Pellerossa: i cantori della prateria

I nativi americani non svilupparono mai una letteratura propriamente detta, eppure hanno lasciato un vastissimo patrimonio di racconti e di canti. Questi ultimi, di cui ci sono pervenuti i testi, trascritti nel corso del tempo da antropologi, studiosi e semplici appassionati, venivano recitati su una base musicale, a volte accompagnando la recitazione con strumenti molto semplici, ma più frequentemente intonando la voce (come avviene, per fare un esempio facilmente comprensibile, nelle messe cantate).

Assieme al desiderio di raccontare avvenimenti mitici, leggendari o storici, si sviluppa sempre anche l’aspirazione a esternare i propri sentimenti, per il tramite della poesia o del canto. Così avvenne anche nel caso dei nativi americani. I loro canti poetici cercano di indagare i misteri della vita, della morte, dell’amore, dell’odio, del dolore, della gioia, e lo fanno mediante il linguaggio poetico. Esso è sempre legato alla realtà, ma nello stesso tempo capace di scendere nel profondo dell’animo umano per arrivare a descrivere la sua comunanza con tutte le altre manifestazioni dell’esistenza, che per gli indiani d’America non sono altro che aspetti di una totalità indissolubile, di cui l’uomo è solo una particella.

Come nelle tradizioni poetiche più articolate, anche in quella dei nativi l’uomo rappresenta l’elemento centrale, ma accanto a lui si muovono, con pari importanza, la natura, gli animali, gli elementi del creato. In alcune poesie, la meraviglia destata dagli eventi naturali è così grande che l’osservatore si confonde e quasi si perde nell’oggetto contemplato. Ciò accade, per esempio, in un breve componimento degli indiani Ojibway, intitolato La farfalla: “Nel caldo che viene / del giorno / io stavo là”, in cui non si capisce se a parlare sia la farfalla, l’uomo che la osserva o il connubio formato dalle due creature, che in quel momento ne formano una sola. La stessa sensazione si prova leggendo questi versi degli indiani Yuman: “L’insetto dell’acqua / porta con lui / le ombre della sera / sull’acqua“; o questo canto Pawnee: “Sono come un orso. / Mi appoggio sulle mani / e aspetto il sole che sorge”.

Quella dei nativi era una cultura prescientifica: il ciclo della natura veniva interpretato in maniera magica, e molti canti sembrano formule rituali per aiutare gli elementi a rispettare il loro ritmo abituale. Un componimento dei Pawnee afferma: “Comincia la primavera. / Sento i profumi diversi / delle erbe bianche usate / nella danza”, e più che la descrizione di un attimo sembra un invito alla bella stagione perché arrivi presto. Così anche questa poesia Yaqui: “Il sole sta per levarsi. / È tempo di uscire / per osservare le nubi“. Non mancano, poi, i canti di guerra, quelli per maledire gli avversari o nei quali si rimpiange lo scorrere della vita: “Un guerriero / sono stato. / Ora / è tutto passato. / Un tempo difficile / mi attende”. Ugualmente importanti sono i canti di caccia, recitati per garantirsi una buona preda.

Secondo alcuni antropologi e studiosi del linguaggio, prima ancora di parlare, gli uomini cantavano: per lavorare e spostarsi all’unisono. È suggestivo immaginare gli antenati dei pellerossa aggirarsi per foreste e praterie, prima ancora di conoscere il cavallo, modulando i loro canti per tenersi in contatto di giorno e ricongiungersi la sera. Perché, come cantavano i Chippewa: “Moltissimo / ho paura / del gufo / quando sono solo / nella tenda”.

 

NOTE: L’articolo è apparso sul numero 13 di Far West Gazette, disponibile per l’acquisto nello store Sprea Editori

Stefano Bandera

Stefano Bandera

Nato nel 1963, laureato in Filosofia, scrittore, lavora in ambito editoriale dal 1989. Per Sprea Editori cura la realizzazione dei bimestrali Far West Gazette e Civiltà Romana. È anche autore di libri divulgativi per ragazzi.

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