Assemblea Costituente: l’alba della Prima Repubblica

All’indomani della Liberazione, il governo provvisorio italiano guidato da Ivanoe Bonomi si dimise per consentire la creazione di un esecutivo rappresentativo dell’Italia uscita dal fascismo. Dopo alcuni screzi fra socialisti e democristiani, i partiti trovarono l’accordo sulla figura di Ferruccio Parri, il leader del Partito d’Azione distintosi per il suo attivismo durante la Resistenza. Caduto il suo governo per il ritiro della fiducia da parte del Partito Liberale, a succedergli fu Alcide De Gasperi, coerentemente con il ruolo di centralità che la Democrazia Cristiana aveva assunto nel nuovo corso politico.

Il primo punto all’ordine del giorno del nuovo governo fu, oltre al referendum che avrebbe dovuto stabilire se mantenere la monarchia o passare alla Repubblica, quello riguardante le elezioni politiche per la formazione dell’Assemblea Costituente, che avrebbe poi dovuto redigere la Costituzione. La consultazione popolare, con la partecipazione delle donne che per la prima volta erano ammesse al voto politico dopo che nel marzo precedente avevano potuto esprimere le loro preferenze nelle elezioni amministrative, fu indetta per il 2 giugno 1946.

I risultati per le elezioni dell’Assemblea Costituente assegnarono il primato politico alla Democrazia Cristiana, che svettò con il 35,2 per cento dei voti sul PSIUP – il Partito Socialista di Unità Proletaria nato dalla fusione fra PSI e il Movimento di Unità Proletaria – fermatosi al 20,7 per cento, e sul PCI, che aveva raggiunto il 19 per cento dei consensi. L’Unione Democratica Nazionale (UDN), che unendo liberali e “demolaburisti” dell’ex presidente del Consiglio Ivanoe Bonomi raccoglieva sotto le sue insegne i maggiori esponenti della classe dirigente, raccolse un deludente 6,8 per cento, mentre il Partito dell’Uomo Qualunque (da cui deriva il termine “qualunquista”) fondato dal giornalista Guglielmo Giannini si fermò al 5,3 per cento.

Il quadro si completava con il Partito Repubblicano al 4,4 per cento, il Blocco Nazionale della Libertà (una lista elettorale sostanziata essenzialmente dal Partito Monarchico) al 2,8 per cento e la totale disfatta, con un umiliante 1,5 per cento dei consensi, di quel Partito d’Azione che vantava le origini più lontane, con la sua formazione mazziniana. La grande novità che mise in campo questa tornata elettorale rispetto a quelle svoltesi prima dell’avvento del fascismo, fu la decisiva avanzata dei partiti di massa, che corrispose al tramonto definitivo dei precedenti gruppi liberal-democratici la cui eredità (e quindi l’elettorato) era stata raccolta in toto dalla Democrazia Cristiana, che incarnava lo spirito moderato degli italiani.  Da parte sua, la sinistra vide mutati al suo interno i rapporti di forza, con i socialisti ormai pressati da vicino dai comunisti.

Fra le curiosità, anche quella che non tutti gli italiani ebbero la possibilità di votare: non poterono farlo quelli della provincia di Bolzano (che con la Repubblica Sociale Italiana era stata annessa alla Germania e dopo la guerra messa sotto il protettorato degli Alleati) e quelli della provincia di Trieste, sottoposta ad amministrazione internazionale e tornata all’Italia solo nel 1954.

Mario Sprea

Giornalista professionista, direttore di diverse testate settimanali e mensili, autore di numerosi libri di narrativa, studioso e ricercatore di Storia delle religioni, esperto di divulgazione storica, responsabile di numerose riviste di Storia.

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