Il ristoro dei combattenti nella Seconda guerra mondiale

 

Il “ristoro dei combattenti” costituì uno dei principali – e meno noti – problemi che tutti gli eserciti coinvolti nella seconda guerra mondiale dovettero affrontare e cercare in qualche modo di risolvere. Se tutto doveva essere fatto per offrire ai soldati il maggior comfort possibile onde mantenerne alto il morale e conservarne la migliore disposizione all’impegno militare, non si poteva certo trascurare di assicurare ai giovani combattenti una “compagnia femminile”. Non solo quindi uniformi adatte ai vari climi da affrontare, sistemi rapidi di comunicazione con le famiglie, alimentazione adeguata e abbondante, assistenza sanitaria efficiente ecc., ma anche la possibilità di soddisfare certe irrinunciabili esigenze “fisiologiche” nei bordelli all’uopo istituti e organizzati.   

Ci si rese presto conto che ignorare il fenomeno, non solo non avrebbe risolto il problema, ma avrebbe anche prodotto ingenti danni sanitari, a causa del proliferare delle malattie veneree. I comandi militari erano preoccupati soprattutto per la sifilide, la piaga sessuale dell’epoca, suscettibile di mettere fuori combattimento (è il caso di dirlo) migliaia di soldati per settimane, per mesi o addirittura, nei casi più gravi, per sempre, con urgente rientro in patria. Quindi che si trattasse delle case di ristoro giapponesi o dei siti di ricreazione americani o dei bordelli militari di campagna francesi o dei centri di benessere tedeschi, tutti gli eserciti si rassegnarono, pur cercando di occultare quella loro inconsueta e non troppo dignitosa attività, a gestire in proprio le case chiuse, controllandole sul piano sanitario e della sicurezza.

Gli americani furono presto confrontati al problema nelle isole Hawaii, dove la sproporzione che si venne a creare tra il numero dei soldati presenti e la popolazione locale, provocò qualche sfasamento di ordine pubblico. Qualsiasi giovane donna, nubile o sposata che fosse, divenne un potenziale bersaglio dei marines in libera uscita nel fine settimana. Così molti padri di famiglia e mariti, protestarono e chiesero a gran voce al comando militare seri provvedimenti per evitare la forte pressione cui erano sottoposte le loro figlie o le loro consorti. 

D’altro canto le prostitute locali erano poco numerose e in genere affette da infezioni veneree. Di conseguenza l’esercito prese in mano la situazione, incaricandosi della selezione e del controllo sanitario delle giovani donne che si dedicavano al mestiere più antico del mondo. Proveniente dai quartieri poveri di San Francisco, arrivò alle Hawaii un piccolo esercito di prostitute bianche. Circa 250.000 soldati frequentarono i postriboli “ufficiali”, pagando tre dollari per ciascun servizio. 

Anche in Europa i comandi militari cercarono di gestire in qualche modo la poco decorosa attività, consegnando a ciascun militare quattro preservativi al mese. Quantità peraltro considerata del tutto insufficiente dagli ufficiali medici. Durante la marcia di liberazione dell’Italia, la maggioranza dei soldati americani ebbe relazioni sessuali con donne locali e meno della metà prese delle precauzioni. 

Nel Sud il fenomeno assunse dimensioni preoccupanti. Le privazioni di ogni tipo, la fame “nera” di cui soffriva la popolazione, spingevano le ragazze a offrirsi ai soldati alleati pur di ricevere in cambio qualche riserva alimentare o genere di conforto. Secondo statistiche americane, su 150.000 donne che abitavano a Napoli, 40.000 si dedicavano alla prostituzione. Erano attivi “casini” e case chiuse di tutti i tipi e per tutte le borse. A volte la “casa” era solo un grande salone dove i rapporti si consumavano senza alcun tipo d’intimità. Ma la prostituzione si praticava anche per le strade, dove non era raro vedere ragazzini proporre ai militari alleati la “virtù” delle loro sorelle per un bon pasto e qualche tavoletta di cioccolata (ambiente magistralmente descritto da Curzio Malaparte nel suo celebre romanzo “La Pelle”). Situazione non controllata che provocò una violenta ed estesa epidemia di gonorrea, popolarmente chiamata “ scolo”.

Le autorità militari naturalmente reagirono con una vasta campagna di sensibilizzazione, enfatizzando i pericoli per la salute che derivavano rapporti non protetti, ma con scarsi risultati. La stessa situazione si riprodusse nella Germania occupata, dove pure si sviluppò un’epidemia di malattie sessualmente trasmissibili.

Con una certa ipocrisia tipicamente british, il Regno Unito cercò invece, in un primo momento, di ignorare la questione. Pur ammettendo che i soldati avessero bisogno di una qualche valvola di sfogo sessuale, la politica delle forze armate in materia fu di dissuadere le reclute dall’avere rapporti. “Niente sesso, siamo inglesi” insomma, come recitava il titolo di una famosa commedia… Semplice, diretto, ma terribilmente inefficace! 

Così anche i comandi militari inglesi si rassegnarono infine a mettere a disposizione delle loro truppe bordelli sottoposti a periodici e stretti controlli igienico-sanitari. Misura che naturalmente non piacque ai cappellani militari, i quali fecero forti pressioni perché quei particolari stabilimenti fossero disattivati.

Anche in India arrivò l’ondata moralista che si era sviluppata in Gran Bretagna e i bordelli militari furono gradualmente chiusi. Con la scontata conseguenza di obbligare le prostitute a “esercitare” per strada o in stabilimenti illegali, non sottoposti ad alcun controllo.

L’esercito tedesco, dal canto suo, si mostrò fin dall’inizio del conflitto molto più risoluto e convinto della necessità di “regolamentare” le esigenze sessuali dei militari, per proteggerne la salute e salvaguardarne la predisposizione al combattimento.  

La Wehrmacht stabilì così una serie di precise regole per il controllo della prostituzione. 

I bordelli dovevano essere di due tipi: quello “di guarnigione”, vicini cioè alle città e destinati ai soldati presenti nelle caserme e quelli “di campagna”, situati immediatamente dietro la linea del fronte, per agevolare i combattenti nei loro brevi periodi di riposo. 

Le ragazze assegnate erano “professioniste” reclutate in Germania e nei paesi occupati o detenute che preferivano dedicarsi a quel mestiere piuttosto che soccombere ai lavori forzati in un campo di concentramento o anche prigioniere di guerra provenienti soprattutto dalle repubbliche sovietiche occupate. 

Nella loro teutonica precisione le autorità regolarono fin nei minimi dettagli il funzionamento del meretricio militare. 

Intanto il “candidato” era sottoposto a una vista medica per verificare il suo stato di salute e per consegnargli un lasciapassare firmato e datato, dove figurava il nome della “casa” e uno spazio in bianco dove la prostituta interessata doveva apporre la propria firma e il proprio numero di matricola. Il cliente riceveva quindi un preservativo e una lattina di disinfettante e passava poi a fare la fila, secondo l’ordine di arrivo.

Un sistema per così dire blindato, che dette ottimi risultati. Se s’individuava un caso di sifilide o blenorragia, era relativamente facile risalire alla prostituta malata e individuare i soldati possibilmente contagiati. 

Gli ufficiali, noblesse oblige, non potevano frequentare gli stessi bordelli della truppa! Per loro venivano specialmente attrezzati degli alberghi dove, in quadro di riferimento meno squallido, vi si incontravano ragazze più giovani e vi era anche la possibilità di consumare pasti e bere alcolici. Una rete composta di 500 stabilimenti, che funzionarono a pieno ritmo fino all’arrivo delle truppe alleate in Francia. 

Nella loro inumanità i nazisti non indietreggiarono di fronte all’idea di istituire bordelli ufficiali nei campi di concentramento per “aumentare la produttività degli internati”. Nacquero così, a partire del 1942, i cosiddetti Sonderbauten (edifici speciali), baracche del sesso annesse a vari campi di sterminio.  Le donne costrette alla prostituzione, venivano selezionate principalmente nel Lager femminile di Ravesnbrück, dovevano essere al disotto dei 25 anni e provenivano in genere dalla Germania, Polonia e Ucraina. Rigorosamente escluse le ragazze ebree (discriminazione in questo caso felice…), considerate dai nazisti di una razza talmente inferiore da non poter essere utilizzata nemmeno nei postriboli. 

Ma chi poteva frequentare simili orribili stabilimenti di piacere annessi ai campi della morte?  Non gli ebrei ovviamente, né i prigionieri di guerra sovietici, né gli internati semplici. I clienti potenziali erano i cosiddetti “detenuti-funzionari”, coloro cioè che svolgevano compiti di sorveglianza e avevano il compito di far lavorare i prigionieri, come i “decani” o i “kapò”. Una sorta di premio insomma alla loro sordida attività. Come di  consueto nei postriboli nazisti, il regolamento era particolarmente rigoroso. I prigionieri interessati dovevano fare domanda, sottoporsi a visita medica e rimanere in attesa di essere chiamati.  Il rapporto non doveva durare più di 15 minuti, una sola posizione – chissà perché – era autorizzata, vietati i preservativi. Malgrado l’assenza di precauzioni, le gravidanze furono poche (sempre peraltro seguite da aborto) perché le ragazze venivano sterilizzate all’arrivo al campo o le terribili privazioni di cui avevano sofferto in precedenza le rendevano incapaci di procreare.   

Benché la prostituzione si basi sempre sullo sfruttamento fisico della donna, nei paesi occidentali le varie disposizioni previste miravano comunque a evitare maltrattamenti e violenze e le interessate avevano sempre la possibilità di rinunciare alla “carriera”.

Nell’ambito dell’esercito giapponese, invece, essa assunse le caratteristiche di una vera e propria schiavitù sessuale, dove non esisteva alcuna possibile opzione di libertà. E dove le ragazze erano sottoposte a una sorta di stupro di massa. Durante la Seconda guerra mondiale l’esercito nipponico reclutava prioritariamente le prostitute dalle classi più umili della loro colonia di sfruttamento, la Corea, sia ingannandole con mirabolanti quanto false promesse di guadagno sia costringendole con atti di forza, tramite veri e propri rapimenti o con ricatti alle inermi famiglie. Ragazze insomma che, con le buone o le cattive, venivano trasformate in pochi giorni da vergini ingenue in “donne di conforto” per la soldataglia giapponese! 

In pratica schiavizzate, considerate di razza inferiore, erano costrette a lavorare senza interruzione dalla mattina alla sera, con due soli giorni di riposo in occasione delle mestruazioni, ricevendo più di 70 uomini al giorno!  Una mostruosità morale, una tortura fisica. Poche di loro sopravvissero alla guerra, stroncate da gravi malattie veneree o dalle violenze cui erano costantemente sottoposte. 

Il trattamento riservato alle giovani donne coreane dai giapponesi, sollevò un insanabile contrasto trai i due paesi. Una ferita dolorosissima aperta tra la colonia Corea e la madre patria Giappone, mai forse completamente rimarginata. Se la Corea del Sud, alla luce dei nuovi rapporti stabiliti col Giappone democratico, ha cercato in qualche modo di dimenticare, collocando l’episodio in una prospettiva storica del Giappone Imperiale, nella Corea del Nord lo sfruttamento sessuale delle coreane è tuttora un tema sofferto e delicatissimo da sollevare, che tocca nel profondo la sensibilità dei nordcoreani, permanendo sentimenti di risentimento e di astio nei  confronti dei nipponici conquistatori.

Una tristissima storia rimasta occulta per decenni, anche perché le stesse vittime preferivano mantenere, per comprensibili ragioni, il silenzio. 

Fu quindi solo agli inizi degli anni novanta, che vari gruppi di difesa dei diritti umani avviarono studi e investigazioni per rendere pubbliche le atroci sofferenze subite da quelle sfortunate donne.

Davanti all’evidenza, il governo giapponese non poté non riconoscere i fatti, impegnandosi a indennizzare le vittime o le loro famiglie. Ma poi non se ne fece più niente. Le autorità nipponiche democratiche continuarono a mostrarsi piuttosto reticenti ad assumere la responsabilità economica del Giappone imperiale. Insomma nessuna delle 200.000 donne costrette a prostituirsi nei bordelli militari ricevette mai alcuna forma d’indennizzo.

 

 

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(Fonte immagine di sfondo: Foto di Mike da Pixabay)

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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