Uccidere il “mostro”: la spietata caccia agli squali nel Golfo del Quarnaro

La ricompensa è alta: 500 fiorini per “cagnizzi” sopra i quattro metri, dai 100 ai 20 fiorini per animali di taglia inferiore pescati nel Golfo del Quarnaro, allora sotto il controllo della corona asburgica.  Siamo sul finire dell’Ottocento e il tratto di mare fra Trieste e la penisola istriana è un pullulare di tonnare, attività redditizia “minacciata” dai grandi squali che nuotano nell’Adriatico.  Oggi si calcola siano circa 50 le specie di squali nel Mare Mediterraneo, ma in tempi nei quali navigazione, bagni di massa e sfruttamento delle risorse marine erano agli “esordi” è ipotizzabile la fauna fosse più eterogenea.

In particolare, i carcharodon carcharias (squali bianchi) e gli innocui cetorini (cetorinus maximus) erano frequentatori dell’Adriatico: se ai nostri tempi avvistarne uno è un evento raro e inatteso per biologi e diportisti, per i pescatori del XIX secolo le possibilità di un incontro erano decisamente più alte.

Nel suo “Catture di squalo bianco nel Quarnero, 1872-1909”, lo storico italo-croato William Klinger (Fiume, 1972 – New York, 2015) sostiene che ad impressionare di più i marittimi è proprio il grande squalo bianco che, da tempo immemore, incarna le paure più recondite di chiunque si avventuri in acqua. Come nella trama del film di Spielberg, Lo Squalo, il Governo di Trieste mette una taglia su questi animali, “avventori” delle tonnare poiché attirati dal rumore, dall’assembramento di pesci e dal sangue rilasciato durante le mattanze.

Il premio in palio è alto e fa gola a molti. Un calcolo approssimativo (e un po’ al ribasso) basato sul fiorino d’argento del Gran Ducato di Toscana (fuori corso con l’Unità d’Italia) contenente poco più di sei grammi di metallo prezioso, al cambio odierno equivarrebbe a circa 1800 euro. Ma all’epoca una diversa quotazione dell’argento e, più generale, il reale valore della moneta asburgica avrebbe portato il “monte premi” ad una somma più considerevole… Fatto sta che i pescatori si danno ad una caccia sfrenata, abbattendo “cagnizzi” in modo indiscriminato così che anche mako, smeriglio, volpe finiscono sventrati sui moli triestini. E’ plausibile, inoltre, che il già citato cetorino (o squalo elefante), non di rado di lunghezza superiore ai quattro metri, sia stato “venduto” come feroce predatore quando invece si nutre di plancton.

Stando a Klinger, comunque, le catture ordinate dalla corona asburgica hanno due scopi: rassicurare la popolazione uccidendo il “mostro” e tentare di carpire qualcosa in più sui predatori, in particolare di arrivare ad una loro classificazione. È di questo periodo ad esempio l’importante lavoro di studio del professor Giovanni Masitz, autorità nel campo della biologia marina.
Le analisi e la raccolta aiutano a classificare con maggiore attenzione le varie specie: lo storico fiumano ricorda infatti che fino al 1890 sono 33 le presunte catture di carcharodon carcharias; fino al 1909 se ne registrano invece 22, segno forse che pescatori e autorità hanno imparato a riconoscere meglio gli squali. Inoltre solo in pochi casi gli esemplari superano i 400 cm e solo in una occasione sono stati rinvenuti resti umani nello stomaco dello squalo, ulteriore dato che ridimensiona la fama di “mostro marino” ingiustamente affibbiata all’animale.

Ma il mare, si sa, è fonte inesauribile di sorprese e di scoperte. E nell’ottobre del 1909 un piroscafo che incrocia le acque dell’isola di Cherso si imbatte in un esemplare immenso, una femmina gravida di bianco che supera i sei metri.  Era cambiato l’approccio scientifico, ma la sensibilità umana restava la stessa: la femmina è pescata e uccisa.  Una crudeltà alla quale, dopo decenni di caccia e inseguito ad una riduzione degli esemplari, si è posto rimedio con leggi ad hoc per la tutela di un predatore in verità meno pericoloso per l’uomo di quanto non lo siano api, vespe e automobili e così eccezionale da rendere l’eventuale incontro cosa unica, da tramandare e raccontare ai nipoti…

 

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Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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