Capo Giuseppe: l’ultimo eroe dei Nasi Forati

Tra i capi della tribù nordamericana dei Nasi Forati, stanziati nel territorio dell’Oregon, nella valle di Wallowa, quello che si oppose con maggior vigore a un accordo con gli occidentali fu Tuekakas, conosciuto come Giuseppe il Vecchio. Quest’ultimo nome gli era stato dato nel 1838, quando si era convertito al cristianesimo (la sua tribù aveva sempre avuto buoni rapporti con i missionari bianchi) e si era fatto battezzare. Aveva accettato un primo accordo, relativo alla creazione di alcune riserve, ma nel 1863, pur non avendo mai manifestato ostilità ai bianchi, si era rifiutato di acconsentire a un secondo trattato che avrebbe rinchiuso il suo popolo in un territorio troppo imitato.

Alla sua morte, nel 1871, fu suo figlio Hinmaton Yalaktit (cioè Tuono che rotola dalla montagna), meglio noto come Giuseppe il Giovane o, semplicemente, “Capo Giuseppe” a raccoglierne l’eredità. Nel frattempo, però, ad aggravare la situazione era intervenuta la scoperta dell’oro nel territorio del Nasi Forati, avvenuta attorno al 1877. I cercatori d’oro, attirati come sempre dal miraggio di una facile ricchezza, dilagarono nei territori della tribù, rubandone i cavalli e il bestiame e cominciando a diffondere false notizie sull’ostilità di un popolo che, al contrario, aveva sempre accolto gli occidentali in modo amichevole.

Capo Giuseppe si oppose fin dall’inizio alle proposte di trasferimento dei suoi uomini nell’Idaho, abbandonando la valle del fiume Wallowa, in Oregon. La sua resistenza portò però allo scontro con l’esercito, guidato dal generale Oliver O. Howard, che attaccò i Nasi Forati. Consapevole che uno scontro frontale sarebbe stato fatale alla sua gente, Giuseppe scelse di rifugiarsi in Canada, intraprendendo una marcia di quasi 3.000 km attraverso l’Oregon, l’Idaho e il Montana.

Nel corso della ritirata, i nativi si scontrarono varie volte con gli uomini di Howard, infliggendo loro gravi perdite senza mai essere sconfitti. Quando ormai era sul punto di raggiungere la meta fu raggiunto dalla colonna del colonnello Miles, che lo costrinse allo scontro decisivo di Bear Paw, dove l’artiglieria giocò un ruolo determinante, costringendo gli indiani alla resa.

Prima di arrendersi, Giuseppe disse: “Sono stanco di combattere, i nostri capi sono tutti caduti, Specchio è morto, Toohoolhoolzote è morto. Tutti gli anziani sono morti. È freddo e non abbiamo coperte. I bambini muoiono di freddo. Alcuni della mia gente sono fuggiti sulle montagne e si trovano senza coperte e senza cibo. Vorrei avere il tempo per cercare i miei bambini e vedere quanti ne posso ancora trovare. Forse li troverò fra i morti. Ascoltatemi, capi! Sono ormai molto stanco, il mio cuore è malato e triste. A cominciare da dove ora è il sole, io non voglio più combattere”.

Morì il 21 settembre 1904, nella riserva di Colville, nello Stato di Washington.

 

Immagine via wikimedia.commons.org, autore United States Library of Congress’s Prints and Photographs division

Stefano Bandera

Stefano Bandera

Nato nel 1963, laureato in Filosofia, scrittore, lavora in ambito editoriale dal 1989. Per Sprea Editori cura la realizzazione dei bimestrali Far West Gazette e Civiltà Romana. È anche autore di libri divulgativi per ragazzi.

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