Invasioni barbariche: il colpo di grazia a un impero in crisi

Nel IV secolo d.C., la vasta ed eterogenea congerie di popoli che transitava, più o meno regolarmente, oltre i confini dell’Impero iniziò ad agitarsi. I due limes fissati da secoli, ossia i fiumi Reno e Danubio, a est, e i valli a nord della Britannia, divennero teatro di scontri sempre più frequenti tra legionari e barbari. La causa di questo caos veniva da lontano. Verso il 376, gli Unni avevano varcato il Volga e il Don e spinto le tribù delle steppe a muoversi verso Occidente.

Si innescò così un “effetto domino” che investì una moltitudine di popoli, facendoli riversare a ondate verso Ovest. Le conseguenze furono incalcolabili: pochi decenni ancora e il vecchio Impero Romano, incapace di far fronte all’emergenza, si sgretolò. Sulle sue ceneri nacquero i regni romano- barbarici, che aprirono le porte al Medioevo. L’avvento dei “barbari” in Europa ebbe un impatto fortissimo sulle strutture sociali, economiche e politiche del mondo antico. Esiste un dibattito aperto che divide gli studiosi: i barbari hanno davvero prodotto una frattura insanabile nella civiltà romana? Oppure, dato che molti di essi intrattenevano da tempo rapporti con l’Impero, si inserirono in un contesto che già conoscevano, senza provocare particolari traumi, come parte di un semplice processo di transizione storica?

Il dato archeologico, soprattutto per quanto riguarda gli insediamenti in Italia, mostra chiaramente che gli invasori (Goti e Longobardi) trovarono al loro arrivo un sistema in crisi. Le antiche villae, le aziende agricole su cui si basava l’economia romana, erano in gran parte abbandonate. Molti villaggi scomparvero, i castelli viceversa conobbero una grande espansione, così come gli insediamenti in altura a scopo difensivo. Se le élite si stabilirono nelle città, svuotate e decadute rispetto agli splendidi centri di età imperiale, il resto del territorio si rivestì di capanne o edifici modesti; l’agricoltura crollò e fu sostituita dall’allevamento, con enormi ripercussioni sullo stile di vita quotidiano. La rottura dunque ci fu, ma è innegabile che il rapporto dei barbari con Roma fu ambivalente: da un lato essi combattevano l’espansionismo imperiale, dall’altro ammiravano una civiltà che percepivano come superiore, al punto da tentare di imitarla.

Lo dimostrano le tombe aristocratiche del III-IV secolo del nord della Germania, ricche di status symbol romani come i bratteati (monili a disco d’oro ottenuti appiattendo le monete imperiali). Il re ostrogoto Teodorico, educato a Costantinopoli, portò a Ravenna le suggestioni del mondo classico assimilate in gioventù e volle farsi rappresentare come un imperatore, edificando palazzi degni della classicità romana. E il re dei Franchi Childerico si fece seppellire come un capo barbaro, con armi e cavalli, ma volle anche essere rivestito di porpora e avere accanto le insegne ricevute dall’imperatore. Tale ammirazione non fece sì che i barbari perdessero del tutto i loro tratti originali. L’artigianato, per esempio, pur confrontandosi con tecniche e mode in uso nell’Impero, mantenne un proprio stile, che fu determinante per lo sviluppo del romanico e del gotico: i motivi vegetali e geometrici intrecciati, i mostri e le teste stilizzate barbariche forgiarono il nuovo immaginario artistico europeo. Il processo di acculturazione non trasformò i barbari in Romani, né viceversa: fu uno scambio dovuto alla convivenza, e da questa sintesi di culture nacque l’Europa medievale e moderna.

Guglielmo Duccoli

Guglielmo Duccoli

Nato a Milano nel 1963, giornalista pubblicista, ha diretto diversi periodici di divulgazione storica. Attualmente è Senior Editor dei bimestrali «Conoscere la Storia», «Medioevo misterioso», «Civiltà romana» e «Far West Gazette» per conto di Sprea Editori.

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