La “maledizione di Tanis”: quelle scoperte ingiustamente “dimenticate”

Se si accenna alla scoperta della tomba di Tutankhamon, anche i meno esperti in egittologia sanno di che si parla: un tesoro favoloso e una terribile maledizione. Ma se accade di nominare Tanis si susciteranno espressioni perplesse. Perché il rinvenimento di ben tre sepolture faraoniche e di un corredo funebre che rivaleggia per ricchezza artistica e materiale con quella del “Re fanciullo”, è ricordato solo da studiosi e appassionati?

“Colpevole” è l’epoca in cui avvenne. La scoperta effettuata da Howard Carter nella Valle dei Re si situa a ridosso della fine della Prima Guerra Mondiale, nel pieno della rinascita animata dalla voglia di lasciarsi lutti e distruzioni alle spalle. Inevitabile che questa avventura condita di esotismo, favolose ricchezze e maledizioni mortali irrompesse sulle prime pagine dei giornali e nella fantasia della gente dei ceti sociali più disparati. Gli scavi di Tanis hanno luogo invece nel triste decennio 1936/1946, lontano dalle luci mondane di Luxor, lungo uno dei rami del Delta nilotico.

Individuato dalla spedizione di Bonaparte e registrato nella Description de l’Egypte, questo cumulo di rovine formante una collina artificiale di circa 400 ettari era stato esplorato in precedenza solo parzialmente e a fasi alterne, ma gli scavi furono sospesi attorno al 1904, dopo averne riportato un discreto “bottino” di statue e sfingi. Per una ricerca più approfondita bisognerà attendere altri vent’anni e l’arrivo di un archeologo di nome Pierre Montet.

Nato nel 1885 a Villefranche-sur-Saône, discepolo di Victor Loret e professore dell’Università di Strasburgo, nel 1920 Montet diede inizio a una campagna di scavi a Biblo. Era questo il porto dal quale, in epoca faraonica, transitava il prezioso legno di cedro del Libano, utilizzato in architettura e nell’arredamento. In quattro anni Montet portò alla luce reperti confermanti l’autenticità del sito e la presenza contemporanea delle culture egizia ed ebraica, il che lo spinse a ulteriori ricerche che potessero avvalorare le sue teorie e il suo “sogno”. Così come Carter e Carnarvon avevano perseverato nella ricerca di Tutankhamon per quasi diciassette anni, anche Montet mirava a un preciso obiettivo.

La “maledizione di Tanis”: la convinzione di Montet

Appassionato delle storie bibliche, riteneva che Tanis fosse l’antica Avaris, capitale fondata dagli invasori Hyksos attorno al 1750 a.C., in seguito divenuta Per-Ramesse, la città dove gli Ebrei erano tenuti schiavi dal faraone Ramses II. A Tanis aveva inoltre regnato il fondatore della XXII dinastia, Sheshonk I, imputato del saccheggio del tempio di Gerusalemme, come riportato nel Libro dei Re e nelle Cronache. Poteva, sotto quel cumulo di rovine, trovarsi il tesoro di Salomone, insieme al suo “pezzo” più prezioso, l’Arca dell’Alleanza? Spinto da questo sogno, nel 1928 Montet dà inizio alla sua prima campagna di scavi; alla quale dovranno seguirne altre dieci prima che la ricerca offra dei risultati.

Nel 1936, l’équipe di archeologi concentrò gli sforzi nel sito che appariva più promettente, il recinto del grande tempio. Quasi contemporaneamente iniziava la guerra civile spagnola, preludio al conflitto che di lì a poco avrebbe per la seconda volta coinvolto il mondo intero. Tre anni più tardi, il 27 febbraio 1939, Montet penetra nella tomba del faraone Osorkon II, già violata nell’antichità. Ma non è che l’inizio. Il 18 marzo, a venire alla luce è quella che si ritenne essere l’ultima dimora di Psusennes; al suo interno, però, viene ritrovato il sarcofago di Sheshonk: è intatto, ma nel frattempo la situazione internazionale si fa più tesa. Due giorni prima le armate tedesche sono penetrate in territorio cecoslovacco. Il 21 marzo Montet apre il sarcofago alla presenza del re d’Egitto Faruk, ma inizia il caldo primaverile e la campagna di scavi deve concludersi.

Il 15 gennaio del 1940, nel complesso tombale di Osorkon II viene rinvenuto il sarcofago di un principe di nome Hornakht, purtroppo violato anch’esso. Ciò nonostante, è ancora presente un ricco corredo funebre, quasi che i ladri dell’antichità si fossero limitati ad asportare gli oggetti più piccoli e preziosi. Un mese dopo, è la volta della tomba di Psusennes. Inviolata. Una settimana più tardi, di nuovo presente re Faruk, si procede all’apertura, portando alla luce un sarcofago di granito che ne contiene al suo interno un altro, sempre di pietra. Il terzo, invece, è interamente in argento; mentre il corredo funerario, in oro puro, rivaleggia per ricchezza e bellezza con quello di Tutankhamon.

La “maledizione di Tanis”: un ritrovamento liquidato con un trafiletto

Questa scoperta, nonostante la sua eccezionalità, sembra non suscitare alcun interesse, neppure in Francia, dove il quotidiano Le Temps le dedica appena un breve trafiletto, mentre i titoli vertono tutti sul discorso tenuto da Hitler nell’anniversario della fondazione del partito nazionalsocialista.

Ma la tomba di Psusennes ha in serbo altre sorprese. Attigua a essa si trova infatti quella di Amenemope, un faraone della XXI dinastia. Il tempo stringe, agli archeologi viene richiesto di rientrare in patria. Così, ai primi di maggio, i preziosi manufatti rinvenuti nelle sepolture vengono trasportati al Cairo ed esposti nel Museo Egizio. La Seconda Guerra Mondiale paralizza le ricerche fino al 1945, quando Montet può finalmente far ritorno in Egitto e dare inizio alla tredicesima campagna di scavi, mentre il mondo attraversa i momenti più tragici che segnano l’ultimo periodo del conflitto: la battaglia di Berlino, la realtà dei campi di concentramento rivelata in tutto il suo orrore, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Grazie ai sondaggi effettuati dall’architetto Alexandre Lèzine, nel febbraio 1946 Montet rinviene un’altra sepoltura intatta, nella quale si trova la mummia del generale Undjebundjed. Si tratta della quinta tomba ricca di tesori, ma ancora una volta il ritrovamento non ottiene che una scarna menzione su Le Monde. Intanto, al Cairo scoppiano disordini e sommosse, e Tanis sembra aver ormai regalato al mondo tutte le sue meraviglie: 250 pezzi di raffinata oreficeria, 22 oggetti di argenteria di cui due sarcofagi quasi intatti, 4 maschere d’oro e splendido vasellame.

Fino alla sua morte avvenuta nel 1966, Pierre Montet continuò a pubblicare libri e articoli dedicati agli scavi nel Delta, ma invano: la sua avventura resterà materia per gli addetti ai lavori e gli appassionati, senza mai suscitare sensazione nel vasto pubblico. Persino nel Museo Egizio del Cairo, i pregevoli tesori sono modestamente relegati in una stanzetta attigua a quelle che ospitano lo sgargiante corredo funebre di Tutankhamon, sul quale si focalizza tutta l’attenzione dei visitatori. Curioso destino, che ha portato gli egittologi a definire la vicenda come “La maledizione di Tanis”.

Gloria Barberi

Gloria Barberi

Gloria Barberi nasce a Camogli (GE) il 6/9/1955. Dopo un periodo trascorso a scrivere di musica per le riviste Best e Nuovo Sound, all’inizio degli anni ’80 si dedica alla letteratura fantasy e fantascientifica e collabora alla trasmissione radiofonica “Galactica” di Radio Time di Scandicci. Ha all’attivo pubblicazioni su numerose riviste e periodici: The Dark Side, Gli occhi di Medusa, Diesel, Shining, Yorick, Lore, Urania Millemondi, L’Eternauta, La Gazzetta del Mezzogiorno, Cosmopolitan, Inchiostro, Antarés, e le antologie “Fantàsia” e “Horror Erotico” di Stampa Alternativa. Presente anche in diverse antologie di autori vari edite da Il Cerchio (Rimini), a seguito di vittorie e piazzamenti al Premio San Marino e autrice di due antologie personali. Da qualche anno si occupa di teatro.

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