Traditori. Domenico Vecchioni racconta Pietro Badoglio

Il 5 maggio 1936 dal fatidico balcone di Palazzo Venezia Mussolini entusiasmava gli italiani proclamando:” Il Maresciallo Badoglio telegrafa. ‘Oggi 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose sono entrato in Addis Abeba’… L’Etiopia è italiana!”.

Badoglio aveva vinto la guerra più colonialista del regime e ne sembrava molto soddisfatto. Diventò per tutti il “combattente per i più alti ideali della civiltà fascista”.  

Eppure appena 7 anni dopo quello stesso Badoglio, il 25 luglio 1943, su indicazione del re, faceva arrestare Mussolini e ne diventava il successore. Cosa avrebbe fatto il nuovo Capo del governo? 

Avrebbe dichiarato la fine del regime, la caduta del fascismo? Niente affatto, comunicò invece che nulla era cambiato, la guerra continuava a “fianco dell’alleato germanico” e represse ferocemente i tumulti di piazza che si erano verificati dopo il 25 luglio.

Nonostante le apparenze però il regime era oramai finito, i congiurati dell’ordine del giorno Grandi erano stati beffati dal re.

Avevano immaginato di salvare il fascismo eliminando Mussolini. Ma Vittorio Emanuele III aveva altri progetti. Voleva proprio la fine del regime.

Aveva già deciso di affidare l’incarico di sostituire il Duce a Badoglio, uomo per tutte le stagioni, che non si sarebbe tirato indietro e avrebbe negoziato l’armistizio con gli anglo-americani. 

Armistizio che si tramutò prestissimo in una vera e propria resa incondizionata. 

Ma chi era il protagonista di questo “tradimento pasticciato”, come lo definirono gli stessi inglesi che per l’occasione coniarono un neologismo: to badogliate (che appunto indica un tradimento maldestro, pasticciato, furbastro…tipicamente italiano insomma).

Pietro Badoglio nacque il 29 settembre 1871 a Grazzano Monferrato (oggi Grazzano Badoglio), un minuscolo comune della provincia di Asti, da una famiglia della piccola borghesia locale.

Pietro scelse con convinzione la carriera militare ed entrò nell’Accademia d’Artiglieria di Torino, da dove nel 1890 uscì con il grado di sottotenente. 

Agli inizi della Prima guerra mondiale, tenente colonnello assegnato allo Stato Maggiore della 2° Armata, Badoglio fu protagonista di un’importante azione.

Alla testa della sua IV divisone, riuscì a conquistare il Monte Sabotino, intensamente fortificato dagli austriaci.

Se il merito non fu probabilmente tutto suo, riuscì tuttavia a farlo credere, valorizzando il suo intervento nei circoli di corte e ottenendo così il titolo nobiliare di marchese del Sabotino! 

Da quel momento la sua carriera conobbe uno sviluppo folgorante. Nominato generale, si ritrovò a capo della XXVII Corpo d’armata alla vigilia dell’ennesima battaglia sul fiume Isonzo.

Aveva appena 46 anni. Qui però le sue incerte fortune militari si arrestarono e Badoglio si rivelò tra i protagonisti della sconfitta di Caporetto.

Commise in effetti un imperdonabile errore, che pesò non poco sugli esiti della battaglia. Trascurò, in sostanza, di difendere proprio la zona (segnalata peraltro dai nostri servizi segreti) attraverso la quale i tedeschi avrebbero sfondato.  

Nonostante questa gravissima défaillance, Badoglio per motivi misteriosi, forse perché era massone, forse perché godeva di altissime protezioni a corte, non subì alcuna conseguenze né dette segno di volersi assumere le responsabilità che, agli occhi di tutti i militari, gravavano sulle sue spalle. 

Dopo la guerra fu nominato dal re senatore a vita e dopo pochi mesi divenne capo di Stato di Stato Maggiore dell’Esercito. Due anni dopo lasciò l’incarico. Carriera conclusa? Nient’affatto. 

Fu il fascismo a offrirgli ampi spazi dove spostarsi come un gattopardo buono per tutte stagioni. All’arrivo di Mussolini si mostrò abbastanza scettico e freddo.

In seguito tuttavia capì in che direzione soffiava il vento della Storia e diventò un fedelissimo del nascente regime. Come primo incarico chiese e ottenne di essere nominato ambasciatore del regno d’Italia in Brasile, verosimilmente attratto dall’altissimo stipendio che avrebbe incassato, sempre attento, da buon piemontese economo, ad accumulare risparmio.

Mussolini, dal canto suo, lo accontentò perché aveva avviato la sua opera di “accreditamento” presso le forze armate e avere Badoglio dalla sua parte gli faceva molto comodo.

Nel 1926 Badoglio raggiunse la vetta della carriera militare: venne nominato Maresciallo d’Italia, un grado appositamente creato per onorare gli alti ufficiali che si erano distinti durante la Prima guerra mondiale.

Tra il Duce e il neo Maresciallo il barometro della politica segnava il bello fisso. Fu proprio a lui che Mussolini affidò l’incarico della conquista definitiva dell’Etiopia. 

Al rientro a Roma, dopo la proclamazione dell’impero, Badoglio venne portato in trionfo. 

Nessun generale fu così onorato, incensato e arricchito dal regime fascista come lo fu Pietro Badoglio!

La fallimentare campagna di Grecia (ottobre 1940/aprile 1941) tuttavia mise in evidenza tutta l’inconsistenza politica e militare del Maresciallo d’Italia che, all’inizio della Seconda guerra mondiale, aveva ripreso – su sua richiesta – le funzioni di Capo di Stato maggiore generale.

Mussolini e il re furono di conseguenza obbligati a sostituirlo. Sulla soglia dei 70 anni, Badoglio si ritrovava così “disoccupato” e estromesso dai giochi di potere. Terminato dunque il suo impegno pubblico?

Non proprio. Ancora una volta le vicende legate al regime fascista gli diedero la possibilità di riemergere. Questa volta però come acerrimo nemico di Mussolini, l’uomo che l’aveva innalzato ai vertici della carriera militare, facendone uno dei personaggi più importanti del regime fascista.

Col suo accordo, il re tese una trappola al Duce invitandolo il 25 luglio 1943 a Villa Savoia “per un colloquio”. In realtà era per cacciarlo dal governo e farlo arrestare appena uscito dall’edificio!

Un vero colpo di Stato, che mise fine al fascismo, senza peraltro dichiararlo perché se ne temevano le conseguenze.

Era cambiato solo il Capo del governo, tutto il resto – si assicurava pubblicamente – rimaneva come prima. Non era vero. C’era già la volontà di avviare discreti contatti con gli alleati. La transizione tuttavia fu gestita malissimo dal re e da Badoglio.

Nei quarantacinque giorni che intercorsero tra la caduta di Mussolini e l’annuncio dell’armistizio/resa incondizionata, il paese conobbe la più grande confusione e un generale disorientamento.

Mancavano direttive precise, l’amministrazione pubblica si era liquefatta, i militari aspettavano ordini che non arrivavano.

Badoglio dimostrò in quelle drammatiche circostanze tutta la sua inadeguatezza politica e morale. Abbandonò l’esercito italiano a se stesso.

Cercava di rassicurare i tedeschi, che però non avevano più fiducia in lui e facevano affluire in Italia quante più truppe possibili.

Nello stesso tempo il Maresciallo sembrava abbastanza esitante nei suoi contatti segreti con gli alleati. Temeva insomma i tedeschi, ma non confidava ancora troppo negli americani. 

Alla notizia dell’armistizio si scatenò il panico tra gli alti dirigenti della nuova amministrazione italiana. I nazisti avrebbero potuto vendicarsi duramente per quello che per loro era un vero e proprio tradimento. Il re e Badoglio scelsero allora la strada meno gloriosa.

La fuga precipitosa da Roma (rinunciando a difenderla) verso Brindisi, già in salde e sicure mani alleate. A Badoglio fu chiesto di formare un nuovo governo composto di soli antifascisti provati e riconosciuti.

Le personalità da lui contattate posero però una condizione: Vittorio Emanuele III doveva abdicare, si era troppo compromesso con il fascismo.

Il che avvenne, “nella sostanza”, il 12 aprile 1944. Nella sostanza perché, come al solito, fu escogitata una formula “pasticciata”.

Il re cioè annunciò via radio da Salerno, effimera sede del governo provvisorio (febbraio-luglio 1944), la decisione di nominare suo figlio Umberto “Luogotenente Generale del regno”. Una figura istituzionale piuttosto rara.

Il re cioè rimaneva capo dello Stato, ma tutte le funzioni politiche della carica venivano affidate al Luogotenente, un malcelato passaggio di poteri.

Il re in definitiva era scaricato proprio dal suo fidato Badoglio! Nel suo eterno volteggiare Badoglio era stato per così dire “coerente”.

Prima aveva esaltato Mussolini, poi lo aveva fatto arrestare. Prima era stato l’alter ego del re, poi lo aveva lasciato perdere…

Con il ritorno a Roma finalmente liberata dagli alleati, Badoglio dovette dare le dimissioni nelle mani del Luogotenente Generale Umberto e il 18 giugno gli succedeva Ivanoe Bonomi. Iniziava una nuova era della storia politica italiana. 

 

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Fonte immagine di sfondo: Wiki

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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