Rivolta contro il potere: quando i romani linciarono l’imperatore

Il 31 maggio dell’anno 455 la popolazione della città di Roma si trovava in stato febbrile: solo alcuni giorni prima, Genserico, re dei Vandali, era salpato dal nord Africa insieme a migliaia di soldati. Considerate le esigue possibilità di resistere a un attacco vandalo, molti dei cittadini più abbienti avevano già lasciato l’Urbe. Anche l’Imperatore Petronio Massimo, temendo per la propria vita, si preparava a fare altrettanto.

Quasi sessantenne, Petronio Massimo sedeva sul trono imperiale da soli due mesi e mezzo. Le sue origini sono ignote ma, da giovane, aveva occupato una serie di importanti posizioni politiche. Di sicuro era un uomo in possesso di considerevoli fortune e di ottime conoscenze. Quello stesso anno, aveva probabilmente avuto un ruolo di rilievo nell’organizzare il colpo di Stato contro l’imperatore precedente, Valentiniano III (il cui regno aveva avuto inizio nel 425), assassinato da due veterani militari.

Tuttavia, dopo soli 77 giorni, la fortuna di Petronio Massimo ebbe bruscamente termine. Secondo gli storici, il tentativo di fuga di Massimo andò a monte quasi subito: abbandonato dai propri ufficiali e dalle guardie del corpo, l’imperatore attraversò da solo i cancelli della città e fu avvicinato da una massa di gente inferocita.

Una fonte dell’epoca sostiene che fu ucciso da una sassaiola mentre, secondo un’altra ricostruzione, il colpo finale fu inferto da un soldato soprannominato Ursus (“orso”). Il corpo di Petronio Massimo fu quindi mutilato e gettato nel Tevere. Tre giorni più tardi, le truppe di Genserico arrivarono in città, saccheggiandola impunemente

Mario Sprea

Giornalista professionista, direttore di diverse testate settimanali e mensili, autore di numerosi libri di narrativa, studioso e ricercatore di Storia delle religioni, esperto di divulgazione storica, responsabile di numerose riviste di Storia.

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