Vichy, Philippe Petain: l’eroe-collaborazionista espressione della volontà francese

 

Ritengo del tutto legittimo rendere omaggio al Maresciallo che ha portato il nostro esercito alla vittoria” (Emmanuel Macron, 7 novembre 2018).

Eroe o collaborazionista, chi fu davvero Philippe Petain? Entrambe le cose.

Vincitore di Verdun durante la Prima Guerra Mondiale, nella Seconda diverrà icona di tradimento e di collaborazione con l’esercito del Reich che aveva conquistato la Francia nel giugno del 1940.

Ma a differenza degli altri collaborazionisti europei – imposti e manovrati dalla Germania – Petain era un’interessante eccezione. Quando la Wehrmacht marciava fiera lungo gli Champs Elysées, il vecchio Maresciallo era già in carica. E con l’appoggio quasi unanime del parlamento.

La Campagna di Francia (10 maggio – 24 giugno 1940) aveva assistito all’avanzata travolgente dei tedeschi. E al collasso di un’intero esercito, l’Armeé, letteralmente travolto e battuto.

Ancora in pieno scontro, i comandanti dell’Armée facevano pressione sul premier francese Paul Reynauld affinché avviasse negoziati per una resa. La disparità di forze, infatti, nonché la rapidità dell’avanzata nemica lasciavano intravedere l’inevitabilità di una disfatta. Dunque, per preservare Parigi da una battaglia che l’avrebbe distrutta e per tutelare gli interessi francesi in patria e all’estero le richieste dei vertici militari orientarono la scelta politica su Philippe Petain, anziano generale eroe della Grande Guerra.

Una figura dal carattere a dir poco “mistico”. Se, infatti, aveva condotto i francesi alla vittoria nella Prima Guerra Mondiale, 30 anni dopo li avrebbe strappati ad una odiosa occupazione, evitando dunque la sorta toccata a Polonia, Cecoslovacchia e Norvegia.

Il 16 giugno il presidente della Republique Albert Lebrune incaricò il generale di costituire un governo d’emergenza, nel quale il presidente del Consiglio avrebbe ricoperto anche il ruolo di Capo dello Stato.

Finiva così la Terza Repubblica sostituita dall’Etat francaise. Perché questo era il nome col quale, fino al 1944, sarà ufficialmente conosciuta la Francia.

Fu l’esecutivo di Petain a chiedere un armistizio ai tedeschi, accettando persino di firmarlo nella cornice umiliante di Compiegne, laddove nel 1918 l’Impero prussiano aveva sottoscritto la sua resa. E a bordo di un celebre vagone ferroviario, poi fatto saltare insieme al mausoleo dai genieri tedeschi.

Benché onerose e dure, le clausole dell’armistizio lasciavano alla Germania l’occupazione di Parigi e della parte settentrionale della Francia, mentre all’Etat francaise era assicurato il controllo della porzione centro-meridionale con proprie istituzioni e una certa autonomia amministrativa. Nuova sede governativa Vichy, centro termale scelto appositamente per la grande disponibilità di strutture alberghiere capaci di ospitare il Maresciallo e il suo seguito.

Dalla località, dunque, il nome Repubblica di Vichy che nei decenni a venire identificherà ciò che per i francesi e per il resto del mondo fu uno stato collaborazionista. In realtà si trattava della Francia in “senso stretto”: il suo capo, Petain, era stato nominato dal parlamento non certo dalla Germania. E non mancò il riconoscimento internazionale, come quello degli Stati Uniti che nel 1940 erano ancora neutrali. Anche i francesi riconoscevano quel governo, forse unico capace di “proteggere” il bene della Francia. D’altronde nel 1940 il Generale De Gaulle e la sua France Libre erano in Inghilterra, dunque lontani dalla madrepatria e non ancora così popolari da riscuotere consenso fra i concittadini oltre Manica.

Collaborazionisti, quindi, ma fino ad un certo punto. Nonostante la politica dell’Etat francaise rispondesse alle esigenze dei tedeschi (repressione dei comunisti e dei socialisti, lotta al bolscevismo, antisemitismo), l’attenzione agli interessi nazionali non era mai calata. E fu proprio questo interesse il motore della fine di Vichy.

Venuti a conoscenza delle trattative fra l’ammiraglio Darlan e gli Alleati in Nord Africa, gli italo-tedeschi occuparono la Francia meridionale senza incontrare resistenza.

E’ il novembre 1942. Petain resterà in carica fino all’estate 1944, quando lui e il suo governo (ormai esautorati da tutti i poteri) si trasferiranno nella sede tedesca di Sigmaringen. Condannato al carcere a vita per collaborazionismo, l’ex eroe di Verdun morirà in carcere nel 1951 a quasi cento anni di età.

 

 

 

(Fonte immagine di sfondo: https://www.telegraph.co.uk/news/2018/11/07/emmanuel-macron-fire-calling-nazi-collaborator-philippe-petain/)

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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