Pissignano, Campo “77” e gli altri campi italiani per i soldati di De Gaulle

 

“Gollista” è un termine tutt’ora in uso per indicare i nostalgici del Presidente francese

De Gaulle. “Degaullista”, desueto, era il modo con il quale le autorità fasciste indicavano i soldati di “France Libre”, l’esercito fedele al governo francese costituito dal Generale Charles De Gaulle l’indomani della resa della Francia del giugno ’40.

Dei 90 mila prigionieri di guerra che transitarono per l’Italia fino al settembre 1943, un consistente numero di “degaullisti” fu internato nel Campo 77, a Pissignano sul Clitunno in provincia di Perugia.

Amena località dell’Umbria, Pissignano fu designata come sede del “77” nell’agosto 1942, cioé nella fase più intensa della guerra in Africa settentrionale. E’ da qui che proveniva infatti la maggior parte dei prigionieri: inglesi, sudafricani e circa 1300 “degaullisti bianchi”, così designati per distinguerli dai “neri”, cioé i soldati della FrancAfrique.

Sito lungo l’arteria di comunicazione che collega Ancona a Roma, Pissignano doveva essere un campo di transito, stando almeno ai dati del voluminoso e ricco patrimonio documentale raccolto dall’Associazione Campi Fascisti. Nel settembre 1942, infatti, i francesi ammontavano a 1344 per poi ridursi a 211 a fine febbraio 1943.

Fra loro anche combattenti della Legione Straniera, come attesta una lettera di tal Arturo Cabrera indirizzata alla famiglia, residente a Toledo.

Le condizioni nei campi italiani erano tutt’altro che facili: la penuria di mezzi e di viveri che già affliggeva i civili finì per colpire anche i prigionieri.

I poli detentivi erano inoltre spesso ricavati da strutture per loro natura inadatte a garantire un grande assembramento di persone: magazzini, ex polveriere, conventi e addirittura residenze private acquistate o requisite dallo Stato. Ad esempio Villa “Spada” che ancor oggi domina Treia (MC), all’epoca riconvertita a luogo di internamento per donne jugoslave, inglesi, ebree e francesi. Stessa cosa accadeva a Villa Lauri a Pollenza e a Villa Giustiniani-Bandini a Urbisaglia, nonché a Villa Oliveto a Civitella di Val di Chiana dove furono rinchiusi ebrei e francesi.

Una decina quelli identificati, i cui cognomi sono inequivocabili: Vigneau, Coret, Portier, Sorel… chissà se discendente proprio di George Sorel.

Come le province di Perugia e di Macerata, anche quella di Arezzo fu sede di diversi centri detentivi, fra cui il tristemente noto campo di Renicci di Anghiari.

Prigionieri di guerra, antifascisti, ebrei rimasero chiusi fino all’8 settembre ‘43. Poi, i campi che si trovavano nelle zone occupate dagli anglo-americani furono liberati, altri dismessi con l’avanzare del fronte, altri ancora passarono sotto l’autorità della Germania nazista e della Repubblica Sociale Italiana.

Fossoli e la Risiera di San Sabba ne sono drammatici esempi.

Alla fine del conflitto furono poi molti gli italiani rinchiusi nei campi francesi. A Saint Maxime, in Provenza, fu prigioniero l’Ambasciatore Filippo Anfuso mentre sui Pirenei il campo di Le Vernet era attivo dal 1918.

Malgrado la Francia fosse una nazione alleata, la condizione di vita nei campi era estremamente dura seconda, forse, solo quella dei campi sovietici.

 

 

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(Fonte immagine di sfondo: http://www.416th.com/670p.html)

Marco Petrelli

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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