Lettow-Vorbeck: il generale tedesco incubo degli inglesi

Geniale, ai limiti del suicidio, eccellente stratega e inarrivabile tattico. Amato dai suoi uomini e rispettato, ma soprattutto temuto, dal nemico. Il generale Paul Emil von Lettow-Vorbeck, comandante in capo delle truppe coloniali nell’Africa Orientale tedesca (l’attuale Tanzania), è una figura leggendaria che detiene un primato davvero invidiabile. Fu l’unico ufficiale dell’esercito imperiale tedesco a rimanere imbattuto sul campo di battaglia per l’intera Grande Guerra. Ma non solo: riuscì a invadere i possedimenti inglesi in Africa, tenendo in scacco truppe nettamente superiori e meglio armate. Un’impresa che ha dell’incredibile.

All’inizio del conflitto Vorbeck, a capo di un ridotto distaccamento composto da soli 3mila soldati regolari e una decina di compagnie di ascari, ignorando bellamente gli ordini ricevuti dallo Stato Maggiore tedesco, decise di resistere ai tentativi inglesi di occupare la colonia, nonostante un’inferiorità numerica disarmante. Grazie alle sue doti, riuscì a utilizzare le forze a disposizione con un’abilità fuori dal comune. Ai primi di novembre del 1914 fu in grado di respingere con successo un attacco anfibio britannico in prossimità della città di Tanga, dopodiché decise di concentrare tutte le sue forze, e i pochi rifornimenti di cui disponeva, nel tentativo di mettere in crisi le linee di comunicazioni inglesi in Rhodesia. Un azzardo ai limiti dell’incoscienza (tenuto conto delle sue risicate forze) che tuttavia fu cornato da successo.

Ai primi di gennaio del 1915 riuscì a battere il nemico nel drammatico scontro di Jassin. E nonostante le gravi perdite patite, ebbe modo di mettere le mani su una grande quantità di equipaggiamento che si sarebbe rivelato prezioso per il proseguo del conflitto. Come dimostrarono i fatti la sua tattica era tanto semplice quanto efficace: considerando che l’Africa era un teatro secondario nel complesso del conflitto, capì che impegnare quante più truppe avversarie possibili, avrebbe permesso di tenerle lontane dai fronti principali. Scelse pertanto di evitare lo scontro in campo aperto e adottare la tattica della guerriglia, compiendo azioni diurne contro forti, ferrovie e linee di comunicazioni. In questo frangente riuscì a mettere insieme qualcosa come dodicimila uomini per lo più ascari, ma ben addestrati e disciplinati, conquistandosi il loro rispetto.

Lettow-Vorbeck: la resa solo alla certezza della sconfitta

Dopo l’affondamento dell’incrociatore leggero tedesco Konisberger sul fiume Rufigi per mano di una squadra navale inglese (estate del 1915) si prodigò per aiutare l’equipaggio (che in parte sarebbe poi confluito nel suo esercito) e riuscì recuperare tutti i cannoni da 105 mm, che nei mesi successivi furono convertiti in artiglieria campale e impiegati in battaglia. Nel marzo del 1916 fu costretto a subire una formidabile offensiva inglese (quasi 50mila uomini) che tuttavia riuscì a contenere, sfruttando la conoscenza dei luoghi e le terribili condizioni climatiche. Gli scontri sarebbero andati avanti per altri due anni. E, cosa impensabili, riuscì a battere il nemico a più riprese, come nella battaglia di Mahiwa (ottobre 1917), dove i britannici patirono ben millecinquecento morti.

Capendo comunque di essere braccato da vicino, Lettow-Vorbeck prese un decisione incredibile: riparò nel Mozambico (colonia portoghese) dove si procurò nuove armi, per poi rientrare nei territori tedeschi e attaccare nuovamente la Rhodesia. La sua ostinata resistenza sarebbe continuata fino alla fine della guerra. E cosa incredibile, anche due giorni dopo l’armistizio in Europa (13 novembre 1918) seppe battere i britannici nello scontro di Kasama. Si arrese solo quando fu certo che la guerra era davvero terminata. Fu l’unico ufficiale tedesco a poter dire di non essere mai stato sconfitto in battaglia.

 

Immagine via commons.wikimedia.org, Bundesarchiv, Bild 183-R05765 / CC-BY-SA 3.0

Antonio Landini

Antonio Landini

Storico del Vicino Oriente antico con profilo archeologico ha preso parte a diversi scavi nella regione (Grecia, Turchia, e Asia Centrale), specializzandosi in particolare nell’area iranica dell’Età del Bronzo medio-tardo. Lavora nel mondo dell’editoria. Da alcuni anni partecipa inoltre a un progetto di studio incentrato sullo sviluppo delle società nomadiche dell’Asia centrale, partecipando a missioni esplorative nel Kazakistan meridionale.

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