La moneta nel Medioevo: un prodotto di bassa lega

Più larghe e sottili di quelle romane, raramente in oro a causa della scarsa disponibilità del metallo prezioso, e spesso di conio rozzo: è la fotografia delle monete medievali. Nonostante gli scadenti risultati, le tecniche di produzione non differiscono da quelle dei Romani e si affidano alla forza muscolare e alla perizia dell’uomo, in un processo artigianale. Sigilli e medaglie antiche che raffigurano monetieri (gli addetti al conio) al lavoro testimoniano come la scena della “battitura” resti sostanzialmente la stessa: nella Paestum dell’età di Augusto, in una zecca merovingia del VI secolo e in una italiana del Trecento si continua a operare allo stesso modo, imprimendo il disegno sulla moneta per mezzo di una mazza.

La moneta nel Medioevo: come funzionavano le zecche

Il collasso dell’Impero Romano d’Occidente non sconvolge la circolazione monetaria, sempre saldamente ancorata al solido aureo romano e al suo sottomultiplo, il tremisse. Ma lo sprofondo economico dell’alto Medioevo comporta la drastica diminuzione degli scambi, e quindi dell’uso del contante, con un ritorno massiccio al baratto. Eppure, nell’Europa dei regni barbarici, le zecche si moltiplicano e con esse le monete, sulle quali spicca l’effigie del sovrano di turno, o perlomeno il suo nome. Che siano piccole officine o grandi stabilimenti, le zecche medievali, proprio come quelle antiche, affacciano su un cortile interno, dove vengono smaltiti i vapori e le esalazioni della lavorazione metallurgica; per lo stesso motivo sono ubicate vicino a un corso d’acqua. Sul cortile si aprono una serie di locali dove, sommando le capacità del fabbro a quelle dell’orafo, avvengono le diverse fasi del conio, dalla fusione alla battitura.

Gli artigiani utilizzano strumenti invariati da secoli: il metallo, una fucina, l’incudine, il martello. Il lavoro comincia dalla produzione del conio, ossia il disco di metallo (in ferro o, più spesso, in bronzo) che riporta, in cavo, la figurazione che si vuole riprodurre sulla moneta. Si tratta di un’operazione eseguita da un incisore professionista, se non da un vero e proprio orafo, come avviene nelle zecche del periodo longobardo. Il conio può essere preparato attraverso l’uso di un punzone, con un notevole risparmio di tempo e di lavoro, perché con lo stesso prodotto sarà possibile incidere più coni e moltiplicare la capacità produttiva.

A questo punto il tondello monetale, fuso nella lega prescelta e ribattuto dagli operai perché coincida con lo spessore e il diametro previsto, è pronto per essere trasformato in moneta con un solo colpo di mazza. Fissato tra il conio d’incudine (quello inferiore, incastrato appunto nell’incudine) e quello superiore (detto “di martello”), il tondello battuto riporta in rilievo l’effigie e la dicitura impressa dai due coni. Lo scarso spessore delle monete fa sì che l’operazione possa essere eseguita anche da un solo artigiano, che con la sinistra tiene ferma l’incudine e con la destra imbraccia la mazza. Ma se la tecnica è la stessa dei monetieri di Roma antica, il risultato è decisamente più scadente.

La moneta nel Medioevo: la mancanza di un’autorità centrale

Nell’alto Medioevo, le belle monete pesanti e a forte rilievo scompaiono per lasciare spazio a lastrine sottili, dai disegni poco marcati. I coni vengono limati per poter essere di nuovo incisi e talvolta riportano sulla moneta i segni dell’abrasione; i punzoni lasciano bugne e imperfezioni, mentre in altre monete si nota un rigonfiamento centrale in coincidenza con il foro praticato dall’incisore per segnare il conio con un compasso.

I tondelli metallici, inoltre, vengono battuti e ribattuti per ridurli in fogli sottili. È il segno di un progressivo svilimento della tecnica di conio, dovuto all’indebolimento dell’autorità centrale e alla proliferazione di zecche non più sottoposte a un rigido controllo di qualità, come invece avveniva a Roma antica. I potenti locali, sia laici che ecclesiastici, sgomitano per ottenere l’autorizzazione imperiale a battere moneta in proprio. Troppo grande è il prestigio in termini politici che se ne ricava, ed enorme il gettito economico, soprattutto se nessuno vigila sulla bontà della lega usata in fusione.

Così, le monete decadono a misere piastrine, nel tempo sempre più povere di metallo prezioso, mentre le autorità locali ingrassano, obbligando i sudditi a cambiare “alla pari” la moneta vecchia, più ricca d’argento, con quella nuova e impoverita. Ma il gioco dura poco. Invece di cambiarle con quelle nuove, la gente preferisce accumulare le vecchie monete per il loro valore intrinseco, e la svalutazione dei nuovi coni produce devastanti effetti inflattivi in tutta Europa.

La moneta nel Medioevo: con l’età comunale un prodotto migliore

Questa situazione confusa si protrae fin dopo l’anno Mille, quando in Italia crescono impetuose le economie di centri come Genova, Venezia e Firenze, le cui fortune sono costruite sul commercio internazionale. Per incrementare ulteriormente il proprio sviluppo, queste floride città devono dotarsi di mezzi di pagamento riconosciuti e accettati su tutti i mercati. Così, Comuni e repubbliche si mettono a battere monete migliori, aprendo nuove zecche o ampliando l’attività di quelle già in funzione. Si tratta di strutture organizzate su scala industriale, con una precisa divisione del lavoro, e sottoposte ad attenta vigilanza. Ritorna l’oro, e le monete riprendono peso, oltre a una precisione di conio che era stata abbandonata per secoli. Ciò grazie all’opera di valenti incisori, che spesso sono anche orafi, come Benvenuto Cellini, incaricato di incidere i coni per le monete pontificie.

Tra Medioevo e Rinascimento cresce il controllo statale sulle emissioni attraverso la nomina di appositi magistrati e funzionari pubblici incaricati di verifiche a sorpresa nella zecca. Ai monetieri, riuniti in corporazioni, viene riconosciuto uno status particolare e, in certi casi, si concedono loro privilegi. La produzione di moneta continua a crescere, sostenendo lo sviluppo dei commerci. La manodopera qualificata della zecca è richiestissima e non sempre facile da reperire. Durante il Trecento vanno per la maggiore gli incisori fiorentini, ed è proprio a Firenze, nel 1252, che viene battuto per la prima volta il fiorino d’oro, destinato a diventare un po’ il dollaro del Medioevo: un mezzo di pagamento apprezzato in tutto l’Occidente e il Vicino Oriente, oltre che una pregiata riserva di ricchezza. Nello stesso anno, Genova emette il genovino, in oro come la moneta fiorentina, e nel 1284 il doge veneziano Giovanni Dandolo autorizza la zecca lagunare a battere il ducato d’oro, che a partire dal Cinquecento diviene per tutti lo zecchino, una delle monete più stabili e imitate al mondo, tanto da diventare l’aggettivo che indica l’oro puro.

Mario Galloni

Giornalista professionista con la passione per la storia, ha iniziato a occuparsi di cronaca per il quotidiano milanese “la Notte”, dove ha scritto di nera, giudiziaria e sport. È stato caporedattore di testate nazionali e collabora con le riviste “BBC History”, “Conoscere la Storia”, “Storie di Guerre e Guerrieri”, “Medioevo Misterioso” e "Civiltà Romana". Ha al suo attivo due libri.

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