Vogliamo salvare il mondo, ma la guerra ci fa orrore solo quando colpisce gli europei

 

Vogliamo salvare il mondo ma la guerra suscita in noi orrore solo quando colpisce gli europei. 

Non è vero? Ricordate, nei conflitti degli ultimi venti anni, una mobilitazione di massa come quella cui assistiamo oggi per l’Ucraina?

Ingiusto? Certamente no, specie per le vittime civili. Ma i civili soffrono anche in angoli del globo nei quali gli echi della nostra solidarietà arrivano molto attenuati o per niente. 

Mentre osservavamo, amareggiati ed inorriditi, il volto sorridente della piccola Polina ci sono venute in mente le tante donne travolte e massacrate da guerre lontane. O, almeno, lontane perché noi le percepiamo lontane. 

La Siria, ad esempio, che vista sulla carta geografica non sembra essere più distante dall’Italia rispetto a Kiev. Ecco, in Siria (ed in Irak), fino a pochi anni fa, le donne cristiane yazide erano catturate dall’Isis e vendute come schiave. Avete capito bene, vendute come schiave… nel 2015!

Altre siriane finivano sfollate nei paesi confinanti, preda dei trafficanti di uomini, delle organizzazioni criminali o vittime dei matrimoni combinati. 

La fame aveva spinto le adulte a prostituirsi per pochi dollari e le giovanissime ad essere consegnate a mariti molto più anziani per 2000 dollari. 

I loro uomini, le loro sorelle e fratelli, i loro figli rischiavano la vita in viaggi eterni, in mano a smluggers senza scrupoli talvolta morendo alle porte dell’Europa: Alan Kurdi, tre anni, deceduto sulla spiaggia di Coo. La foto di quel corpicino disteso sulla battigia divenne subito simbolo del dramma siriano… che prosegue, peraltro, nel silenzio generale. 

Sofferenze atroci le subiscono donne di ogni angolo del mondo. In Mauritania, ove la schiavitù è ancora praticata; in Moldova nella quale bambine e ragazze sono vittime delle piaghe tratta del sesso e turismo sessuale. O ancora nelle aree dell’Africa martoriate dai gruppi jihadisti e nell’Afghanistan che abbiamo dimenticato. 

I talebani hanno espresso preoccupazione per i civili ucraini, forse scordando di aver sparato su folle di, loro, civili inermi colpevoli solo di pretendere il mantenimento dei diritti civili e politici riconquistati durante la presenza della NATO. 

Di Kabul ci siamo volutamente dimenticati: un po’ per senso di vergogna, un po’ perché l’Afghanistan in fondo è molto lontano da noi, geograficamente e culturalmente.

E’ qui che casca l’asino: la differenza culturale e sociale che fin da piccoli ci viene insegnato essere un “ostacolo da superare”, domina in realtà la nostra percezione del mondo.

Mutuando un termine della sale guerre

Ils sont seulement bougnoules – sono soltanto degli indigeni” 

Allora erano i soldati francesi in Indocina a giustificare le crudeltà contro i viet, definendo questi ultimi bougnoules. Da vittime della crudeltà coloniale, i “bougnoules” contemporanei sono vittime dell’ indifferenza occidentale.

Ci siamo già passati, eppure non lo ricordiamo: le violenze delle truppe tedesche nell’Europa occupata, la contro-guerriglia, le torture, i villaggi bruciati erano le stesse applicate ad africani ed asiatici prima e dopo la seconda guerra mondiale. 

Solo entrandoci in casa, le tecniche di bandenkampf hanno scosso la nostra coscienza: come è possibile essere talmente abietti e bestiali? Avreste dovuto chiederlo ai congolesi dei tempi di Re Leopoldo… 

Anche la Russia è soggetta ad una percezione alterata. Siamo europei occidentali e, dall’Età tardo antica, tutto ciò che proviene dalle steppe dell’Asia e dall’oltre Elba provoca in noi paure ancestrali.

Europei anche i russi sì, ma europei un po’ a loro modo: un po’ Unni, un pò Ungari, magari anche un pò Tatari ed infine sovietici.

Del mondo oltre-cortina, di quella Russia zarista e poi Urss conoscevamo assolutismo e totalitarismo, acceso nazionalismo e controllo sulla vita di cittadini ed opinione pubblica.

Il termine “Pravda” inteso come controllo dei media, deriva proprio dal nome del celebre quotidiano tutt’ora venduto nella Federazione Russa. 

La Russia non ha mai conosciuto una democrazia nel senso occidentale del termine e la presidenza Putin rappresenta, oggi, l’unica esperienza simil-democratica vissuta da San Pietroburgo a Vladivostok.

Dunque, la repressione del dissenso mostrataci dai media in questi giorni appare ai nostri occhi come barbarie indegna a noi paesi civili… 

Pure stavolta è facile prendere posizione. Pur condannando i modi delle autorità russe, è bene ricordare che l’Occidente è tutt’altro che esente da critiche quanto a rispetto dei diritti.

Alla prima apparizione pubblica del mouvement des gilets jaunes nel novembre 2018, negli scontri con la polizia francese rimase a terra un morto, oltre quattrocento furono feriti di cui quattordici gravi e quasi trecento furono gli arresti.

Motivo del contendere non la guerra, ma problematiche sociali. 

Nello stesso anno, in Italia, un grave fatto di sangue fece da innesco ad una situazione di tensione a ridosso delle elezioni politiche.

La presunta minaccia del ritorno di fiamma di un fascismo ormai morto e sepolto, scatenò violente proteste in tutto il Paese: agenti e manifestanti al pronto soccorso, città a ferro e fuoco. Il tutto per una campagna elettorale?

Due anni più tardi, l’opposizione contestava al Governo Conte bis di aver scavalcato la prassi parlamentare nella gestione dell’emergenza sanitaria, assumendosi prerogative che avrebbero vietato la libertà dei cittadini.

Nel medesimo periodo, inoltre, gli USA erano infiammati da proteste per le violenze della polizia contro gli afro-americani, manco si fosse tornati all’Alabama degli Anni Cinquanta. 

Putin non è un santo, tantomeno un democratico. E’ un ex dirigente del KGB con alle spalle una lunga carriera militare e politica. Ed un conoscitore del suo popolo e del resto del mondo.

Impenetrabile (nessuno avrebbe mai pensato ad una invasione terrestre dell’Ucraina) quanto misterioso, è il bersaglio di un Occidente pronto a puntare il dito contro il tiranno, dimenticando tuttavia le sue colpe ed i suoi legami con nazioni altrettanto poco democratiche: Arabia Saudita, Cina, Turchia. 

Ecco, come oggi è legittimo schierarsi accanto al popolo ucraino e sostenerlo, sarebbe altrettanto giusto domani fare un computo delle situazioni di grave violazione dei diritti umani in nazioni di cui siamo “amici”, in aree che abbiamo contribuito a destabilizzare ed in angoli di mondo che ci siamo lasciati alle spalle. 

Perché di fronte alla sofferenza sono tutti ucraini. E la solidarietà vale per Kiev quanto dovrebbe valere per Damasco, Tripoli e Kabul. 

Cosa fare dunque? Una scelta: riformulare gli assetti delle nostre alleanze, escludendo e condannando chiunque violi la libertà ed i diritti fondamentali. Oppure accettare ed ammettere apertamente che in politica estera la ragion di stato e l’economia prevalgano (quasi) sempre sulle scelte morali.

 

 

 

 

 

_________________________________________

(Fonte immagine di sfondo: qui)

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

Articolo Precedente

Dittatori. Josif Stalin, da seminarista a padre “padrone” dell’Unione Sovietica

Articolo successivo

Introdotto dagli arabi o di origine celtica? Il “giallo” delle origini del sapone