La guerra al tempo dei faraoni: come combattevano gli Egizi?

Gli eserciti dei periodi più arcaici, in Egitto, erano costituiti da un semplice insieme di contadini reclutati come lavoro di corvée e condotti a combattere in modo elementare. L’addestramento era semplice e verteva soprattutto nella lotta corpo a corpo. Fin dall’età più antica però sono attestate le guerre di assedio, che evidentemente richiedevano personale più specializzato, per quanto gli strumenti ossidionali non fossero certo “macchine” intese in senso moderno: l’iconografia riporta infatti arieti rudimentali o addirittura semplici aratri.

Nel Medio Regno l’esercito venne organizzato, soprattutto dal faraone Sesostri in vista delle sue campagne militari, in maniera più avanzata sia dal punto di vista logistico che tattico. Le truppe vennero spostate lontane dai loro territori di residenza, nacque una gerarchia di ufficiali, e probabilmente si procedette a un addestramento più avanzato. La tattica di base restò però incentrata su unità concentrate e compatte di fanteria pesante, supportate da arcieri e mercenari.

L’introduzione del carro da guerra nel XVI secolo a.C. inserisce un elemento rivoluzionario sul campo di battaglia. Gli egiziani svilupparono il carro nella direzione della mobilità e della velocità, alleggerendolo e riducendo l’equipaggio al minimo. Presto esso diventò il perno dello schieramento e della strategia egiziana (ma anche dei rivali). Il modo esatto in cui venivano impiegati i carri in combattimento è controverso: pare comunque che gli egizi lo impiegassero soprattutto come piattaforma mobile per il tiro degli arcieri. I carri però venivano anche lanciati alla carica contro formazioni di altri carri o contro le fanterie nemiche, anche se è improbabile che si sia trattato di cariche di sfondamento pure e semplici.

È invece verosimile che dopo aver sfrondato le linee nemiche con il ripetuto lancio di frecce, le formazioni di carri si scagliassero contro i punti più deboli per provocarne la rottura. È anche probabile che il carro fosse utilizzato come arma in sé, vale a dire come strumento per investire e travolgere i nemici, costituendo nel contempo una minaccia psicologica: il solo timore di essere investiti poteva infatti essere più che sufficiente a indurre alla fuga i soldati. I carri a loro volta erano accompagnati da fanteria leggera che li proteggeva, mentre verosimilmente la fanteria pesante li seguiva penetrando poi nelle aperture da essi create nello schieramento avversario.

 

Immagine via commons.wikimedia.org, autore Roderick Dailey

Osvaldo Baldacci

Osvaldo Baldacci

Nato nel 1972 a Roma, dove vive e lavora, giornalista professionista, laureato in Lettere-Archeologia presso l’Università La Sapienza di Roma, scrive da vent’anni sulla stampa quotidiana, è analista di geopolitica, collabora con riviste di divulgazione soprattutto storica. La storia è la sua passione totalizzante, da sempre.

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