Agosto ’45: la bomba atomica, l’USS Indianapolis e quel marinaio italo-giapponese

Nagasaki, 9 agosto 1945. La seconda atomica, Fat Man, detona sui cieli del porto giapponese. Gli ordigni provocano, fra il 6 e il 9 agosto, circa 250 mila morti senza contare feriti gravi, molti dei quali periranno nelle ore, nei giorni e negli anni successivi a causa tanto delle ferite quanto della radioattività. L’avamposto oceanico dal quale i bombardieri B-29 decollano con il letale carico è Tinian, isola distante 3000 km dalle coste nipponiche, sulla quale i componenti di Little Boy (il primo ordigno, quello di Hiroshima) sono arrivati via mare a fine luglio.

Incaricata del trasporto è l’USS Indianapolis, incrociatore pesante Classe Northampton salpato a metà mese da San Francisco, imbarcando casse della cui natura l’equipaggio è ignaro…

Era una missione talmente segreta che si scordarono di venirci a prendere” ricorda, con un sorriso amaro, il cacciatore di squali Quint in una superba, quanto drammatica narrazione ne Lo Squalo (1975). Già ai tempi della pellicola di Spielberg, infatti, l’opinione pubblica americana era al corrente della tragica sorte dei marinai dell’Indianapolis. Consegnata la bomba il 26, la nave salpa le ancore il 29 luglio per raggiungere Leyte, viaggiando senza scorta poiché l’intelligence della US Navy assicura non vi siano unità nemiche lungo la rotta.

Assicurazione che non tiene conto di sommergibili e navi che, malgrado le pesanti sconfitte subite dalla Marina imperiale, continuano a pattugliare il mare e ad attaccare il naviglio alleato. Fra loro l’I-58 che silura l’Indianapolis: un bersaglio non difficile per il battello che inquadra e colpisce la grande nave, sola fra i flutti.

Dei 1200 uomini a bordo, circa 300 moriranno nelle prime fasi dell’affondamento, gli altri restano in balia delle onde per tre giorni: ipotermia, sete e attacchi di squalo mieteranno centinaia di vittime, quasi 900 per l’esattezza prima che un ricognitore Lockheed Ventura riesca ad individuare i naufraghi.

Un sacrificio umano impressionante, certo non paragonabile alle vittime dei due bombardamenti atomici, ma comunque degno di nota per la sofferenza di chi ne fu coinvolto e anche per il tributo di sangue imposto alla missione. Che vi fossero navi giapponesi in attività, infatti, non era un mistero: proprio il giorno prima che l’Indianapolis salpasse per l’ultimo viaggio, un cacciatorpediniere americano era stato attaccato e affondato, dunque la rotta in solitaria fa dell’incrociatore facile preda dell’ I-58. Al danno la farsa: la segretezza della missione, insieme alla volontà di non assumersi responsabilità inducono la Marina statunitense a scaricare le responsabilità sul comandante Charles McVay che, malgrado assolto dalle accuse e reintegrato nei ranghi già nel 1946, afflitto dal dolore per le perdite e dal senso di responsabilità finirà suicida 23 anni dopo.

A fronte di una tragedia quale quella della Seconda Guerra Mondiale la “strategia” dello scaricabarile apparirebbe come senza senso: chi può tirarsi indietro dalle proprie colpe per un conflitto costato fra i 60 e gli 80 milioni di morti? Sia i vincitori sia i vinti, entrambi motivati a strappare condizioni più favorevoli in vista dei trattati di pace, allontanando e dimenticando quelle vicende e quegli uomini che possano compromettere l’immagine di nazioni vincitrici o di nazioni vittime…

Il marinaio barese Raffaello Sanzio, ad esempio, è deriso dalla nuova Marina militare dell’Italia Repubblicana quando cerca di tornare in servizio, dopo aver trascorso anni nel Pacifico, a bordo del sommergibile Cappellini. In acque nipponiche, all’indomani dell’Armistizio dell’8 settembre 1943 il battello della Regia Marina è accorpato prima alla Kriegsmarine germanica (U. IT. 24) e poi alla Marina imperiale giapponese con equipaggio misto, fra loro quegli italiani che hanno deciso di continuare a battersi con l’Asse come Sanzio, determinato a non tradire Berlino e Tokyo. Una lotta fino all’ultimo: tre settimane dopo Nagasaki, infatti, i giapponesi continuano a combattere gli anglo-americani malgrado le enormi perdite umane e materiali subite. Fra le unità in battaglia il Cappellini (riclassificato I-503) che, con le mitragliere anti-aeree, abbatte un bombardiere B-25 americano sui cieli di Kobe. E’ il 29 agosto 1945.

Poi il 2 settembre la resa incondizionata firmata dal ministro degli esteri Mamoru Shigemitsu e dal generale Yoshijro Umezu a bordo della corazzata Missouri, alla presenza del generale Mac Arthur e delle massime autorità alleate e dell’URSS. Il più grande conflitto della Storia si conclude, ma per i reduci di tutti i fronti e di tutti i paesi non è finita. Il ritorno a casa non è sempre dei migliori… Lo sa il marinaio Sanzio, che deciderà definitivamente in Giappone. Assunto il nome Raffaello Kobayashi, si sposa e trascorre il resto della vita a Yokohama fino agli Anni ’80, quando un’intervista con Arrigo Petacco permette all’Italia di conoscere la sua singolare, intensa vita di marinaio italiano e di cittadino giapponese.

Marco Petrelli

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e Società (curriculum Storia e Politica internazionale) conseguita all'Università di Roma Tre e una in Storia all'Università di Firenze, è giornalista freelance orientato su temi di esteri, difesa e storia. Reporter embedded segue le attività dei militari italiani in Patria e nelle aree di crisi. Collabora con riviste di settore (BBC History, Aerojournal, Rivista Italiana Difesa, EastWest, Affari Internazionali) e con quotidiani (IlGiornale.it, LiberoQuotidiano.it). È autore di due titoli sull'Aeronautica Nazionale Repubblicana e di un libro (in arrivo) dedicato alla Seconda Guerra Mondiale nei Balcani.

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