La sconfitta di Adrianopoli: l’inizio della fine per l’Impero Romano

Sotto la pressione degli Unni, nel 376 d.C., numerose tribù di Goti passarono il Danubio con il consenso imperiale. Ben presto però questa migrazione si trasformò in aperta ribellione a Roma. Per due anni l’esercito legionario cercò in tutti i modi di eliminarne la minaccia, ma con risultati deludenti. Intervenne allora l’imperatore d’Oriente Valente, alla guida di un esercito stimabile in 40mila uomini; egli raggiunse, nel 378, il nemico accampato nella piana di Adrianopoli, schierando le sue truppe in assetto da battaglia. I Goti disponevano di un contingente quasi doppio quantificabile in 50mila fanti e altrettanti cavalieri. Sebbene Valente potesse attendere l’arrivo di rinforzi, decise ugualmente di dare battaglia. Sulle ragioni di una simile scelta sono state fatte molte congetture: una tra tutte, che l’imperatore avesse ricevuto informazioni sottostimate sulla reale consistenza nemica. C’è chi sostiene, però, che semplicemente il sovrano non volesse dividere gli onori di una vittoria con Graziano, imperatore d’Occidente, che si stava approssimando con il resto dell’esercito.

I combattimenti iniziarono con i reparti di cavalleria leggera romana che, giunti a tiro dei barbari, attaccarono di propria iniziativa. Questo determinò, però, l’intervento della cavalleria nemica, che era in posizione arretrata: gli arcieri a cavallo romani furono sopraffatti e fu necessario l’intervento della cavalleria pesante. L’avanguardia di Valente riuscì a venire a contatto con i fanti nemici, ma si trovò completamente sprovvista del supporto dei cavalieri: inferiore in numero fu sopraffatta.

Sul resto del fronte, i due eserciti continuavano a combattere, ma con una rapida conversione la cavalleria gota si avventò sul fianco sinistro dello schieramento romano rimasto scoperto. I legionari non riuscirono a sopportarne l’urto e, alla fine, l’intero fronte si diede alla fuga. L’imperatore cercò di resistere ma fu raggiunto da una freccia e morì, determinando la fine delle ostilità. Questa disfatta spinse il suo successore, Teodosio, ad adottare una politica che permetteva l’assimilazione dei popoli posizionati lungo il Limes (il confine dell’impero) con migrazioni su vasta scala e il reclutamento massiccio di truppe mercenarie.

Come sottolineato dallo storico Mikhail Rostovtzeff, fu l’inizio di una lenta agonia che portò alla caduta definitiva dell’impero e al suo sfaldamento. Militarmente le legioni cambiarono fisionomia accogliendo tra le loro fila contingenti di barbari sempre
più numerosi che ne minarono l’effettiva operatività. La dipendenza da forze mercenarie, inoltre, determinò un fenomeno allarmante: l’incapacità di gestire gli eserciti e i loro comandanti a causa delle frequenti pressioni che i soldati esercitavano sull’autorità imperiale.

 

Immagine via commons.wikimedia.org, autore Sailko

Antonio Landini

Storico del Vicino Oriente antico con profilo archeologico ha preso parte a diversi scavi nella regione (Grecia, Turchia, e Asia Centrale), specializzandosi in particolare nell’area iranica dell’Età del Bronzo medio-tardo. Lavora nel mondo dell’editoria. Da alcuni anni partecipa inoltre a un progetto di studio incentrato sullo sviluppo delle società nomadiche dell’Asia centrale, partecipando a missioni esplorative nel Kazakistan meridionale.

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