Il primo sommergibile nucleare italiano? L’idea ci fu, ma non piacque a Washington

Si chiamava Guglielmo Marconi e avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni dei suoi progettisti, il capo di un’omonima classe di sottomarini nucleari… italiani.

Il “Salvatore Todaro”, capo della Classe omonima, della Marina Militare italiana, appartenente ad una nuova generazione di sottomarini di produzione italiana e tedesca. (Fonte: Wiki)

Siamo alla fine degli Anni Cinquanta e l’Italia, nel piano di contenimento NATO del Patto di Varsavia, stava ricostruendo le sue forze armate. Nell’ambito del programma GUPPY (Greater Underwater Propulsion Power Program), Whashington aveva previsto la cessione, al nostro Paese, di alcuni battelli ex classi Balao e Gato che avevano servito con la US Navy nella Seconda Guerra Mondiale. Sommergibili come lo USS Lizardfish che entrò in servizio con la MM negli anni Sessanta col nome di “Evangelista Torricelli”.

Ma l’allora Ministro della Difesa Giulio Andreotti (in carica dal 1959 al 1966, nda) pareva non essere soddisfatto: per confrontarsi con le moderne armi sovietiche e tenuta conto della sua posizione geografica, l’Italia avrebbe avuto diritto ad un migliore equipaggiamento.

Ciò che avrebbe distinto il Guglielmo Marconi (ident. NATO S521) dagli altri battelli, sarebbe stata la capacità di lunga navigazione sottomarina. Infatti, il sommergibile convenzionale, a propulsione diesel-elettrica, può effettuare immersioni limitate, come ad esempio per scampare ad un attacco o per non farsi individuare da aerei nemici o da unità di superficie. Il sottomarino, al contrario, può permettersi immersioni piuttosto lunghe. L’americano Nautilus, varato nel 1954, il primo a propulsione atomica, fu in grado al suo viaggio inaugurale di passare sotto la calotta del Polo Nord, dimostrando l’incredibile progresso tecnologico dell’arma in termini di autonomia.

Italia, 1963. Il Ministro della Difesa Giulio Andreotti ed il Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. (Fonte: Wiki)

Nel suo L’Atomica Europea (Fazi Editore, 2004) Paolo Cace evidenzia come l’Italia, malgrado l’adesione al Trattato di non Proliferazione, fosse interessata ad uno sviluppo dell’uso dell’energia atomica nell’ambito della Difesa. Nel 1962 il CAMEN (Centro Applicazione Militare Energia Nucleare) e FIAT – Ansaldo erano pronte per lo sviluppo di nuove tecnologie, per le quali tuttavia occorreva l’aiuto USA.
E per avere il know how americano, indispensabile, il Ministro della Difesa Giulio Andreotti avrebbe fatto pressioni anche sull’amministrazione Kennedy.

Gli Stati Unitinon vollero però saperne. D’altronde, aiutare Roma a produrre un sottomarino d’attacco nucleare significava trasferire all’estero tecnologia nazionale. Gli USA dissero no e il Marconi rimase sulla carta. Anzi, diciamo rimase in cantiere, poiché a Taranto era stata realizzata solo una piccola sezione di scafo. Nel 1966 la MM ci riprova con la Enrico Fermi, nave appoggio anch’essa a propulsione nucleare (reattore ROSPO da 80 MW). Anche questa speranza si arena.

 

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(Immagine di sfondo: il Sommergibile “Leonardo Da Vinci” appartenente alla Classe “Marconi” della Regia Marina nella Seconda Guerra Mondiale. Fonte: Wiki)

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Marco Petrelli

Nato a Terni, una laurea in Storia e una in Storia e politica internazionale, è giornalista e fotoreporter. Si occupa di difesa, esteri e reportage... questi ultimi di solito caratterizzati da un bianco e nero ad alto contrasto. Collabora, fra gli altri, con BBC History, AeroJournal, Affari Internazionali. Amante del cielo, ha dedicato due titoli alla storia aeronautica.

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