Porta Pia 150 anni dopo: memoria dell’ultimo atto del Risorgimento italiano

 

Il 20 settembre prossimo ricorrerà il 150° anniversario della Presa di Porta Pia, ultimo attimo del Risorgimento italiano. E’ allora, infatti, che il Regio Esercito strappa Roma allo Stato Pontificio proclamandola capitale del giovane Regno d’Italia.

Pur avendo vissuto la parentesi gloriosa della difesa della Repubblica romana, la Città Eterna era rimasta esclusa dal processo dell’Unità. Nè si era sollevata ed aveva resistito come Brescia, Milano e Perugia. Dopo la perdita austriaca del Regno Lombardo Veneto nel 1866 e il plebiscito che ne aveva permesso l’unificazione con la corona sabauda, Roma restava dunque un “pugno nell’occhio” del prestigio italiano.

Ma la sua Storia, insieme all’identità che da sempre fa di Roma fondamenta della nostra civiltà, spinge il Regno d’Italia a non demordere e a pianificarne la conquista…

Non è una missione facile. E per prima cosa c’è bisogno che nessun paese straniero intervenga in difesa di Papa Pio IX. Così Cavour stipula un accordo con Napoleone III per il ritiro della guarnigione francese dalla Città. D’altronde, un conflitto aperto con il potente alleato d’Oltralpe porterebbe alla  sicura disfatta gli italiani, senza contare le gravi ripercussioni sul piano internazionale.

Sgombrato il campo da potenziali elementi ostili, l’azione sul campo del Regio Esercito si concentra lungo tre direttrici: una da Nord-Est con al comando il Generale Nino Bixio, una da Sud con il Generale Diego Angioletti, una da Est al comando dei Generali Enrico Cosenz, Gustavo Mazè de la Roche ed Emilio Ferrero. La terza è la più numerosa, con 40000 uomini su un totale di 50000 complessivi. Comandante delle operazioni è Raffaele Cadorna, padre e nonno degli omonimi generali della Prima e della Seconda Guerra Mondiale.

La resistenza nemica è affidata alla milizia svizzera, ai dragoni pontifici e a compagnie volontarie provenienti dai lander cattolici tedeschi, da volontari francesi e da guarnigioni di zuavi pontifici. Il grosso delle truppe papaline, cui è affidato il compito di affrontare gli italiani, è concentrato a Civitavecchia (che Bixio espugna senza sparare un colpo) e a Civita Castellana.

Giunti alle soglie della Città, gli italiani iniziano a colpire le mura con l’artiglieria. Gli obiettivi sono 3 Porte: San Giovanni, San Lorenzo, Porta Maggiore. Ma è fra Porta Salaria e Porta Pia che si concentra il fuoco più violento. A Porta Pia i cannoni aprono uno squarcio di 30 metri, tale da consentire il passaggio di un intero battaglione di bersaglieri, nonché dei Generali Mazé e Cosenz. Sono le 9 del 20 settembre 1870. La resistenza dei difensori è blanda e si esaurisce un’ora più tardi, quando il nemico espone bandiera bianca.

La Presa di Roma può dirsi conclusa, ma non lo è. A Roma, anche dopo le ore 10, si continua infatti a sparare. In particolare è il comandante tedesco Hermann Klanzer (già vincitore degli Italiani a Mentana) a non arrendersi. E Bixio che continua l’assalto: per lui che da anni, nel Parlamento regio, rivendica l’italianità di Roma e che sostiene non sarebbe male “gettare nel Tevere tutti i cardinali”, la conquista del Lazio pontificio rappresenta forse la più importante fra le vittorie conseguite.

Il giorno seguente, 21 settembre 1870, le autorità pontificie firmano la resa. E il 2 ottobre, con un plebiscito, Roma entra a far parte del Regno d’Italia…

 

Per il 150° della Presa di Roma l’Esercito Italiano ricorderà il momento forse più carico di significato del Risorgimento, celebrando la ricorrenza a Porta Pia. Cerimonia solenne seppure, quest’anno, le esigenze dettate dal distanziamento sociale impediranno grandi partecipazioni. Un peccato, considerando che Porta Pia è la prima, grande vittoria dell’Italia unita e del suo Esercito.

 

 

 

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(Fonte immagine di sfondo: https://www.turismoroma.it/it/luoghi/porta-pia)

Redazione Conoscere La Storia

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