Utilitarismo politico. Ecco perché l’Italia decorò Tito

Da qualche tempo ormai la liceità del conferimento dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone della Repubblica Italiana al maresciallo Josip Broz, meglio noto come Tito (ottobre 1969) è argomento di dibattito negli ambienti politici. Il motivo è piuttosto semplice: tiranno, persecutore delle genti italiane e, tuttavia, decorato dallo stesso Paese che ha lasciato migliaia di morti nelle terre adriatiche orientali, vittime della polizia segreta della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia.

Tito, però, non è l’unico dittatore comunista ad aver ricevuto un riconoscimento dallo Stato italiano: Nicolae ed Elena Ceausescu, ad esempio, risultano essere ancora Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana; inoltre la figura del tiranno jugoslavo è molto più complessa di come la presentino la vulgata storica sia maggioritaria (eroe socialista della guerra al fascismo) che minoritaria (comunista fanatico e criminale).

Per prima cosa in Storia la “vulgata” andrebbe lasciata da parte concentrandosi invece sull’analisi, chirurgica, del passato. Ed è proprio sceverando la realtà dalla propaganda che si coglie la natura di Josip Broz, uomo legato più al potere che non ad una integrale obbedienza alla religione secolare sovietica. Croato, fante dell’esercito austro-ungarico nel Primo conflitto mondiale, il futuro maresciallo di Jugoslavia diventa comunista durante la prigionia; negli anni Trenta è a Mosca con il grado di colonnello della NKVD (Commissariato Interno agli Affari del Popolo), uscendo indenne dalle Grandi Purghe che nel 1937 investono popolo sovietico e stranieri residenti in URSS.

Tornato nella sua terra natia deve organizzare una “guerra rivoluzionaria” (la genuina opposizione al nazismo c’entrava ben poco) in un paese multietnico, frazionato in diversi gruppi che hanno reagito altrettanto diversamente all’occupazione nemica, pur accumunati dal desiderio di salvaguardare i propri interessi. E così i croati combattono con l’Asse, preferendo tuttavia i tedeschi agli italiani rei di occupare la Croazia; i serbi monarchici cetnici si battono contro i tedeschi (sono i primi partigiani) e contro gli ustascia croati, non mancando talvolta di collaborare con gli italiani in chiave anti-croata. La maggior parte della resistenza cetnica passerà inseguito al fianco della Germania, rifiutando ogni collaborazione con i comunisti di Tito.
L’identità regionale, dunque, ha la priorità su altri equilibri: la breve esperienza del Regno di Jugoslavia non ha certo permesso a genti secolarmente divise di trovare unità e compattezza.

Il panorama che dunque si prospetta a Josip Broz è tutt’altro che roseo. Come fondare una nazione unita con popoli così distanti fra loro? Il comunismo è il collante, l’animo totalitario dello Stato la soluzione. E l’odio etnico e il nazionalismo fattori dirompenti. L’intera storia dei Balcani è difatti segnata da episodi di pulizia etnica, non ultimi (al tempo della guerra) quelli commessi dagli albanesi del Kosovo contro i serbi e i montenegrini fino al 1944. Quanto all’odio anti-italiano esso è fomentato dal ricordo dei tentativi di italianizzazione” dell’entroterra sloveno avvenuti nei primi anni del Fascismo regime, sui quali la propaganda titina “costruisce” il movente per le persecuzioni contro comunità “straniere” che, a dire il vero, abitano le terre istriane e dalmate da secoli.

Non è la fede comunista, infatti, ma un cieco nazionalismo a spingere il IX Corpus ad occupare villaggi italiani del Friuli Venezia Giulia, internando o uccidendo militari e partigiani italiani che vi si oppongono, così come la disputa su Trieste ha un valore più economico (maggiore porto del Mediterraneo orientale) che non propriamente ideologico, seppure i giorni dell’occupazione titina e della caccia al fascista siano ricordati dai triestini con non particolare entusiasmo.

Tito con Eleanor Roosevelt alle Isole Brioni

In verità Tito è il primo ad accorgersi del fallimento del socialismo reale come dottrina, in particolare economica: per ricostruire un paese distrutto occorrono infatti tecnici ed ingegneri, quei “borghesi” perseguitati fino a poco prima dai suoi partigiani nonché denaro, molto denaro che l’URSS devastato e in ginocchio non può fornire. L’idillio con Stalin va in frantumi appena tre anni dopo la fine della guerra, mentre l’ amicizia interessata con inglesi e americani è lunga e duratura. Espulsa dal Cominform, non aderente al Patto di Varsavia, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia stringe accordi diplomatici e commerciali con il resto del mondo, evitando così un deleterio isolazionismo. Una linea politica che porta Tito a confrontarsi con gli stessi italiani, non i comunisti (ancora adirati per la rottura con Stalin) quanto i governi liberali e borghesi interessati ad investire nel suo paese. Già dal ’54 ad esempio, nella cittadina serba di Kragujevac una joint venture tra FIAT e Zastava permette la produzione di numerosi veicoli su licenza. Investimenti, dunque, e aiuti internazionali affinché la RSFJ continui a restare fuori dall’influenza di Mosca: lo yacht presidenziale Galeb, un’ex nave italiana ancora a galla nel porto di Fiume, fa da sfondo a ricevimenti con attori del calibro di Kirk Douglas, Elizabeth Taylor, e Sylva Koshina, capi di stato come Nasser e Gheddafi. Il Galeb ha risalito il Tamigi per l’incontro, nei primi ’50, fra il leader e la Regina Elisabetta II, cui ne sono seguiti altri (a terra) con Richard Nixon e Jimmy Carter.

Tito con Richard Nixon

Ulteriore testimonianza di quanto il comunismo jugoslavo fosse debole è il veloce collasso della Repubblica Socialista dopo la morte di Tito, cui segue un rinvigorimento di antichi e mai sopiti odi etnici. Il conferimento del titolo Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone della Repubblica Italiana va dunque letto in un’ottica celebrativa di un paese, socialista, confinante con il chiaro scopo di tenerlo lontano dall’orbita sovietica. Utilitarismo politico, certamente poco rispettoso delle drammatiche vicende che investirono il confine orientale fra il ’43 e il ’47 tenute volutamente sotto silenzio per decenni al fine di non urtare gli equilibri di “buon vicinato”. Equilibri che durano ancora oggi, se si considera che in Asia le repubbliche popolari di Cina e Vietnam sono importanti partner commerciali di USA e Occidente.

Decorazioni e joint venture mostrano quindi l’inconsistenza di un’ideologia subito morta con la caduta del Muro di Berlino, sopravvissuta in alcuni casi corrotta dallo stesso sistema economico-politico di cui avrebbe voluto essere l’alternativa.

Marco Petrelli

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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