L’incursore Marco di Sarra e altre storie di militari italiani in Africa, dal Congo al Ruanda

Attraversando Rocca San Zenone gli occhi non possono non cadere sulle strutture difensive, ancora perfettamente conservate, che svettano sopra la piccola frazione alle porte di Terni, così come difficile è notare la Chiesa arci-presbiteriale di San Giovanni Evangelista. Insomma, una piccola perla incastonata sull’antica via che collegava Terni a Spoleto e oggi ancora in uso malgrado più moderne e scorrevoli vie di comunicazione. Un’altra cosa, però, si coglie nel borgo cioé la scuola elementare (o primaria, come si dice oggi) intitolata ad un sergente maggiore, Marco Di Sarra, che proprio a Rocca San Zenone nacque il 18 aprile 1963. Non un caduto della Seconda Guerra Mondiale, quindi, ma pur sempre un militare deceduto in seguito ad una missione internale, una delle tante condotte dall’Italia dal 1947 a oggi.

Come nel ’47, infatti, anche negli anni Novanta gli Italiani vanno in Africa per cercare di proteggere la popolazione dagli sconvolgimenti che seguono il processo di decolonizzazione. Dal 1947 al 1960 c’è la fase del Mandamento fiduciario dell’Africa Orientale, nel 1961 la missione in Congo (durante la quale muiono i 13 aviatori e avieri di Kindu e un caporale della Croce Rossa), poi ancora la Somalia, missione alla quale Marco Di Sarra partecipa conquistando una medaglia di bronzo al Valore dell’Esercito per la professionalità dimostrata. Quello della Somalia è un brutto teatro e il contributo di sangue dell’Esercito è elevato: in una sola giornata, al Check Point Pasta, cadono un Ufficiale, Andrea Millevoi, un Sottufficiale del 9° Col Moschin e un Gradutato di truppa della “Folgore”. Ci sono anche feriti gravi come il Sottetenente Gianfranco Paglia, anche lui parà.

Marco è nel 9° Col Moschin o, per essere più precisi, del 9º Reggimento d’assalto incursori paracadutisti “Col Moschin” (Battaglione fino al 1995) unità d’elite delle Forze Armate Italiane che nel 1994 è dispiegato in Ruanda, stato africano devastato dalla guerra civile fra Tutsi e Hutu. Qui l’Esercito Italiano organizza la missione Ippocampo (10-20 marzo 1994) per mettere al sicuro gli italiani e i bambini ruandesi potenziali vittime del clima di violenza conseguente all’instabilità politica.

Dieci giorni di evacuazioni svolte insieme agli incursori di Marina e alla 46esima aerobrigata dell’Aeronautica Militare e durante i quali le condizioni igienico-sanitarie precarie, nonché le forme epidemiche espongono il personale italiano a rischi non inferiori a quelli rappresentati dalle armi delle fazioni in lotta.  Ed è aiutando i civili che il giovane parà ternano si ammala di una malattia piuttosto grave, quella malaria in Occidente debellata da quasi un secolo ma letale in Africa e nei paesi in via di sviluppo, e che lo porta alla morte poco tempo dopo il rientro in Italia.

Oggi gli è intitolata una scuola elementare, forse il miglior modo per tenere viva la sua memoria: fra le prime immagini proposte dai motori di ricerca, infatti, vi è quela con un bimbo africano in mano. Uno scatto che racchiude il senso del sacrificio di un giovane per la Patria e per i ruandesi decimati dal conflitto civile, specialmente per quei bimbi verso i quali i militari italiani mostrano sempre particolari sensibilità ed attenzione dal Ruanda all’Afghanistan, passando per la Somalia, l’ Iraq, il Libano e il Kosovo.

 

Immagine via CongedatiFolgore.com

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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