Seconda Guerra Mondiale. L’orribile massacro di Oradour-sur-Glane

 

Oradour-sur-Glane è un piccolo villaggio situato nella regione del Limosino, non lontano dalla città di Limoges, dove nel giugno 1944 ebbe luogo uno dei più spietati, ingiustificati e vili massacri perpetrati dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. L’intero villaggio fu, in effetti, incendiato e tutta la popolazione (uomini, donne, ragazzi e bambini) freddamente trucidata. Il “villaggio martire” non fu ricostruito dopo la guerra. Il generale Charles De Gaulle volle che fosse lasciato intatto nelle sue rovine e nella sua desolazione, a perenne memoria delle sofferenze del popolo francese e come vivida testimonianza della barbarie nazista. Il nuovo villaggio risorse dunque a poca distanza da quello originario, che oggi si può visitare come un museo a cielo aperto. 

Tutto vi è rimasto com’era all’indomani della tragedia: stesse rovine, stessi rottami, stessa atmosfera spettrale e angosciante. Si visita in rigoroso silenzio e si ha la sensazione di rivivere le scene strazianti delle donne e dei bambini massacrati dentro la chiesa, dove si erano rifugiati e degli uomini falcidiati nei fienili, dove erano stati rinchiusi per un sedicente controllo d’identità. 

Ma che cosa rimproveravano i tedeschi a quel tranquillo villaggio? Perché i nazisti si accanirono tanto, andando oltre le regole di guerra e di rappresaglia da loro stessi stabilite?

Le origini del massacro vanno ricercate nello sbarco alleato in Normandia il 6 giugno 1944, quando i tedeschi si fecero sorprendere nelle prime 48 ore e cercarono poi disperatamente di reagire, convogliando a tutta velocità le divisioni panzer disponibili verso il nuovo fronte. Una di queste, la 2° divisione panzer SS Das Reich, si trovava nel Sud della Francia ed era comandata dal generale Heinz Lammerding. Una forza temibile e consistente: 20.000 uomini, 75 cannoni semoventi, 163 carri armati. Ricevette l’ordine di raggiungere la Normandia in 48 ore. Ma la strada si rivelò piena d’insidie e di trappole. Gli alleati, d’accordo con i maquisards, avevano coordinato una serie di azioni tese proprio a ritardare il più possibile l’avanzata tedesca verso la Normandia. Il generale Lammerding trovò così sul suo percorso strade interrotte, continui attacchi di cecchini, bombe occultate nelle escrementi delle vacche, insomma una serie di piccoli e grandi tranelli. Tutte circostanze che ritardavano la marcia, mentre sempre più pressanti si facevano gli appelli da Berlino a fare presto. Un sentimento di disperazione, di frustrazione, di odio contro chi ostacolava i loro piani si diffuse allora tra le truppe Waffen-SS. 

Gli ordini da Berlino erano di rispondere in tutti i modi agli attacchi della resistenza, anche con feroci rappresaglie contro la popolazione civile, considerata in qualche modo connivente. Se i colpevoli di attentati o di attacchi non fossero stati trovati, i civili ne avrebbero subito atroci conseguenze. Case bruciate, perquisizioni, arresti, esecuzioni secondo un preciso rapporto vittime/attentatori: se cioè il colpevole di un attentato non fosse stato denunciato o non si fosse presentato spontaneamente, per ogni soldato tedesco ferito 5 civili sarebbero stati giustiziati e per ogni soldato ucciso, 10 civili sarebbero stati eliminati. 

Ma i comandanti della 2° divisione Das Reich andarono oltre queste disposizioni già di per sé molto crudeli e inumane. Considerati gli ostacoli incontrati sulla loro strada verso la Normandia, decisero che era arrivato il momento di infliggere una severissima lezione ai civili considerati complici indiretti dei partigiani, lanciando allo stesso tempo un terribile monito alla popolazione di non fornire alcun appoggio ai resistenti e anzi di denunciarli.

L’odio accumulato verso la popolazione locale insomma aumentò a tal punto da far cadere ogni limite di umanità nell’esercizio della repressione. La lezione doveva essere davvero salutare, definitiva e visto che non c’era molto tempo per procedere a retate, interrogatori, arresti, inchieste ecc., i comandanti nazisti ritennero che la soluzione migliore sarebbe stata di sterminare un intero villaggio. Repressione rapida e facile, un messaggio inequivocabile: ecco cosa succede quando si aiutano i partigiani! 

   Lo sguardo delle SS si volse verso Oradour-sur-Glane, un villaggio di appena un migliaio di abitanti.

Diversi storici hanno avanzato l’ipotesi che la scelta di Oradour-sur-Glane, pacifico e inerme villaggio senza alcun collegamento con la resistenza, sia stata dovuta a un equivoco, un errore. I tedeschi avevano di mira, in realtà, un villaggio dal nome simile, Oradour-sur-Vayres, dove effettivamente esisteva un qualche collegamento con partigiani. Ma per un’errata comprensione del nome pronunciato da un confidente frettoloso e timoroso, la furia tedesca si sarebbe abbattuta sul villaggio “sbagliato”. Tesi plausibile, ma non suffragata da prove certe. In ogni caso, anche se fosse vera, nulla cambierebbe nella responsabilità dei comandanti tedeschi. Né il primo né il secondo villaggio meritavano un trattamento repressivo così vile e spietato. 

Una sezione della seconda divisone, chiamata Der Führer, forte di un centinaio di uomini e comandata da un certo Dickmann, fu dunque inviata a Oradour-sur-Glane con il compito di procedere a delle perquisizioni per scoprire eventuali deposti d’armi o partigiani nascosti. Gli ordini del generale Lammerding, benché prevedessero un’estrema severità, rimanevano pur sempre nell’ambito delle misure previste per combattere la resistenza. 

Dickmann, cinico macellaio, pensò invece che tutto sarebbe stato molto più semplice e rapido se avesse semplicemente distrutto il villaggio con tutti i suoi abitanti! Probabilmente aveva in mente un piccolo inciso inserito nell’ordinanza Sperrle del 3 febbraio 1944, che in qualche modo lo legittimava. “Non bisogna punire che il capo che manca di fermezza e di risoluzione, perché mette in pericolo la sicurezza delle truppe a lui subordinate e lautorità delle forze armate tedesche. Di fronte alla situazione attuale, misure troppo severe non possono comportare punizioni per i loro autori…”. In pratica una licenza di uccidere impunemente dei civili!

Alle 14:30 del 10 giugno 1944 i primi camion della Der Führer entrarono nel villaggio. Sorpresi, ma non ancora inquieti, pensando addirittura che i tedeschi si stessero ritirando, gli abitanti si fermarono a guardare i mezzi militari che sfilavano per la via principale. In pochi minuti il villaggio fu circondato e tutte le strade di accesso bloccate. Poi dagli altoparlanti giunse l’ordine alla popolazione di riunirsi velocemente nella piazza del mercato. Fu quindi annunciato che, secondo informazioni riservate, qualcuno aveva nascosto degli esplosivi in una delle case del villaggio. Bisognava quindi procedere alle perquisizioni e verificare l’identità dei presenti. La gente non sospettava minimamente dove volessero arrivare le Waffen SS. Nel villaggio non c’erano mai state storie di partigiani o di attacchi a soldati tedeschi, la vita vi scorreva pacifica e in clima di relativa tranquillità, tra le privazioni e le difficoltà della guerra.

Nel frattempo arrivarono altri inquietanti ordini. Gli uomini furono divisi in cinque gruppi e ciascun gruppo fu rinchiuso in un fienile. Le donne e i bambini invece furono ammassati nella chiesa. Più di quattrocento persone stipate in uno spazio che normalmente non ne ospitava più di cento! Perché –tutti si chiedevano – le famiglie erano state separate? 

 La popolazione cominciava a intuire che si stava preparando qualcosa di terribile. Ma non poteva sospettare che la loro strage fosse stata programmata nei minimi dettagli.

I soldati, ragazzi giovanissimi di 19/20 anni, sembravano abbastanza distesi, parlavano e ridevano tra di loro, masticavano pezzi di zucchero presi nella drogheria e mangiavano il pane arraffato al panificio…

All’improvviso però l’atmosfera cambiò drasticamente. A un segnale sonoro venuto da una delle case, i soldati s’irrigidirono, assunsero un’espressione austera, tolsero la sicura e misero il dito sul grilletto dei loro fucili-mitragliatori. Era l’ordine che aspettavano. 

Da tutte le direzioni cominciarono ad arrivare sventagliate di mitra. Gli uomini nei fienili furono i primi a cadere orrendamente sfigurati e senza capire perché venissero uccisi. Tutte persone sacrificate sull’altare di un’assurda carneficina di massa, tesa a mettere in difficoltà la resistenza, sulla quale si voleva in qualche modo far ricadere la colpa dell’eccidio. Vedete cosa succede ad aiutare i partigiani?

La tragedia nella chiesa fu ancora più atroce. Le donne piangevano, pregavano e cercavano di proteggere in qualche modo i loro figli. Uditi i primi colpi di mitra, cercarono di fuggire dalla chiesa. Ma a forza furono ricacciate dentro, dove nel frattempo uno specialista delle SS aveva attivato un apparato che produceva gas asfissiante. I bambini non resistettero a lungo. Alcune donne riprovarono a uscire, ma furono finite dai proiettili delle mitragliatrici posizionate di fronte alla chiesa. Non c’era alcuna possibilità di scampo. Tutto il villaggio era oramai in fiamme, la chiesa insanguinata e profanata ardeva, montagne di cadaveri ancora caldi attendevano solo di essere gettati in fosse comuni. In totale furono freddamente uccise 642 persone: 197 uomini, 240 donne e 205 bambini. Bambini! Perché uccidere anche i bambini? Se i tedeschi amavano definire i partigiani “terroristi”, con la strage di Oradour quel titolo lo avevano certamente guadagnato loro stessi. Avevano compiuto, uccidendo indiscriminatamente, un vero e proprio atto di terrorismo, disonorando la divisa e l’esercito tedeschi.

Dopo la guerra, la Francia chiese giustizia per i caduti di Oradour. Ma su chi avrebbe potuto ricadere la giusta punizione? 

Il boia Dickmann, il principale responsabile, era stato ucciso sul fronte della Normandia. Il generale Lammerding si era rifugiato in Germania nel settore britannico e non fu mai possibile estradarlo in Francia. La sua testimonianza sarebbe stata certo capitale per capire se effettivamente Dickmann avesse agito di sua iniziativa, oltrepassando gli ordini ricevuti o avesse seguito precise direttive di lasciare terra bruciata al posto del villaggio. 

Tutti gli ufficiali iscritti nei ruoli della 2° divisione d’altra parte rimasero introvabili. Chi era stato individuato in definitiva dei criminali del 10 giugno 1944? 

Solo sei soldati tedeschi, fatti prigionieri,e tredici giovani alsaziani arruolati di forza nelle SS. I sei soldati, poco più che ventenni all’epoca dei fatti, si difesero sulla base del concetto dell’”obbedienza dovuta”. Se non avessero cioè eseguito gli ordini, avrebbero fatto la stessa fine delle loro vittime. Sugli alsaziani invece c’era forse una certa volontà di non mettere troppo in evidenza il “contributo”, anche se obbligato, dato dall’Alsazia alla Germania nazista. In ogni caso tutta l’Alsazia si schierò a favore dei suoi figli, considerati in qualche modo vittime del destino tormentato della regione. 

Finalmente, dopo otto anni di discussioni politiche e dibattiti parlamentari, si aprì il processo presso il tribunale militare di Bordeaux. 

Tra i tedeschi ci fu una sola condanna a morte, il sottufficiale Lenz, poi commutata in lavori forzati. Gli altri furono condannati ai lavori forzati da 12 a 15 anni, presto però significativamente ridotti in considerazione della lunga detenzione preventiva. Anche gli alsaziani, dal canto loro, ebbero una condanna a morte, il sottufficiale Boos, poi commutata, e 12 condanne ai lavori forzati da 5 a 8 anni, superati però da una quanto mai opportuna amnistia. 

Sentenza difficile, sofferta, controversa. Scontentò un po’ tutti perché il dibattito “politico” s’insinuò tra le pieghe delle deliberazioni giudiziarie… Da una parte e dall’altra cioè ci furono agitatori che sfruttarono le circostanze più per fini elettoralistici che per un sincero omaggio alle vittime. L’unità nazionale del paese, appena riconquistata, sembrò di nuovo vacillare. L’Alsazia reclamava l’assoluzione dei suoi soldati. Gli ex partigiani erano invece indignati dell’indulgenza del tribunale. 

Oradour-sur-Glane comunque non perdonò, non poteva farlo dopo aver subito la decimazione ingiustificata della sua popolazione. Considerò che la sentenza del tribunale militare, troppo blanda, non avesse fatto giustizia. Rifiutò così la Légion dhonneur e la Croce di Guerra che gli erano state assegnate. La nuova municipalità, in segno di sentita protesta, rigettò anche di seppellire i morti sotto un monumento “nazionale” e affidò invece i poveri resti a un ossario “comunale”. 

Tutte queste polemiche oggi appaiono lontane e superate, appartengono a un passato, a una storia del paese oramai condivisa. Le ferite della guerra civile sono guarite, anche se le cicatrici restano ben in evidenza. Rimane il villaggio, conservato com’era il giorno dopo l’incendio delle case e l’eccidio degli abitanti. 

Dolorosa testimonianza di dove possa arrivare la follia degli uomini, la tragedia della guerra, quando la vita perde ogni valore e significato, i sentimenti si inaridiscono e la pietà scompare, anche di fronte a inermi e innocenti bambini, lasciando sopravvivere solo un barbaro istinto di sopraffazione e di conservazione. 

 

 

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(Immagine di sfondo: i resti dell’antica Oradour-sur-Glane sono oggi Museo a cielo aperto della barbarie nazista. Fonte immagine: Wiki)

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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