La “fuga delle beffe” del tenente Giovanni Corsini

 

Colonna di soldati italiani prigionieri dei britannici (fonte immagine: https://www.warhistoryonline.com/instant-articles/three-italian-prisoners-of-war.html?safari=1)

Febbraio 1943. Africa Sud Orientale. Sulla strada che porta dal Tanganica al Mozambico, il capitano della Britsh Army J. A. Dickson fece fermare la camionetta Chevrolet, su cui viaggiava insieme a un sergente e tre prigionieri italiani, davanti a un posto di blocco britannico.

Chiese pressantemente di essere rifornito in carburante per proseguire il suo viaggio.

Alla risposta negativa di uno degli ufficiali presenti, che adduceva generale scarsità di benzina, l’irascibile capitano Dickson replicò visibilmente irritato che lui apparteneva alla Sezione Investigazioni Criminali e doveva assolutamente portare a termine la sua missione riservata.

L’ufficiale allora, intimorito da tanta determinazione e volendo evitare possibili “problemi” con i suoi superiori, gli fece portare alcune taniche di benzina.

Nessuno poteva sospettare che quel capitano, col suo inglese “oxfordiano”, il suo aspetto tipicamente britannico, in realtà era un ufficiale dell’esercito italiano in fuga!

Si trattava, in effetti, del tenente Giovanni Vanni Corsini, che era scappato, accompagnato da quattro compagni d’avventura, da un campo di prigionia in Kenya e stava tentando di raggiungere il neutrale Mozambico, allora colonia portoghese. 

Corsini fu il protagonista di una delle evasioni più sorprendenti e spettacolari della Seconda Guerra Mondiale.

Nato a Firenze nel 1911, Giovanni apparteneva a una delle più grandi famiglie aristocratiche della Toscana. Ricevette un’educazione cosmopolita, imparò alla perfezione l’inglese e il francese, viaggiò molto.

Se ne andò per qualche tempo anche in Cina, con una borsa di studio vinta dopo una regolare selezione. Fu quindi richiamato sotto le armi e prestò servizio nel Corpo degli Alpini.

Scoppiata nel 1936 la guerra in Etiopia, chiese di parteciparvi. Il sorteggio però non gli fu favorevole. 

Dopo la conquista del regno di Hailé Selassié, Mussolini avviò la modernizzazione del paese, promuovendo ingenti investimenti per la costruzione delle infrastrutture di base: strade, ospedali, scuole, edifici pubblici ecc. Per realizzare questi progetti imperiali favorì l’emigrazione italiana in Etiopia.

Tra questi “emigranti” ci fu anche Giovanni Corsini, sempre alla ricerca di nuovi orizzonti in cui evolvere. Ad Addis Abeba fondò la SAILE (Società Italiana Anonima Legnami), che in pochi anni diventò la più importante impresa del settore, dando lavoro a migliaia di etiopi e costruendo segherie, depositi, infrastrutture varie e centinaia di chilometri di piste forestali. 

Tutto insomma andava per il meglio. Ma tutto cambiò il 10 giugno 1940, quando l’Italia dichiarò guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.  Corsini, come tutti gli uomini sotto i 55 anni, fu richiamato alle armi e integrato col grado di ufficiale nelle truppe poste a difesa dell’AOI (Africa Orientale Italiana).

Qualche mese dopo, le forze britanniche avviarono la campagna tesa a prendere il controllo dei possedimenti italiani: Etiopia, Eritrea, Somalia.

I nostri militari, isolati dalla madre patria, senza più rifornimenti e con mezzi insufficienti, non resistettero a lungo e finirono per capitolare. Il 6 aprile 1941 gli inglesi entrarono in Addis Abeba, rimettendo Hailé Selassié al suo posto.

I soldati e molti dei civili che vivevano nella oramai ex colonia furono richiusi in campi di detenzione. Non c’erano però strutture adeguate per accogliere più di 100.000 prigionieri di guerra. Una buona parte di conseguenza fu dirottata verso i centri della Somalia britannica e dell’India. 

Giovanni Corsini fu rinchiuso in un centro appunto situato nella Somalia britannica. Appena arrivato tuttavia Giovanni, animato da un forte e costante desiderio di tornare in patria e di continuare la lotta, cominciò a pensare alla possibilità di fuggire, considerata la vicinanza della Somalia francese, in quel momento neutrale avendo aderito al governo di Vichy. 

Per centrare l’obiettivo Corsini contava molto sul suo aspetto fisico, che niente aveva di mediterraneo. Alto, biondo, occhi azzurri, aspetto alquanto snob, con un inglese perfetto, era sicuro che sarebbe facilmente passato per un ufficiale di Sua Maestà Britannica!

Se solo avesse avuto un’uniforme. Si mise quindi a ricercarne una, mentre confezionava artigianalmente le stellette da ufficiale.

Ma i suoi movimenti attirarono l’attenzione di uno dei suoi guardiani che, alla fine, intuì che c’era qualcosa sotto. Capì che Corsini stava preparando la fuga. Malgrado non avesse capito quando e come sarebbe potuto evadere, decise di spedirlo in un centro di detenzione da cui la fuga era pressoché impossibile: il campo POW (Prisoners of War) a Eldoret in Kenya, 320 chilometri al Nord Ovest di Nairobi.

Qui gli inglesi non sottoponevano gli internati a un’intensa vigilanza. Non era necessario! C’erano pochissime chance di riuscire a fuggire, dovendo l’eventuale transfuga percorrere centinaia di chilometri attraverso una natura selvaggia e ostile. La fame, la sete, gli animali feroci, avrebbero in ogni caso avuto ragione di spericolati fuggitivi. 

Circostanze queste che avrebbero scoraggiato chiunque, ma non Giovanni Corsini, che cominciò ad elaborare la sua exit strategy dal campo di Elodoret insieme ai tenenti Franco Tonelli e Mario Bonioli, il capitano Amedeo Marsaglia e l’allievo ufficiale Girolamo Nucci.

Dopo aver esaminato con i suoi quattro compagni di fuga diverse opzioni, arrivò alla conclusione che c’era un solo modo: impossessarsi di un veicolo per arrivare alla frontiera mozambicana.

La difficoltà però era doppia: individuare una camionetta in discreto stato di manutenzione e procurarsi sufficiente quantità di benzina. Il che non era affatto scontato. L’uso del carburante era strettamente limitato e controllato dai britannici. Al prigioniero italiano, che doveva spostarsi per motivi di lavoro con un veicolo, gli si dava solo la quantità di benzina necessaria per andare e tornare dal luogo previsto.

Tuttavia gli amici di Corsini avevano escogitato il metodo di recuperare piccole quantità di carburante a ogni spostamento, difficili da verificare, che conservavano poi in luoghi impensabili (una fossa nel cimitero), dove poco a poco formarono una piccola riserva, adeguata almeno per la prima parte di quello che sarebbe stato il loro viaggio verso la libertà.

C’erano poi i documenti falsi da produrre. Come fare? Corsini pensò che in definitiva non ve n’era bisogno! La sua riconosciuta abilità nel sembrare un tipico ufficiale britannico lo avrebbe esentato dalla formalità di presentare carte di riconoscimento. Ben pensato, ma molto rischioso. In tempo di guerra l’utilizzo di un’uniforme nemica era un reato passibile della pena capitale.

Altra difficoltà: se Corsini si calava facilmente nei panni del captain J. A. Dikson, che impersonava alla perfezione con la sua divisa confezionata di nascosto e le mostrine che si era procurato chissà come, gli altri quattro fuggitivi del gruppo come avrebbero fatto per non farsi riconoscere? Il problema fu così risolto: Corsini sarebbe stato accompagnato da un sergente “inglese” (che però non doveva parlare) e gli altri tre sarebbero stati prigionieri italiani in trasferta e quindi non dovevano recitare alcuna parte! 

Il piano di fuga poi si rivelò particolarmente astuto, una trappola nella quale gli inglesi sarebbero quasi sicuramente caduti. La prima reazione dei britannici sarebbe stata senza dubbio inseguire i fuggitivi sulla strada più ovvia, quella cioè che portava verso la frontiera mozambicana. In questo caso i transfughi sarebbero stati presto riacciuffati. 

Il tenente italiano allora pensò che sarebbe stato preferibile dirigersi lì dove gli inglesi proprio non l’aspettavano, cioè Nairobi stessa! Qui il gruppo si sarebbe riorganizzato, si sarebbe procurato un’auto più veloce e sarebbe partito per il Mozambico proprio quando gli inseguitori – constatato finalmente l’inganno – avrebbero cominciato a cercarlo a Nairobi! 

Altra geniale sfrontatezza. Dove si sarebbero nascosti nella capitale kenyota durante i giorni necessari per procurarsi benzina, carte stradali e un’auto più veloce? Ma nel posto più improbabile che si possa immaginare: tra i prigionieri di guerra della città, facendosi passare per degli internati del centro di Nairobi. Nessuno li avrebbe cercati lì, nessuno poteva immaginare che il gruppo fuggiva da un campo di prigionia per integrarne un altro! Così Corsini trasmise un messaggio segreto agli italiani internati a Nairobi, avvisandoli del suo arrivo e pregandoli di aiutarlo ad acquisire una nuova camionetta e la benzina necessaria.

 Finalmente arrivò il grande giorno!

Il 10 febbraio 1943, approfittando della consueta uscita dal campo per recarsi nel luogo di lavoro, i cinque fuggitivi si appropriarono del vecchio camion su cui viaggiavano e, utilizzando la riserva di carburante messa da parte nelle settimane precedenti, si diressero dritti verso Nairobi. Lì, come avevano previsto, abbandonarono il vecchio e malandato veicolo, che non avrebbe certo resistito a un percorso lungo 2800 chilometri, si cambiarono di vestiti e si integrarono nel campo prigionieri della città. Ebbero però subito una sgradita sorpresa. Niente di quanto avevano chiesto era stato conseguito. Dovettero così attendere 21 giorni. Gli inglesi intanto avevano cominciato a cercarli a Nairobi. Ma i cinque si sentivano tranquilli. Nessuno li avrebbe cercati in un centro di detenzione britannico!

Finalmente, grazie alla patriottica collaborazione di altri prigionieri, i fuggitivi riuscirono a procurarsi una camionetta Chevrolet apparentemente in buono stato e a iniziare il lungo percorso attraverso il territorio nemico. 

I fuggitivi insomma riuscirono ad evitare tutti i controlli in territorio kenyota, arrivando fino alla frontiera con il Tanganica, altro territorio controllato dai britannici. Mancavano ancora 2000 chilometri all’agognato confine col Mozambico. I cinque sapevano che d’ora in poi avrebbero potuto contare solo su se stessi: in Tanganica non c’erano centri di detenzione per prigionieri di guerra. 

Così Corsini dovette far prova di tutte le sue doti di persuasione di “ufficiale britannico” per procurarsi la benzina.

Come quando, nell’episodio citato all’inizio, si fece passare, con incredibile faccia tosta e maneggiando il frustino con la naturalezza di chi ha l’abitudine al comando, per un ufficiale della Sezione Investigazioni Criminali in missione segreta. 

Viaggio insomma pieno d’imprevisti, difficoltà e anche di situazioni per certi aspetti paradossali. Una volta, un sergente kenyota che trasferiva tre detenuti comuni, chiese a Corsini un passaggio sulla sua camionetta, visto che anche lui era diretto a Sud. Non c’era nessun problema.

Gli italiani ospitarono volentieri i kenyoti, condividendo pure con loro le provviste di viaggio.

Arrivati a destinazione, il militare africano si profuse in ringraziamenti e segni di riconoscenza, pensando di aver beneficiato delle attenzioni di un cortesissimo ufficiale britannico.

Dopo una settimana di lento e difficoltoso percorso, i fuggitivi si trovarono a 40 chilometri dalla frontiera mozambicana. Era quasi fatta. Ma improvvisamente, al termine di una stretta curva, gli italiani si trovarono di fronte una colonna dell’esercito britannico, ferma sul lato della strada. 

Impossibile fare marcia indietro senza suscitare sospetti. Bisognava quindi proseguire ad ogni costo, con il rischio che l’ufficiale a capo della colonna volesse magari parlare con Corsini e chiedergli la natura del suo viaggio in una zona così vicino alla frontiera.

La fortuna, tuttavia, aiutò gli audaci italiani anche questa volta. Il capo della colonna si limitò a salutare militarmente Corsini mentre questi, sempre sicuro di sé e con piglio britannico, avanzava col suo veicolo e non gli rivolse alcuna domanda. 

Dopo poche ore i fuggitivi arrivarono al posto di frontiera, l’ultimo ostacolo. Qui Corsini si fermò, scese dal veicolo e si diresse con nonchalance verso il comandante del posto come se volesse parlargli e spiegargli la situazione, mostrando peraltro di non avere alcuna fretta.

Mappa dei POW britannici nell’Africa orientale (fonte immagine: https://www.warhistoryonline.com/instant-articles/three-italian-prisoners-of-war.html?safari=1)

L’ufficiale nel frattempo aveva già alzato la barriera pensando che la verifica sarebbe durata pochi minuti. Si trattava in fin dei conti di un collega. Non era affatto sospettoso. A quel punto, con un improvviso e atletico salto, Corsini rientrò nel veicolo gridando all’autista di spingere l’acceleratore a fondo.

Quando il comandante realizzò cos’era successo e volle reagire, i cinque italiani si trovavano già in territorio mozambicano. Erano infine liberi! 

Il finto ufficiale abbandonò subito l’uniforme e le insegne britanniche: lo spettacolo era finito. La rappresentazione aveva avuto successo!

Arrivati nella città di Teté, i cinque si presentarono alle autorità portoghesi, raccontando la loro fuga. E per dare maggiore credibilità al racconto, il tenente italiano disse di essere “il principe Corsini”, anche se, in realtà, il titolo era andato a suo fratello maggiore.

Voleva impressionarli un po’ per accelerare le pratiche burocratiche. Ma non era necessario. Grazie all’intervento del nostro console Umberto Campini, i cinque ottennero subito un permesso di residenza e andarono a vivere a Lorenço Marques, la capitale, con l’obbligo di presentarsi ogni giorno a un posto di polizia..

I cinque però scalpitavano. Volevano rientrare in Italia e continuare la lotta. Ma dovettero rassegnarsi. A Roma i tragici eventi del 1943 avevano creato il caos e le autorità avevano altro a cui pensare che facilitare il rimpatrio di quei cinque fedeli soldati. Così Corsini e i suoi compagni dovettero rimanere nella colonia portoghese fino alla fine della guerra.

La sua rocambolesca fuga fu raccontata nel 1970 dal Corriere della Sera in un reportage ripreso anche da agenzie di stampa straniere. In un’intervista allo stesso giornale, Corsini dichiarò:“In realtà l’avventura non fu così importante. Divertente certamente sì. Soprattutto per le risate che ci facemmo delle beffe inflitte agli inglesi”. Ma poi aggiunse sconsolato “ …quelle risate mi resero ancora più amaro il sapore della sconfitta, erano l’applauso a una troupe di valorosi saltimbanchi al termine di uno spettacolo, la costatazione che tutto terminava lì, che l’Italia andava verso la catastrofe e che avevamo sognato invano”.

 

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(Immagine di sfondo: foto di gruppo di prigionieri italiani in Kenya, 1943 circa. Fonte immagine: qui)

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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