Ispirata alla Resistenza e fondata da partigiani: Gladio vittima della storia

Office Strategic Service, Special Operations Executive e Resistenza: queste le esperienze ispiratrici di Gladio, network militare e spionistico che per quasi mezzo secolo si è addestrato nell’ombra, in attesa di una invasione nemica da oriente che, poi, non c’è mai stata.  E, proprio nel solco del SOE, ricorreva anche a molte donne, di fatto le prime italiane dell’era repubblicana a prestare un servizio di tipo militare. Le origini di Gladio sono ascrivibili all’immediato dopoguerra quando le frizioni con l’URSS, in seno agli Alleati, sono più forti.

Che la Russia sarebbe stato il nuovo nemico lo si era, d’altronde, compreso presto, almeno dal 1943 quando gli Alleati misero piede per la prima volta nell’Europa occupata dall’Asse. A luglio, infatti, gli anglo-americani sbarcavano in Sicilia, isola che sarebbe caduta da lì a poche settimane. La caduta del fascismo, inoltre, aveva modificato gli equilibri mediterranei e già da settembre (appena dopo l’Armistizio) l’Office Strategic Service si premura di contattare antifascisti italiani vicini a posizioni liberali. Insomma, niente comunisti e socialisti per evitare che, a fine conflitto, possano rivendicare ruoli e prebende. In un memorandum inviato al presidente Franklyn Delano Roosevelt datato 12 ottobre 1943 il direttore dell’Agenzia, William J. Donovan, elenca le disposizioni adottate per l’arruolamento e per l’impiego dei volontari italiani nella Campagna d’Italia: “I gruppi non devono essere politicizzati; l’opposizione al Re e a Badoglio va attentamente evitata; i gruppi sono inseriti in organizzazioni militari guidate da italiani; impiego operativo solo se avallato dal Comandando della 5° Armata”.

Ma in 18 mesi la situazione cambia radicalmente e le formazioni comuniste acquisiscono maggiore peso nella Resistenza italiani, legittimati dalla presenza del Partito Comunista nel Governo Badoglio II. Su indicazione di Mosca, infatti, i comunisti italiani hanno riconosciuto l’autorità della monarchia, mostrandosi determinati a cooperare con le altre forze dell’esecutivo e con USA e Gran Bretagna per porre fine al conflitto nel Paese. Ad aprile 1945, dunque, le formazioni “rosse” rappresentano una fetta consistente del movimento partigiano, seppur non sempre ubbidiente al Comitato Liberazione Nazionale… In Friuli ad esempio le bande comuniste sono passate agli ordini degli sloveni sin dal settembre 1944. Chi ne resta fuori (dissidenti in seno alle “Garibaldi”, bande militari, Brigate Osoppo) è esposto a rischi: esclusi dalla ripartizione del materiale lanciato dagli Alleati, isolamento militare e politico e, in alcuni casi, accusa di “collaborazionismo”. E’ ciò che accade a diciassette osovani di Porzus, frazione di Faedis in provincia di Udine: circondati da aliquote della Divisione “Natisone”, processati sommariamente e giustiziati.

Dall’esperienza di Porzus nasce l’idea di creare, a guerra finita, una rete per monitorare il confine orientale italiano. Promotore ne è il generale Cadorna, già comandante del Corpo Volontari della Libertà, che nel 1946 avalla l’organizzazione della “Osoppo Friuli”. Nel corso del conflitto il Friuli era infatti stato dapprima annesso al Terzo Reich poi, come accennato, rischia di finire nell’orbita jugoslava. E’ dunque un territorio sensibile così nell’aprile 1946 nasce, su base volontaria, una prima organizzazione, la “Osoppo Friuli” che, nel 1947, raggiungerà un organico di circa 4500 membri sotto la nuova denominazione di “3° Corpo Volontari della Libertà”. Fine quello di controllare l’area durante le elezioni del 1948.  Uno scontro a fuoco con le guardie di confine jugoslave porta allo scioglimento dell’unità e alla sua ricostituzione come “O” (Osoppo, nda) che resterà attiva fino al 1956.

La situazione è frattanto cambiata: nel ’54 Trieste torna all’Italia e i compiti di sorveglianza sono esplicati dai reggimenti di fanteria e fanteria alpina d’arresto e dai voli di ricognizione.  Tuttavia, il timore di una potenziale invasione e nello stesso anno nasce Gladio, network d’intelligence comune ad altri membri del Patto Atlantico che si trovano sul limite estremo dell’Alleanza (Germania occidentale, Grecia) o che ne sono ventre molle (Belgio) della NATO. Cambia anche il teatro di operazioni: da una sola regione a tutto il territorio nazionale…

Organizzazione segreta, Gladio è regolamentata (e chiaramente riconosciuta) dallo Stato italiano. Come per la “O” il retaggio culturale è quello della Resistenza, movimento dal quale provengono diversi membri che occupano peraltro posizioni apicali. Già, ma da quale Resistenza? Dalle file liberali, cattoliche, monarchiche e dagli ex badogliani. Altro importante riferimento è il FMC (Fronte Militare Clandestino), prima realtà resistenziale sorta inseguito all’Armistizio e animata dagli ufficiali e dai soldati che non hanno potuto raggiungere il Sud in mano agli Alleati.  Nel corso degli anni non mancheranno ex della Repubblica Sociale Italiana, arruolati tuttavia più per la preparazione militare (fanteria di marina, paracadutisti, operatori di intelligence) che non per le convinzioni ideologiche. Si trattava, comunque, di una organizzazione della Repubblica Italiana…

Il network si addestra per decenni ma non entra in azione. Il socialismo reale russo cade su se stesso, la dissoluzione della Jugoslavia lascia dietro di sé una scia di sangue: conflitti civili durati sino agli inizi del Duemila. Nel luglio 1990 l’esistenza di Gladio diventa di dominio pubblico, insieme al nome dei 622 fra uomini e donne parte della rete. Il sensazionalismo di alcuni media e una lettura, politica, della vicenda Stay behind, alimentano la fantasia popolare, diffondendo l’idea che Gladio sia chiave di lettura per conoscere la verità di casi irrisolti o ammantati dal mistero. O accostata a nuclei eversivi che con la NATO e lo stay-behind nulla avevano a che spartire.

Una successiva inchiesta della magistratura confermerà l’assoluta estraneità di Gladio da vicende di cronaca nera, ma ormai il dado è tratto e l’opera mistificatoria ha lasciato il segno: le accuse di “fascismo” e “stragismo” sono dure a morire. Neanche le parole di una partigiana, agente segreto e Medaglia d’Oro al Valor Militare mutano la percezione sull’esperienza Gladio: il 25 aprile 2005 Paola Del Din ricorda che, pur non avendone fatto parte, non si sente di condannare la Stay behind italiana. Fischiata. Vero che la contestazione arriva da un’ala minoritaria del panorama politico,  ma altrettanto vero è che ancora oggi c’è chi non accetta la verità su un’organizzazione estranea ai crimini che in passato le sono stati contestati.

Marco Petrelli

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e Società (curriculum Storia e Politica internazionale) conseguita all'Università di Roma Tre e una in Storia all'Università di Firenze, è giornalista freelance orientato su temi di esteri, difesa e storia. Reporter embedded segue le attività dei militari italiani in Patria e nelle aree di crisi. Collabora con riviste di settore (BBC History, Aerojournal, Rivista Italiana Difesa, EastWest, Affari Internazionali) e con quotidiani (IlGiornale.it, LiberoQuotidiano.it). È autore di due titoli sull'Aeronautica Nazionale Repubblicana e di un libro (in arrivo) dedicato alla Seconda Guerra Mondiale nei Balcani.

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