, con amarezza, che l’ex-colonia britannica si era trasformata in una novella potenza imperialista basata anche sullo sfruttamento dei più deboli e dei paesi meno sviluppati. Vide, con disincanto crescente, la situazione di compressione dei diritti cui erano sottoposti i membri della comunità afro-americana, e, al loro fianco, i lavoratori delle classi più disagiate e i nativi americani. Scrisse molto per descrivere le condizioni dei più deboli ed infine, divenuto inviso al governo americano (anche perché divenuto presidente, carica che egli preferiva definire delegado del Partito Rivoluzionario Cubano), venne invitato a lasciare il paese. Un’interessante lettura delle idee da lui maturate sul paese ospitante e sulla miglior forma di governo per la sua patria ci è data da John M. Kirk, storico contemporaneo dell’America Latina e di Cuba in particolare. Accanto ad una partecipata ammirazione per certi aspetti dell’economia statunitense, che vedeva un alacre e produttivo lavoro specialmente in campo commerciale ed imprenditoriale (cosa che mancava, secondo José Martí, nella vecchia Europa e nell’America Latina) ed una precisa e funzionale formazione tecnica delle classi medie della borghesia, l’autore cubano era ben conscio delle impietose storture della struttura economica capitalista. La critica del modello nord americano in generale e statunitense in particolare venne pronunciata in special modo dalle colonne dei suoi interventi sul giornale “The Hour” che gli commissionò una rubrica dal titolo Impressioni dell’America (descritta da un ispanico molto spontaneo) (titolo originale: Impressions of America (by a very fresh Spaniard)). Le principali pronunce di condanna vennero avverso la classe dirigente (economica e politica) e il nascente imperialismo degli Stati Uniti, in special modo della classe dirigente economica per un’ovvia “finestra di opportunità” sullo sfruttamento dei paesi meno sviluppati. Siamo negli anni immediatamente successivi alle esplicite dichiarazioni della dottrina Monroe (1823) che metteva sotto gli occhi di tutti la volontà di intervento degli USA nella politica internazionale delle Americhe quanto di isolazionismo dal vecchio continente.

Egli ebbe occasione di rappresentare le proprie idee anche sul panorama internazionale scrivendo come inviato speciale della Conferenza Interamericana del 1889-1890 a Washington e riaffermò la convinzione di positività del messaggio generale di un’embrionale organizzazione internazionale al di là del passato coloniale, purché si svolgesse, grazie all’incessante lavoro dei migliori diplomatici, alla debita distanza dalle grinfie di Washington. A seguito della Conferenza parlando a un suo amico assicurò: <<Il campo è libero, alla fine libero, libero e nelle migliori condizioni possibili per preparare, se lo vogliamo, la rivoluzione a Cuba!>>

Nel 1891 i tempi per l’inizio della fase più cruenta del suo attivismo rivoluzionario vennero: egli diede le dimissioni da vari incarichi istituzionali con i consolati sudamericani che aveva assunto, smise di collaborare con i giornali e di scrivere ed iniziò a preparare la guerra d’indipendenza della sua patria. Venne lasciato dalla compagna che si allontanò portando con sé il figlio. Nel 1895, dopo anni di preparativi s’intravide finalmente la risorsa decisiva nell’appoggio di un altro rivoluzionario reduce dalla guerra di liberazione cubana del 1879-1880 (anche detta la “piccola guerra”): Maximo Gomez.

Al contempo Martí diede l’ordine di insurrezione generale ai militanti del proprio partito e ai simpatizzanti sul territorio cubano e tentò di importare dalla Florida le armi e gli altri militanti procurati da Gomez.

Ma Spagna e Stati Uniti seppero unirsi nel momento di soffocare la rivoluzione e così il 12 gennaio le autorità degli Stati Uniti, avvertite, perquisirono i tre battelli di Gomez in partenza e li sequestrarono insieme alle armi. I Rivoluzionari decisero di proseguire nella loro disperata azione e, giunto a Cuba José Martí trovò la morte in combattimento contro le preponderanti forze spagnole il 19 maggio 1895. La guerra era destinata a durare sino al 1898, trasformata in guerra imperialista ispano-americana e terminata con l’imposizione del giogo degli USA. Cuba invece avrebbe dovuto attendere molto di più per veder trionfare il proprio popolo e parte degli ideali del filosofo e poeta José Martí contro l’imperialismo.

 

 

 

(Fonte immagine di sfondo: http://it.cubadebate.cu/notizie/2015/05/25/marti-precursore-dellantimperialista-latino-caraibico/)

Francesco Valacchi

Nato nel 1980 a Siena, vive a Livorno. Laureato in Scienze strategiche a Torino e Studi internazionali a Pisa si è poi dottorato in Scienze politiche con specializzazione in Geopolitica a Pisa nel 2018. Si occupa di geopolitica, geoeconomia e International Political Economy con particolare riguardo all’area asiatica. Ha pubblicato la monografia: "Le Federally Administered Tribal Areas: Storia e futuro dell’estremismo islamico in Pakistan e Afghanistan"; è collaboratore di riviste come “Affarinternazionali” e dell’Istituto di Alti studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, ha pubblicato sulla rivista "RISE" del Torino World Affairs Institute.

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