Cappella Sansevero: il Cristo velato e le “macchine anatomiche”

La Cappella Sansevero, conosciuta anche come Santa Maria della Pietà, oggi sconsacrata, nota per il “Cristo velato” e le “macchine anatomiche”, non è nata solo come cappella della famiglia di Sangro, ma come summa della simbologia massonica. La costruzione è infatti inscindibilmente legata alla figura del principe Raimondo di Sangro di Sansevero. Questi era un singolare intreccio di razionalismo, pensiero filosofico, teologia e gusto per le tradizioni misteriche, tipico dell’epoca.

Non stupisce, quindi, trovarlo nella setta segreta dei Rosacroce, dai quali venne iniziato ai riti alchemici. Connesso a quest’attività fu il suo interesse per la musica lirica, in particolare per la figura del castrato, in cui i Rosacroce vedevano il ritorno all’androgino primordiale. Secondo la leggenda, il principe andava cercando nei cori parrocchiali fanciulli dalla bella voce, se li faceva affidare dai genitori,m e, dopo averli castrati, li faceva istruire come soprani nel Conservatorio dei Poveri di Gesù Cristo, a Napoli. Importantissima fu la sua iscrizione alla massoneria, a cui aderì nel 1744. Sulla nobiltà e borghesia napoletana, più della raziocinante massoneria di tipo inglese fecero presa le suggestioni occultiste e alchemiche del filone scozzese.

E in effetti, di miracoloso, la Cappella Sansevero ha tutto: dall’apparizione del dipinto della Pietà (oggi sull’altare maggiore) dopo il crollo del muro del giardino di famiglia, alle grazie concesse dall’immagine, fino all’edificazione della chiesa nel 1613 da parte di Alessandro di Sangro, che ottemperò al voto del padre, Giovan Francesco, guarito da una grave malattia per intercessione della sacra icona.

Ma la decorazione, il progetto iconografico e anche le singole invenzioni tecniche sono opera di Raimondo, che vi si impegnò dal 1744 profondendovi molte delle sue finanze, tanto da indebitarsi seriamente. Di sua invenzione è il pavimento con motivi a labirinto, composto da tarsie marmoree incastrate in una striscia continua bianca di marmo sintetico; la grande lastra di marmo della sua tomba, la cui iscrizione in rilievo (non incisa) fu realizzata con un procedimento a base di solventi chimici e non per arte di scalpello.

Così come l’intreccio di pampini e grappoli d’uva della cornice di grande finezza. Tra tanti miracoli spicca la scultura con il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino: si fantastica che la trasparenza del velo nel quale è avvolto il Cristo sia stata ottenuta con un procedimento di marmorizzazione dei tessuti ideato dal principe-alchimista.

Altra attrazzione della cappella sono le cosiddette “macchine anatomiche”. Nel sotterraneo sono infatti conservati due scheletri, uno maschile e l’altro femminile, in posizione eretta, con il sistema arterovenoso, differenziato dal colore rosso e blu, quasi perfettamente integro. Secondo la credenza popolare Raimondo di Sangro «fece uccidere due servi, un uomo e una donna, per imbalsamarne i corpi in modo tale che mostrassero nel loro interno tutti i visceri, le arterie e le vene». Ai piedi della donna era posto un feto con la placenta ancora legata al cordone ombelicale, i cui resti furono rubati negli anni Sessanta.

Documenti indicano Giuseppe Salerno come autore delle “macchine”. Ma come furono realizzate? Secondo alcuni il medico palermitano inoculò nei cadaveri una sostanza creata dal principe, che permise la metallizzazione dei loro vasi sanguigni. Oggi però è certo che il principe ricostruì, all’interno di due veri scheletri umani, il sistema arterovenoso con materiali vari, tra cui cera d’api e coloranti.

 

Immagine via Facebook

Redazione Conoscere La Storia

Redazione Conoscere La Storia

Conoscere La Storia vuole raccontare la storia agli appassionati, anche ai meno esperti, con semplicità, chiarezza e immediatezza.

Articolo Precedente

Fortitude, l’operazione segreta più riuscita della 2° Guerra Mondiale

Articolo successivo

Befana: un’icona dal “sapore”… italiano in ossequio alla Tradizione