Democratic Party: da JFK a Biden il grande bluff pacifista

 

L’elezione di Joe Biden è stata accolta da buona parte del mondo progressista come una manna. Il “tiranno” e “guerrafondaio” Trump è stato sconfitto dal Democratic Party con il volto rassicurante di Biden e di Kamala Harris, quest’ultima donna al potere ed afro-americana, aperta rottura con il presunto “razzismo” del Tycoon. 

Nell’immaginario collettivo, infatti, i repubblicani come Trump sono i conservatori armati, quelli Bibbia bandiera e fucile per intendersi. Il Clint Eastwood di “Gran Torino”, reduce di Corea con l’M1 sotto il letto, lo Stan Smith di “American Dad” caricatura dell’agente della CIA che si commuove guardando Alba rossa.  Forse nessuno ricorda che la schiavitù negli USA fu abolita da un repubblicano e che la prima legge contro i suprematisti razziali fu di un altro repubblicano, il generale e presidente Grant. 

Lo stesso luogo comune rappresenta altresì i democratici quali ecologisti, pacifisti, anti-razzisti, aperti a nuove tendenze e culture. 

E’ davvero così?

Kennedy e Johnson 

JFK è icona di quel “to be democratic” che tanto piace ai progressisti al di qua ed al di là dell’Oceano. Già, quello dei diritti civili, della difesa delle minoranze… ma anche della Guerra in Vietnam, della crisi dei missili di Cuba, degli artisti di Hollywood messi sotto controllo perché, Kennedy, i comunisti non li amava e, anzi, li spiava. Contro il suo successore, Lyndon Johnson (vice democratico di JFK), si scatenarono i movimenti contro la guerra e la beat generation. Nel sud, le misure adottate da Johnson per contrastare la segregazione furono messe a dura prova dagli stessi amministratori democratici, un nome fra tutti George Wallace, tre volte governatore dell’Alabama che nel 1963 ci mise la faccia… per impedire la desegregazione dell’Università dello stato. In altre parole: niente afro-americani ai corsi universitari. 

Il Muro democratico

Se il repubblicano Reagan aveva pregato Gorbachev di “abbattere questo Muro”, il democratico Clinton provvide a rafforzare fisicamente la barriera di separazione USA – Messico. Sì, quella tanto contestata a Trump nel corso del suo mandato: nata nel 1990, ulteriormente potenziata da Clinton prima e dal Secure Fence Act del 2006 (votato dai anche dai democratici, fra i quali il futuro Presidente Barack Obama), stava per essere ancor di più potenziata dal Tycoon. 

Biden ha espresso da subito il suo parere negativo, ma solo al potenziamento. Il muro col Messico, infatti, è ancora lì con buona pace dei difensori dell’immigrazione. 

Fumo negli occhi

Barack Obama, primo Presidente afro-americano della storia USA,  è stato accolto da buona parte dell’opinione pubblica quale segno di positivo cambiamento per la politica interna ed estera degli Stati Uniti. Una buona dose di marketing fece il resto: presidente smart, senza cravatta per non apparire eccessivamente formale; orticello nel giardino della Casa Bianca curato dalla first lady Michelle affinché la famiglia presidenziale vivesse dei frutti della terra. Evviva il green, dunque, non fosse per le alte colonne di fumo nero che, fra il 2011 ed il 2015, si sono alzate dalla Libia e dalla Siria, paesi nei quali gli Stati Uniti di Obama sono intervenuti a gamba tesa. E mica soltanto con l’interferenza politica: fumo nero delle esplosioni di raid aerei contro quei regimi del socialismo arabo fumo, negli occhi, delle amministrazioni democratiche. Il tutto a scapito del Medio Oriente e dell’Europa: il primo destabilizzato e facile preda di fazioni radicali sostenute, anche, da alleati locali degli Stati Uniti; l’Europa con guerre alle porte e l’incremento del fenomeno migratorio. Già perché noi, a differenza  dei democratici, non abbiamo eretto muri. 

Putin, quel vecchio sovietico!

Parliamoci chiari: il passaggio da Elcin a Putin ha sconvolto l’Occidente. Se il primo infatti era più noto per le improvvisate ai meeting internazionali (sbronzo di vodka ed incline alla clownerie) che non quale risolutore dei problemi interni del suo paese, il secondo ha riportato la Russia ad essere una nazione un po’ più rispettata sullo scacchiere internazionale. E non si sbronza per far ridere Clinton, Obama o Biden anzi rafforza il legame storico fra Mosca ed i suoi alleati, conducendo in parallelo una lenta ma progressiva penetrazione politico-economica in Africa ed in Asia centrale. Inoltre c’è quel suo passato da ex KGB che in Occidente si ama tirare fuori dal cilindro ad ogni tensione diplomatica. Certamente è difficile associare Putin al concetto di democrazia che abbiamo in Europa occidentale eppure, in una nazione che non ha mai conosciuto la democrazia nella sua storia, quella forma di stato sembra al momento essere l’unica capace di garantire stabilità al paese. 

Si vis “consensum”, para bellum

Perdonino i latinisti questa storpiatura del ben più celebre si vis pacem para bellum, ma stavolta in gioco non c’è la pace semmai i consensi, calanti, dell’amministrazione Biden (e dell’amministrazione Johnson). Nel 2011, quando Obama diede il sostegno USA alle Primavere arabe, anche i suoi consensi erano in calo. E spostare l’attenzione dell’opinione pubbliche dalle beghe interne al nemico oltre Oceano è una strategia rodata. 

Quanto all’Ucraina la Russia non avrebbe motivo alcuno di combattere una guerra europea. Sta penetrando in Afghanistan (che non ha mai perso di vista neanche dopo il ritiro dell’89) ed in Mali, evidenziando così come la sua politica estera sia più incisiva di quella degli occidentali.

Il riconoscimento delle Repubbliche separatiste, invece, è un’abile mossa per bloccare l’Ucraina: la situazione di instabilità che si è creata impedirà, al momento, a Kiev di muoversi in direzione della NATO, almeno non prima di aver risolto un contenzioso sul quale si gioca la partita fra diplomazia e aperto conflitto.

Per l’evolversi della situazione staremo a vedere…

 

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(Immagine di sfondo: Joe Biden, 46° Presidente USA. Fonte: qui)

 

Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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