Traditori. Domenico Vecchioni racconta Mark “Deep Throat” Felt

Dopo l’arrivo di Richard Nixon al potere (1969), la Cia avvia un programma di controllo della popolazione (lettura della posta, intercettazioni telefoniche, pedinamenti, ecc), violando il suo stesso Statuto che le impedirebbe ogni tipo di attività sul suolo nazionale. Competente per il controspionaggio interno, in effetti, è la polizia federale, l’FBI, in quel momento concentrato sulle attività del Partito Democratico.

Nel maggio 1972 muore il direttore “storico” dell’FBI, John Edgar Hoover, che ha servito e resistito a ben otto presidenti. Nixon, che pure andava piuttosto d’accordo con Hoover personaggio non facile da maneggiare, è ora contento di poter nominare una sua creatura, un uomo che gli è totalmente fedele. Si tratta di Patrick Gray, che soffia il posto al vice direttore, Mark Felt, da tutti considerato da tempo come il successore “naturale” del suo Capo. Nixon non immagina nemmeno lontanamente le conseguenze di questa sua decisione.

Un mese dopo, il 17 giugno, cinque uomini si introducono per effrazione negli uffici elettorali del Partito Democratico situati nel Watergate Hotel, uno degli edifici dell’immenso compound, detto appunto del Watergate (progettato dall’architetto italiano Luigi Moretti), il nome che caratterizzerà uno dei maggiori scandali politici del secolo e che porterà Nixon alle proprie dimissioni.

Il gruppetto non è aiutato dalla fortuna, è intercettato da una pattuglia di polizia. Convinti di avere a che fare con dei semplici ladri di appartamento, gli agenti rimangono stupiti nel constatare che i cinque dispongono di materiale di ascolto telefonico molto sofisticato. Non solo, ma scoprono anche che nelle loro agende figurano numeri di telefono che portano alla Casa Bianca! Il nome poi di uno degli “scassinatori”, James MacCord, attira la loro attenzione: si stratta di un colonnello della riserva dell’Aviazione, già agente della CIA e guarda caso membro del Comitato per la rielezione del presidente Nixon. Insomma ce n’è abbastanza per rimettere l’inchiesta nelle mani dell’FBI.

Il 20 giugno il Partito Democratico annuncia di aver presentato una denuncia contro il Comitato per la rielezione del Presidente per violazione di domicilio e dei diritti civici. il capo dell’FBI, Patrick Gray, fedele seguace del Presidente, decide tuttavia di non spingere oltre l’inchiesta.

Pochi giornali evocano lo strano incidente, tra questi il Washington Post, il cui redattore capo, Benjamin Bradlee, decide di affidare a due giovani giornalisti d’inchiesta, Bob Woodward e Carl Bernstein, il compito di scavare un po’ più a fondo nelle verità ufficiali emerse fino a quel momento.

I due si mettono subito al lavoro e, sia pure con grandi difficoltà, cominciano ad avere alcune certezze seguendo piste non esplorate dalla giustizia ufficiale. Si convincono così che si è trattato certamente di un tentativo di spionaggio “elettorale” ai danni del campo avverso e indirizzano le loro investigazioni verso l’uomo chiave della situazione, James McCord, che è stato visto alla Casa Bianca intrattenersi cordialmente con persone molto vicine al Presidente.

Ma i due non dispongono ancora di testimonianze certe o di prove ineccepibili per attaccare frontalmente le istituzioni presidenziali. Bob Woodward allora pensa di rivolgersi a qualcuno che potrebbe rivelarsi di estrema utilità: Mark Felt, il vice direttore “scavalcato” e che potrebbe avere qualche sassolino da togliersi dalla scarpa.

Per agevolarlo a parlare, Bob gli assicura che il suo nome non sarebbe mai stato menzionato: sarebbe rimasto “immerso in acque profonde”. E’ un impegno solenne che prende. Felt gli fa fiducia, lo conosce da tempo, lo stima. Il mancato direttore dell’FBI si incontra quindi in segreto in col giornalista e gli fa una dichiarazione sensazionale . “Troverete ciò che cercate alla Casa Bianca. La verità è che sono stati superati dagli eventi. Hanno commesso un errore e voi dovreste approfittarne”. Ma come, domanda Bob? “Esaminando la situazione dei fondi di cui dispone il Comitato per la rielezione del presidente. Somme ingentissime che potrebbero spiegare tante cose”.Insomma la direzione da prendere è effettivamente quella inizialmente intuita: la Casa Bianca.

Bob ha promesso a Felt che il suo nome sarebbe rimasto “in acque profonde”. Per il suo cover name si ispirerà al titolo di film erotico molto in voga in quel 1972, che pure parla di “profondità”, Gola Profonda. Così Mark Felt diventa Gola profonda, tradendo nell’anonimato la propria organizzazione, in cui presta sempre servizio, per amore della verità.

Seguendo dunque il consiglio della loro fonte segreta, Woodward e Bernstein mettono sotto la lente di ingrandimento il Comitato della rielezione. Vi scoprono l’esistenza di somme enormi, le cui provenienze sono spesso sospette. Ma c’è dell’altro. Da diverso tempo insomma la Casa Bianca ha cominciato a combattere gli avversari politici con metodi scorretti. Oltre a MacCord i due passano al setaccio il Presidente del Comitato John Mitchell, ex Ministro della giustizia e, naturalmente, fedelissimo di Nixon.

Negli articoli del 29 settembre e 10 ottobre, Bob e Carl scrivono senza peli sulla lingua che Mitchell controlla consistenti fondi segreti per finanziare operazioni di spionaggio ai danni dei democratici. Ma non dispongono ancora di prove sufficienti per poterlo dimostrare senza ombra di dubbio. Sono andati troppo avanti senza avere le spalle coperte, si sono per così dire buttati senza rete.

La Casa Bianca in effetti passa alla controffensiva, scatenando un fuoco di sbarramento contro il giornale, definendo quello del Washington Post un giornalismo d’accatto e di bassa lega. Il giornale viene sommerso da critiche per la sua scarsa obiettività e da accuse per essersi schierato smaccatamente con il Partito Democratico, perdendo la tradizionale linea di neutralità. Le vendite insomma scemano, i lettori diminuiscono, il momento è difficile.

Gola Profonda allora decide di incontrarsi di nuovo con Woodward. Gli dice che quegli articoli sono stati un errore. Lui e Carl devono cambiare sistema. Devono cioè procedere dalla periferia e avanzare verso il centro raccogliendo riscontri e testimonianze certe, e non mirare direttamente al centro.

Intanto Nixon, che sta per concludere la pace in Vietnam e si presenta come uomo di Stato al di sopra della mischia politica, viene trionfalmente rieletto il 7 novembre 1972, con 47 milioni di voti contro i 29 del suo avversario democratico McGovern. Tuttavia i democratici si rifanno al Senato e alla Camera dei rappresentanti, dove conquistano la maggioranza.

Qualche settimana più tardi, il 27 gennaio 1973, Nixon coglie quel successo che aveva tanto atteso: firma un accordo di cessate il fuoco con il Vietnam. La guerra è finita. Nixon diventa una sorta d’idolo e la sua popolarità raggiunge vette insperate.

Ma, paradosso del destino, è proprio a partire da quel momento che lo “scandalo del Watergate” comincia a montare in tutta la sua virulenza, nonostante gli sforzi di tutti gli “uomini del presidente” di soffocarlo.

A questo punto la ”politica” si muove in parallelo all’inchiesta giudiziaria. Il senatore Ted Kennedy, forte della maggioranza democratica, chiede e ottiene l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Watergate.

Il 28 marzo McCord è interrogato dalla Commissione, alla quale conferma che il Watergate non era che parte di un vasto programma di spionaggio politico diretto dalla Casa Bianca. La Commissione si convince che alcuni stretti collaboratori di Nixon abbiano cercato di ostacolare la giustizia, hanno fornito false testimonianze e realizzato ascolti telefonici illegali ecc.. A quel punto appare evidente che l’FBI, o comunque parte di esso, è coinvolto. Patrick Gray, il direttore nominato da Nixon, è costretto alle dimissioni.

Intanto la procedura giudiziaria segue il suo corso. Mitchell e Haldeman (potente capo di gabinetto di Nixon) vengono rinviati a giudizio per ostruzione alla giustizia, falsa testimonianza, corruzione di testimoni, distruzione di prove. Chiare inoltre sono risultate le connessioni tra il Presidente e i suoi uomini. Il giudice avrebbe certamente incolpato anche Nixon, se avesse potuto farlo. Ma mettere in stato di accusa il Presidente è una prerogativa che spetta esclusivamente al Congresso.

Nel luglio del 1974 intanto la Commissione parlamentare conclude i propri lavori e in duemila pagine descrive in dettaglio le responsabilità dirette di Nixon nell’affare Watergate e le successive ostruzioni alla giustizia. Ora per la destituzione del Presidente è necessario un voto di entrambe le Camere alla maggioranza qualificata di due terzi. In teoria la minoranza repubblicana potrebbe impedirlo, se fosse compatta. Ma molti parlamentari repubblicani pensano già al “dopo Nixon” e alla necessità di non danneggiare il partito con una troppo lunga agonia politica del Presidente, oramai screditato presso la pubblica opinione.

Nixon così, dopo essersi difeso con tutte le sue forze per scongiurare la vergogna della destituzione, preferisce in definitiva rassegnare le proprie dimissioni. Primo e unico Presidente ad averlo fatto nella storia degli Stati Uniti. Lascia le sue funzioni il 9 agosto 1974.

Bob Woodward e Carl Bernstein trionfano! Sulla loro avventura i due giornalisti scrivono un libro,“Tutti gli uomini del Presidente”, che ha un immenso successo e vince anche il prestigioso premio letterario Pulitzer. I due hanno rispettato l’impegno preso con Marc Felt. Il suo nome non figura mai nel libro, dove si fa riferimento sempre a Gola Profonda, la cui identità riamane dunque sconosciuta al pubblico.

Due anni più tardi, il regista Alan Pakula realizza un film dallo stesso titolo. Il successo è planetario, anche perché si avvale dell’interpretazione di due attori dalla straordinaria bravura: Dustin Hoffman (Carl Bernstein) e Robert Redford (Bob Woodward). Film che vince 4 premi Oscar nel 1977. Anche in questo caso l’anonimato di Fest è stato preservato

Sarà solo molti anni più tardi, nel 2005, che lo stesso Mark Felt deciderà di uscire allo scoperto. Confessa alla rivista Vanity Fair che Gola Profonda era lui, spiegando le motivazioni che l’avevano spinto ad aiutare Woodward. Voleva mettere fine ai comportamenti disgustosi della Casa Bianca. Ma c’è da pensare che era motivato anche da un genuino desiderio di rivincita e di vendetta per essere stato ingiustamente scavalcato nella nomina a direttore dell’FBI. Motivazioni quindi politiche e morali, ma anche… strettamente personali.

 

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Fonte immagine di sfondo: https://www.notizie.it/cultura/2019/07/17/scandalo-watergate-storia-film/

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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