Stalin e il sionismo: i perché di un rapporto

Quando nel maggio 1948 venne proclamata la nascita dello Stato d’Israele, l’Unione Sovietica garantì immediatamente il riconoscimento ufficiale alla nuova entità statuale. Quali furono i motivi che portarono Iosif Stalin a prendere una decisione che si rivelerà estremamente dannosa per il futuro stesso dell’URSS?

Il sionismo non ha mai riscosso particolare successo tra i bolscevichi. Questo, infatti, è sempre stato ritenuto come una particolare forma di sciovinismo nazionalista dalle marcate aspirazioni colonialiste, tanto che diversi ebrei comunisti, durante i disordini degli anni ’30 in Palestina (creati dalla pesante migrazione ebraica promossa dalla Dichiarazione Balfour del 1917), si schierarono dalla parte della popolazione autoctona.

Stalin e il sionismo: la questione ebraica nell’Unione Sovietica

La necessità di trovare una soluzione alla questione ebraica venne affrontata all’interno della stessa Unione Sovietica. Nel suo scritto del 1913 “Il marxismo e la questione nazionale”, Iosif Stalin indentificava nelle idee di ‘popolo’ e di ‘nazione’ una comunità storica e culturale radicata in un preciso territorio. Secondo questa prospettiva, gli ebrei presenti sul territorio sovietico, non essendosi mai radicati in un preciso territorio ed essendo stati costretti a vivere sin dall’epoca zarista all’interno delle ‘zone di residenza (certá osedlosti) lungo i confini occidentali dell’Impero, non potevano rappresentare una ‘nazione‘. Questa idea dell’“ebreo sradicato” è la stessa che portò il filosofo tedesco Martin Heidegger (che nell’“assenza di patria” riconosceva uno dei mali della contemporaneità) ad identificare nella comunità ebraica, sparsa sul mondo intero, l’emblema della sradicatezza moderna.

I vertici sovietici, durante gli anni ’20, cercarono di porre rimedio a questa situazione dando vita ad una sorta di ‘sionismo socialista’, contrapposto alla sua versione occidentale, che avrebbe dovuto radicare la popolazione ebraica dell’URSS in un determinato territorio trasformandola, al contempo, in popolazione eminentemente contadina per distoglierla da altre attività. Nel 1926 si optò per la creazione di una regione autonoma ebraica in Crimea. Tuttavia, il progetto fallì abbastanza rapidamente a causa dell’ostilità che le comunità locali nutrivano nei confronti degli ebrei. Così, Stalin decise di inviare la popolazione ebraica nel lontano Oriente, lungo il bacino del fiume Amur, in un regione quasi disabitata. Qui, questa comunità trasformò il piccolo villaggio di Tikhonkaja (alla lettera “Posto quieto”), a circa 8mila chilometri da Mosca, in Birobidzhan (nome assunto il 10 ottobre del 1831). Ma, anche in questo caso, il progetto stalinista, soprattutto a causa di difficoltà logistiche e politiche, non ebbe grande successo; e già intorno alla metà degli anni ’30 venne progressivamente abbandonato.

L’idea di trasferire la popolazione ebraica in un territorio lontano dall’Europa venne fatta propria anche da alcune personalità del nazionalsocialismo tedesco. Johann von Leers, nel 1933, ad esempio, pubblicò un articolo sulla questione ebraica nel quale affermava: “Solo un barbaro, solo una persona estranea all’ultimo grande ordinamento divino della storia universale potrebbe suggerire una lotta generale di annientamento contro gli ebrei […] L’unica soluzione positiva possibile, che porrebbe davvero un termine al problema ebraico in Europa consiste nel mettere a disposizione un territorio extraeuropeo abbastanza esteso per essere colonizzato”.

Tale idea non era estranea agli stessi sionisti. È noto che vennerò proposte le mete più disparate; dal Madagascar all’Argentina, fino alla Nigeria. Tuttavia, l’obiettivo reale del sionismo (movimento ben poco “laico” al contrario di come spesso viene descritto) è sempre stata l’occupazione della Palestina storica; e, dalla seconda metà degli anni ’30 e con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, questo progetto divenne concreta realtà.

É, infatti, in questo periodo che iniziano i primi contatti tra il sionismo e l’URSS. Già nel 1941 vi fu un amichevole incontro tra Chaim Weizmann (futuro primo presidente di Israele che amava sottolineare la sua somiglianza con Lenin) e l’ambasciatore sovietico a Londra Ivan Maiskij. Ma furono gli ambasciatori sovietici a Washington nel periodo bellico (Umanskij, Litvinov e soprattutto Andreij Gromyko) a determinare il definitvo avvicinamento tra Mosca ed il movimento fondato da Theodor Herzl. Un avvicinamento dovuto anche al fatto che la più importante autorità politica e spirituale palestinese, il Gran Muftì Amin Al-Husseini, nel corso del conflitto, aveva intrattenuto rapporti più che amichevoli con le potenze dell’Asse nella speranza che queste potessero liberare la sua terra dal giogo mandatario britannico e dalla penetrazione ebraica. Stalin, al termine del conflitto, facendo affidamento sul presunto carattere socialisteggiante del sionismo, si convinse di poterlo utilizzare come strumento geopolitico contro la presenza occidentale nel Vicino Oriente, sin dall’epoca zarista considerato come area di pertinenza russa e sulla quale espandere l’influenza di Mosca.

Stalin e il sionismo: un errore strategico

David Ben Gurion proclama l’indipendenza dello Stato d’Israele (1948)

Questa convinzione lo portò, non solo a riconoscere la neonata entità statuale sionista, ma anche ad appoggiarla nel corso del primo conflitto arabo-israeliano nel 1948. Di fatto, nel momento in cui il conflitto venne interrotto dalla prima tregua, i sionisti, in evidente difficoltà nonostante la superiorità numerica sul campo e la totale inattività di cinque dei sette eserciti arabi coinvolti, violando le regole stabilite dal mediatore ONU (il conte Folke Bernadotte, successivamente ucciso proprio dalla sionista Banda Stern), ricevettero ingenti armamenti tramite la Cecoslovacchia e poterono così ingrossare le proprie fila ed arrivare alla vittoria finale.

Questo errore strategico costò caro all’URSS. Infatti, non solo il leader sionista Ben Gurion, in più di un’occasione, riconobbe come il socialismo non fosse altro che un aspetto di facciata da sfruttare per la realizzazione del progetto, ma lo stesso Israele, negli anni successivi, mossè guerra a tutti gli alleati dell’URSS nell’area (dall’Egitto nasseriano alla Siria baathista) e, addirittura, ebbe un ruolo determinante nell’armare il jihad afghano degli anni ’80, preludio al collasso del blocco socialista.E proprio con l’implosione dell’URSS, grazie alla complicità di Borsi Eltsin ed ai cospicui finanziamenti nordamericani, si compì l’ultima aliah (ascesa): il trasferimento di oltre un milione di cittadini ex-sovietici in Israele (oltre un terzo di questi non era neanche ebreo) che ha ulteriormente modificato il profilo etnico-demografico della Palestina.

Daniele Perra

Daniele Perra

Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali. Nel 2015 ha conseguito il Diploma di Master in Middle Eastern Studies. Collabora attivamente con “Eurasia – Rivista di studi geopolitici” e con diversi siti informatici, italiani ed esteri, su tematiche di carattere geopolitico, storico-tradizionale e filosofico.

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