Libri. “Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli italiani” di Vincenzo Sinapi

Di seguito la prefazione curata dagli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer a Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli italiani, saggio di Vincenzo Sinapi (Mursia, 2021).

Per gentile concessione dell’Autore.

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L’opinione pubblica italiana, dopo la metà degli anni Novanta, a partire dal processo contro l’ufficiale delle SS Erich Priebke, uno degli assassini delle Fosse Ardeatine, ha potuto conoscere attraverso i giornali, le radio e le televisioni i nomi di tanti carnefici tedeschi responsabili dopo l’armistizio del ’43 di stragi e violenze contro migliaia di civili e militari italiani; ha potuto scoprire i volti e le tragiche storie di tante vittime, dei sopravvissuti o dei familiari di coloro che erano stati barbaramente uccisi, farsi un’idea tanto delle responsabilità quanto delle sofferenze.

Lo ha potuto fare grazie alla riattivazione, sia pure tardiva, del corso della giustizia, una giustizia frenata nell’immediato dopoguerra (l’Italia vantò il record negativo dei processi contro i criminali di guerra tedeschi), congelata per ragioni di Stato all’inizio degli anni Sessanta e ripartita, non senza esitazioni e limiti, più di trent’anni dopo, grazie alla “scoperta” di quello che giornalisticamente è stato chiamato l’ ”armadio della vergogna”, cioè centinaia e centinaia di fascicoli d’inchiesta sulle stragi tedesche lasciati fino ad allora volutamente inerti. 

Il ritardo con cui la giustizia militare si è rimessa in marcia ha avuto un prezzo: a parte Priebke, solo un altro delle decine di criminali tedeschi processati e condannati dai tribunali militari in Italia ha scontato in prigione le sue colpe, la guardia di origine ucraina del campo di Bolzano Misha Seifert.

Per tutti gli altri, giudicati in contumacia, le porte del carcere sono rimaste chiuse. Nessuno è stato infatti estradato dalla Germania né Berlino ha dato esecuzione alle sentenze. Ciononostante, i numerosi processi hanno riacceso i riflettori sulle vicende dell’occupazione tedesca e sui crimini che l’hanno segnata. E l’Atlante delle stragi naziste e fasciste vi ha contribuito con una ricostruzione storica monumentale e accessibile al grande pubblico tramite la rete. 

Niente di tutto questo è avvenuto per un’altra pagina altrettanto buia dell’esperienza italiana nella seconda guerra mondiale, quella che riguarda i crimini non subiti ma commessi dagli italiani negli anni della guerra fascista di aggressione combattuta da Mussolini a fianco della Germania nazista: i crimini contro i civili commessi fra 1941 e 1943 dal regio esercito e dalle camicie nere nei territori occupati, specie nei Balcani, in Jugoslavia, in Albania, in Grecia.

Rastrellamenti e incendi di abitati, prelevamento e fucilazione di ostaggi, deportazioni di uomini donne e bambini in campi di concentramento, torture e stragi, tutte misure draconiane  prese per lo più in funzione antipartigiana, ma che hanno investito in pieno l’intera popolazione, facendo migliaia di morti, di vittime innocenti per le quali non c’è mai stata giustizia. 

Il libro di Vincenzo Sinapi alza il velo su questo aspetto della guerra negletto dai mass media e rimasto pressoché sconosciuto all’opinione pubblica italiana, portata piuttosto a riconoscersi nello stereotipo benevolo e autoassolutorio del “bravo italiano” solidale coi popoli oppressi e salvatore degli ebrei, ma allo scuro dell’altro lato della medaglia, quello appunto che ha visto i soldati italiani rivestire anche i panni dell’occupante indesiderato e del carnefice impietoso.

Com’è il caso della strage di Domenikon, in Tessaglia, ricostruito in questo volume con grande precisione analitica e sacrosanta passione civile: una rappresaglia effettuata nel febbraio 1943 dai soldati e dalle camicie nere della Divisione Pinerolo che incendiarono il piccolo villaggio greco e passarono per le armi tutti i suoi abitanti maschi, eccetto i ragazzini e i più anziani.

A ragione l’autore denuncia la mancata punizione dei criminali di guerra italiani – presenti a centinaia nelle liste delle Nazioni Unite – come un “caso clamoroso di giustizia negata” e ripercorre le tappe di tale fallimento: dagli anni immediatamente successivi alla fine della guerra quando i governi italiani rivendicarono il diritto di processare in Italia i propri criminali di guerra (ostacolandone l’estradizione prevista dagli accordi internazionali) ma insabbiarono tutti i procedimenti nel 1951, fino al tentativo infruttuoso di riavviare il corso della giustizia nel 2008 per iniziativa del giudice Sergio Dini, naufragato definitivamente dieci anni dopo, nel 2018, con l’archiviazione dell’inchiesta sulla strage di Domenikon, condotta con determinazione dal procuratore militare Marco De Paolis (già protagonista dei processi contro i criminali di guerra tedeschi), con una squadra di polizia giudiziaria, impotente però di fronte ai limiti imposti all’indagine dal lungo spazio temporale intercorso dall’accadimento dei fatti.

La svolta del 2008, ricostruita con maestria da Sinapi attraverso materiali giudiziari inediti, era stata preceduta da un’importante stagione di studi che aveva indagato per la prima volta sulla questione della fallita punizione dei criminali di guerra italiani.

Fin dagli anni Settanta vi erano state importanti ricerche dedicate alla repressione italiana tanto nelle colonie africane quanto nei Balcani, con riferimento rispettivamente ai lavori di Angelo Del Boca e Giorgio Rochat da un lato, Teodoro Sala e Enzo Collotti dall’altro.

Ma si era dovuto attendere molto tempo prima di poter portare alla luce la vicenda della “mancata Norimberga italiana”, rimasta totalmente nell’ombra.

La prima ricostruzione storiografica si deve infatti al lavoro di Filippo Focardi, La questione della punizione dei criminali di guerra in Italia dopo la fine del secondo conflitto mondiale, pubblicato nel 2000 sulla rivista dell’Istituto storico germanico di Roma.

Basato su documenti rinvenuti presso l’archivio del Ministero degli Affari esteri italiano, il saggio di Focardi identificava gli attori istituzionali e le dinamiche politiche fondamentali che avevano permesso nel dopoguerra l’impunità degli italiani accusati di crimini di guerra.

L’analisi della vicenda si intrecciava con la questione della punizione dei criminali di guerra tedeschi in Italia e metteva in evidenza, come fattore principale, la decisione delle autorità italiane di contenere l’azione contro i criminali tedeschi per non provocare un “effetto boomerang” sui criminali italiani richiesti da Paesi esteri, in primo luogo dalla Jugoslavia, di cui si intendeva assicurare la protezione.

L’anno successivo, nel 2001, gli estensori di questa prefazione, Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, pubblicavano sulla rivista “Contemporanea” una selezione dei principali documenti relativi alla mancata punizione dei criminali di guerra italiani.

Questi lavori saranno largamente ripresi dalla Commissione d’inchiesta istituita dal Parlamento nel 2003 per far luce sull’”armadio della vergogna”, ovvero sull’insabbiamento delle indagini contro i criminali di guerra tedeschi, soprattutto dalla Relazione di minoranza a firma dell’On. Carlo Carli.

La novità negli studi su un tema rilevante mai prima indagato attirava l’attenzione della stampa nazionale e internazionale. Prendeva inoltre avvio da lì una serie di nuove ricerche che, grazie anche ad una leva di giovani studiosi, accresceva le conoscenze relative sia alla questione dei criminali di guerra italiani sia alle politiche di occupazione dell’Italia fascista nel cui ambito violenze e crimini erano stati perpetrati. 

Questa seconda direttrice d’indagine traeva una forte spinta dal volume di Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche di occupazione dell’Italia fascista in Europa (1940-1943), pubblicato da Bollati Boringhieri nel 2003. Alcuni importanti convegni internazionali tenuti in Italia segnavano le tappe di questa svolta storiografica.

Innanzitutto quello organizzato a Bologna nel 2002 da Paolo Pezzino e Luca Baldissara su Guerra ai civili. Stragi, violenze e crimini di guerra in Italia e in Europa durante la seconda guerra mondiale: i fatti, le memorie, i processi, dove interveniva fra gli altri la storica Lidia Santarelli, futura consulente di De Paolis, con una relazione sui crimini italiani nella Grecia occupata, compresa la strage di Domenikon.

Seguivano almeno altri due convegni significativi: nel 2005 quello organizzato a Sesto San Giovanni dalla Fondazione Istituto per la storia dell’età contemporanea su Il mito del bravo italiano tra repressione del ribellismo e guerra ai civili,  quindi il convegno organizzato a Firenze nel 2007 da Giovanni Contini, Filippo Focardi e Marta Petriccioli su Memoria e rimozione.

I crimini di guerra del Giappone e dell’Italia,  che affrontava una comparazione fra crimini di guerra italiani e giapponesi. 

Gli studi sulla “mancata Norimberga italiana” si arricchivano grazie al volume sui crimini in Jugoslavia curato nel 2005 da Costantino Di Sante, che utilizzava per la prima volta i documenti dell’Archivio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, e sboccavano nella ricostruzione complessiva offerta da Davide Conti con Criminali di guerra italiani. Accuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra, edito da Odradek nel 2011.

Molto fertile era anche il terreno delle ricerche sulle politiche repressive svolte dall’Italia nei territori occupati  – dall’Etiopia alla Russia, dalla Slovenia al Montenegro alla Croazia – con uno sguardo sempre più aperto alla ricostruzione dell’intero quadro dell’occupazione in tutti suoi aspetti militari, politici, economici e sociali, come dimostrano i lavori di Eric Gobetti sulla Jugoslavia o di Emanuele Sica sulla Francia del Sud.

Ciò  ha riguardato anche il caso della Grecia ove agli studi di Lidia Santarelli si sono aggiunti quelli importanti di Marco Clementi e di Paolo Fonzi, così come la ricostruzione di Despina Kostantinakou sulla questione dei criminali italiani richiesti da Atene. 

Alla metà degli anni duemila i risultati dei nuovi studi accademici sui crimini di guerra italiani hanno avuto una più larga risonanza, al di là del perimetro degli addetti ai lavori, grazie a due volumi di taglio divulgativo che hanno riscosso un significativo successo di vendite. Ci riferiamo al libro di Angelo Del Boca Italiani brava gente? edito nel 2005 da Neri Pozza e al libro di Gianni Oliva, “Si ammazza troppo poco”. I crimini di guerra italiani 1940-43, pubblicato l’anno successivo da Mondadori. Ciononostante non si è innescato nessun dibattito nell’opinione pubblica italiana su questi temi, nessun vero confronto né sui giornali né sulle televisioni capace di scuotere il comodo alibi del “bravo italiano”.

Né si è avuta in Italia alcuna resa dei conti giudiziaria per i crimini commessi. Il caso italiano appare dunque molto diverso da quello della Germania, la cui opinione pubblica da anni si confronta – pur con orientamenti contrastanti – sulle colpe del Paese per i crimini commessi durante la seconda guerra mondiale (certo molto più rilevanti di quelli italiani).

Ma è diverso anche rispetto al caso della Francia, dove – seppur tardivamente e con non poche difficoltà e tensioni – si è aperto un dibattito intenso sia rispetto ai crimini coloniali sia rispetto alle responsabilità di Vichy nella persecuzione degli ebrei, approdato negli anni Novanta anche a casi giudiziari eclatanti, primo fra tutti il processo contro Maurice Papon.

Non così in Italia, dove un pubblico esame di coscienza sulle proprie responsabilità per i crimini commessi nelle colonie e nei territori europei occupati durante la seconda guerra mondiale è stato finora frenato da vari fattori, fra cui – come si accenna in questo libro – da interessi politici e istituzionali restii a riconoscere le malafatte del Paese, non ultimo per scongiurare eventuali richieste di indennizzi da parte dei familiari delle vittime dei crimini italiani.

Merita dunque particolare apprezzamento lo sforzo fatto da Vincenzo Sinapi per ricostruire e presentare ai lettori la vicenda della strage di Domenikon. Una vicenda emblematica per il silenzio che l’ha avvolta in Italia, nonostante il documentario “La guerra sporca di Mussolini” ne avesse raccontata la storia nel 2008 dando voce ai familiari delle vittime dell’eccidio.

Il documentario, però, ha avuto solo un rapido passaggio su Rete 4 e nessuna attenzione da parte della Rai. Gli sforzi di alcuni magistrati coscienziosi e di alcuni intrepidi giornalisti come Franco Giustolisi non sono riusciti a riaprire la via della giustizia, per questo come per altri analoghi episodi. Ormai è troppo tardi per portare in tribunale i responsabili dei crimini di guerra.

Non è tardi tuttavia per far conoscere al grande pubblico italiano questa pagina rimossa della storia del nostro Paese, una pagina con cui l’opinione pubblica dovrebbe finalmente confrontarsi. E’ nostra convinzione e nostro auspicio che questo libro possa contribuire ad avviare in Italia una riflessione. 

 

 

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Filippo Focardi   Università di Padova

Lutz Klinkhammer   Istituto storico germanico di Roma

Redazione Conoscere La Storia

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