Petrov, “the man who saved the world”

Stanislav Petrov “The Man who saved the World”

Se a volte alcune grandi catastrofi sono da addebitare all’errore dell’uomo che non ha saputo interpretare i dati e i segnali della tecnica, altre volte, invece, avviene proprio il contrario: è l’intuito umano a “correggere” in qualche modo gli errori della tecnica!

Come avvenne 39 anni fa in Unione Sovietica, in pieno clima di guerra fredda tra le due superpotenze dell’epoca. 

Siamo nella notte tra il 25 e il 26 settembre 1983.

Base di allerta strategica di Serpukhov-15, situata nei pressi del villaggio di Kurivolo, a un centinaio di chilometri a sud di Mosca.

Si tratta di un bunker segretissimo che ha il compito di raccogliere e interpretare tutte le informazioni in provenienza dai satelliti militari sovietici (Cosmos 1382), incaricati di intercettare qualunque segnale collegato a un possibile lancio di missili intercontinentali da parte degli Stati Uniti.

Missione di vitale importanza nella strategia della deterrenza e dell’equilibrio del terrore: avere cioè la possibilità di rispondere tempestivamente a un attacco nemico.

Se provi ad attaccarmi, io sono in grado di  distruggerti. Ma ovviamente tutto si basa sulla capacità di controllare le mosse dell’avversario per potere rispondere in tempo utile, prima cioè che questi acquisisca un vantaggio definitivo.

Tutto ciò in un quadro di decisioni da prendere in tempi rapidissimi, in un tipo di conflitto totalmente diverso da quelli che abbiamo finora conosciuti. Se la Seconda guerra mondiale, in effetti, durò 6 anni, la Prima guerra nucleare non durerebbe verosimilmente più di qualche giorno…  

I rapporti USA/URSS nel settembre 1983 erano abbastanza tesi.

Tre settimane prima la contraerea sovietica aveva abbattuto un aereo sud-coreano che si era addentrato nello spazio aereo di Mosca.

Tra le 269 vittime c’era stato anche il senatore americano Larry McDonald.

La Nato aveva risposto con una robusta esercitazione militare per dimostrare tutta la compattezza e la determinazione dell’Alleanza. Reagan definiva l’Unione Sovietica l’impero del male, mentre Andropov si mostrava sempre più ossessionato dall’idea di  un attacco a sorpresa da parte di Washington, consapevole che in un’ipotetica guerra nucleare assume un evidente vantaggio chi scaglia il primo colpo, “the first stike”.

Insomma c’era certamente molta tensione tra le due capitali, tuttavia non si respirava un preciso clima di “vigilia” di qualche scontro maggiore. 

Nel bunker di Serpukhov di conseguenza si lavora con la consueta vigile attenzione, ma senza che nessuno si aspetti di trovarsi da un momento all’altro confrontato a una situazione critica, di assoluta emergenza.

Ufficiale di turno nel bunker, in quella fatidica notte, è il tenente colonnello della Difesa aerea  Stanislav Petrov.

A lui spetta il compito di verificare in tempo reale – attraverso il sistema informatico recentemente acquisito Krokus – i dati forniti dai satelliti e prevenire immediatamente lo Stato Maggiore e i vertici politici di eventuali imminenti pericoli per l’URSS.

Fino alla mezzanotte tutto è sembrato tranquillo. Ma pochi minuti dopo, sullo schermo principale del dispositivo suona un allarme, si accende e lampeggia una luce rossa.

Petrov verifica all’istante. Non crede ai suoi occhi! L’allarme certifica il lancio di un missile intercontinentale Minuteman ICBM con carico atomico, partito da una base americana!

Non ha nemmeno il tempo di mettere a fuoco le proprie idee su quanto stia realmente succedendo che un secondo allarme suona, una seconda luce rossa si accende e lampeggia: un altro missile è partito….

E poi un terzo, un quarto e un quinto!  Cosa sta succedendo. E’ il temuto“first strike”? E’ l’inizio della guerra termonucleare? Il sistema in ogni caso certifica che il grado di certezza dell’informazione è al massimo livello. 

Si vivono nel Centro momenti particolarmente drammatici, quasi di panico. Il personale è terrorizzato e fa pressione sul Petrov.

Secondo le procedure non deve troppo riflettere, non deve esitare e deve immediatamente avvertire i suoi superiori su ciò che i satelliti hanno segnalato.

Ma avvertirli di che cosa, si chiede dentro di sé Petrov, sconvolto dall’evento cui sta assistendo? Se conferma che è in atto un attacco nucleare, nessuno potrà più controllare in seguito il succedersi quasi automatico delle decisioni nella catena di comando.

Chi si prenderebbe mai, in effetti, la responsabilità di bloccare la risposta a un attacco nucleare già iniziato? Una risposta che per forza di cose sarà terrificante, dagli effetti imprevedibili.

Come dirà anni più tardi lo stesso Petrov “…se avessi dato l’indicazione di attaccare, i nostri missili sarebbero stati posti in posizione di tiro. Le bombe che si sono abbattute su Hiroshima e Nagasaki sarebbero apparse dei giocattoli in confronto alle 11.000 testate nucleari dispiegate in quegli anni. Bastava insomma che io appoggiassi un dito su alcuni tasti della consolle di comando, e il pianeta si sarebbe autodistrutto”.

C’è qualcosa dentro di sé che, sia pure confusamente, lo spinge a dubitare. E se si trattasse di un errore tecnico, di una defaillance del sistema? Come escluderlo a priori?

Il fatto è che non c’è abbastanza tempo per fare tutti i controlli.

E tocca solo a lui decidere: informare che è in atto un attacco nucleare (con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate) ovvero comunicare che si tratta solo di un errore tecnico (assumendosi una terribile responsabilità di fronte al paese)?

In quel momento per Petrov le chance del destino sono alla pari: il 50% che è in corso un attacco (plausibile) e il 50% che il satellite si sbaglia (possibile). 

Facendo prova di un sorprendente sangue freddo e stupefacente lucidità di giudizio, Petrov decide di seguire il suo profondo istinto convinto che qualcosa non quadra nell’ipotesi dell’attacco…

Innanzitutto il numero dei missili: perché cinque?

Insomma troppo pochi per un attacco massiccio e troppi per un attacco singolo. Allora – contravvenendo al regolamento – consulta gli operatori dei radar di terra della Difesa in altre basi di allerta (che operano con un altro sistema informatico), i quali rispondono di non aver notato nulla di anomalo.

Questo lo conforta un po’. Ma il loro parere è solo di “appoggio”, “secondario” rispetto al trattamento dei dati satellitari fatto nel Centro.  

Intanto tra gli addetti cresce l’agitazione. Di quanto tempo si dispone prima di avvisare la gerarchia politica e militare?

Nessuno lo sa. Il regolamento non lo dice. Comunque una cosa è certa: Petrov non può più procrastinare di informare i suoi superiori.

La fortuna per il mondo sarà che Petrov,di formazione civile, è anche un esperto analista.

Insomma non è un semplice militare addetto alla sorveglianza. E’ meno legato dei colleghi di formazione esclusivamente militare a rigidi schemi di comportamento. Insomma alla fine decide di seguire il suo istinto.

E il suo istinto gli ripete che mai gli USA avrebbero iniziato un attacco nucleare all’URSS con soli 5 missili. Ci sono poi i radar di terra che, dal canto loro, non gli hanno segnalato nulla di anomalo 

Finalmente telefona ai suoi superiori diretti e li informa dell’anomalia constatata nel sistema. Nessun allarme però, solo un errore tecnico. 

Comincia per Petrov un’attesa angosciante, stressante, spasmodica: se si è sbagliato, dopo 20 minuti l’URSS sarebbe stata colpita dai missili americani, ma se ha avuto ragione, potrà dire di aver salvato il mondo dalla guerra nucleare, scoppiata sua pure per “sbaglio”. 

Con un profondo sospiro di sollievo e un immenso senso di felicità, dopo più di 30 minuti dalla telefonata, Petrov accerta che non ci sono state esplosioni, nessun missile americano ha toccato il suolo sovietico.

Ha visto giusto! Si saprà più tardi che probabilmente i falsi allarmi erano dovuti a un raro fenomeno di rifrazione della luce su nubi ad alta quota e al fatto che il nuovo “cervellone” Krokus – vanto dell’Unione Sovietica – non era ancora perfettamente a punto….

Naturalmente l’URSS terrà segreto l’incidente perché se Petrov aveva agito con incredibile giudizio, il sistema invece aveva dimostrato tutta la sua inaffidabilità in un settore vitale per la difesa del paese. 

Nulla si doveva sapere dell’infortunio fino a quando almeno non sarebbero state prese tutte le misure per evitare il ripetersi di situazioni simili. 

Lo stesso Petrov, terribilmente provato sul piano psicologico da quella decisione fatale, sarà messo gradualmente in disparte fino al pensionamento anticipato.

Così solo quindici anni dopo si verrà a sapere quanto era accaduto nella notte tra il 25 e 26 settembre 1983 nel bunker di Sepurkhof-15, quando il mondo aveva rischiato la catastrofe nucleare. Modesto come i veri eroi, Petrov dirà spesso di sé:

“Sono molto imbarazzato quando qualificano il mio gesto di eroico. …Non sono un eroe… Non sapevo se la mia decisione era o no quella buona. …Alla fine ho avuto ragione ..Ero solamente nel luogo giusto al momento giusto”. 

Ma, aggiungiamo noi, era anche la persona giusta!

Le Nazioni Unite non esiteranno a considerarlo un vero eroe della pace e nel 2006 gli consegneranno solennemente un trofeo con l’iscrizione, semplice e grandiosa allo stesso tempo, “The man who saved the world (l’uomo che salvò il mondo)”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(Immagine di sfondo, fonte: qui)

Domenico Vecchioni

Domenico Vecchioni. Già Ambasciatore d'Italia, saggista e storico. Ha al suo attivo numerose biografie storico-politiche (tra cui "Evita Peron" e "Raul Castro") e studi sulla storia dello Spionaggio (tra cui "Storia degli agenti segreti. Dallo Spionaggio all'Intelligence" e "le 10 spie donna che hanno fatto la Storia").

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