Unione Sovietica: quando Krusciov denunciò i crimini di Stalin

Quando il 24 febbraio del 1956 si chiuse il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ben pochi delegati sospettavano che qualcosa di diverso dal solito bollisse in pentola, fino a quando non fu loro detto di riunirsi di nuovo al Cremlino per una “sessione privata” a cui né i giornalisti né gli ospiti stranieri erano invitati. Nikita Krusciov salì sul palco quando era già passata la mezzanotte, ma nessuno dei presenti faticò a restare sveglio nelle successive quattro ore: il leader sovietico parlò del passato recente e annunciò che, a tre anni dalla morte di Stalin, era venuto il momento di dire la verità su di lui.

Il defunto dittatore, fino a quel momento sempre dipinto come “un superuomo dotato di capacità quasi soprannaturali, praticamente un dio”, era stato invece un uomo “posseduto da una violenza brutale… capriccioso e dispotico”. Si era reso responsabile di “atti di terrorismo di massa” ai danni degli “onesti lavoratori del Partito e dello Stato Sovietico”, aveva ignorato gli avvertimenti sull’invasione tedesca nel 1941 e si era preso il merito dell’eroismo del popolo sovietico fino a creare attorno a sé un vero e proprio culto di “disgustosa adorazione”. E tutto ciò, dichiarò Krusciov, era costruito su menzogne che dovevano essere esposte alla gente per quello che erano, anche se con gradualità.

Tuttavia, dal momento che Krusciov aveva felicemente collaborato con Stalin per anni, il suo “discorso segreto” non suonava molto sincero, e molti storici oggi lo considerano una manovra per mettere in scacco i suoi rivali politici al Cremlino. All’epoca alcuni delegati gioirono e applaudirono, altri rimasero talmente sconvolti che – si dice – si accasciarono sulle sedie. Ma quando la voce si diffuse sia all’interno sia all’esterno dell’Unione Sovietica il “discorso segreto” assestò un violento colpo alla reputazione di Stalin, sebbene a Mosca non sia mai stato pubblicato ufficialmente prima del 1989.

Secondo Evan Mawdsley, già docente di Storia internazionale presso l’Università di Glasgow: “Il discorso era pieno di contraddizioni, tanto quanto lo era Krusciov stesso, che è stato definito nei modi più svariati: stalinista, ideologo, comunista liberale, apprendista stregone e povero sciocco. Si trattava di un discorso strettamente politico, concepito per rafforzare la posizione di Krusciov nella sua lotta con altri leader rimasti ancora più coinvolti di lui nelle peggiori azioni di Stalin. Nello stesso tempo era un appello ai ‘pezzi grossi’ del Partito, i delegati presenti al Congresso, a cui offriva protezione contro gli eccessi di un eventuale nuovo tiranno. Krusciov non criticò le repressioni di massa e neppure il terrorismo assassino ai danni dei contadini durante le collettivizzazioni degli anni Venti, così come non questionò sui metodi con cui il suo predecessore aveva conquistato il potere né fece alcun tentativo per ‘riabilitare’ i primi avversari di Stalin. E di certo non criticò il leninismo. Eppure le sue parole miravano a sovvertire quel modo di pensare che vent’anni di propaganda stalinista e due guerre mondiali avevano contribuito a sviluppare. Non ebbe completo successo né con l’élite del Partito né con le masse sovietiche, ma di fatto aiutò l’URSS a fare un passo avanti e gettò discredito sugli aspetti peggiori del totalitarismo di Stalin. Ebbe anche un effetto non trascurabile su vari eventi dell’Europa orientale e sui rapporti tra Russia sovietica e Cina maoista, oltre a piantare alcuni dei semi che avrebbero contribuito allo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991″.

Mario Sprea

Giornalista professionista, direttore di diverse testate settimanali e mensili, autore di numerosi libri di narrativa, studioso e ricercatore di Storia delle religioni, esperto di divulgazione storica, responsabile di numerose riviste di Storia.

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