Scandalo a corte: l’intrigo che screditò Maria Antonietta

Il 31 maggio del 1786 la Francia accolse sbigottita la notizia di una sentenza clamorosa. Louis-RenéÉdouard, cardinale di Rohan, era stato assolto dal Parlamento di Parigi dall’accusa, tra le altre, di frode ai danni della Corona. Il prelato era stato vittima di un raggiro epocale e con lui era caduta in trappola anche Maria Antonietta, regina di Francia. Lo “scandalo della collana” aveva tenuto l’intero Paese col fiato sospeso per oltre un anno. Tutto era cominciato nel 1774 quando due gioiellieri parigini, Bohmer e Bassenge, si erano recati a Versailles per mostrare alla sovrana, appena salita al trono col consorte Luigi XVI, un preziosissimo collier tempestato di diamanti e pietre preziose.

Nelle intenzioni iniziali, avrebbero voluto offrire il monile a Madame Du Barry, ultima favorita del re Luigi XV; il re, però, era morto di vaiolo il 10 maggio e la contessa era stata allontanata in malo modo dalla corte. Ai gioiellieri restava ora da “piazzare” una collana dallo stratosferico valore di 1 milione e 600 mila livre, pari a circa 500 kg d’oro: quale miglior acquirente se non la chiacchieratissima Maria Antonietta, che si diceva spendesse una fortuna in abiti, parrucche e gioielli? Il re, del resto, era noto per essere un uomo debole e succube del fascino della moglie e si vociferava che assecondasse ogni suo capriccio. Nel 1778 Luigi XVI aveva accarezzato l’idea di regalare il gioiello alla regina, ma poi aveva cambiato idea; lo stesso era avvenuto tre anni dopo quando i gioiellieri si erano ripresentati a corte, confidando stavolta nell’onda emotiva generata dalla nascita del Delfino, Luigi Giuseppe.

Scandalo a corte: la nobile decaduta e il vescovo ingannato

Ma anche questa volta il gioiello rimase invenduto. Ormai sull’orlo della bancarotta, Bohmer e Bassenge si imbatterono
in una donna dal passato oscuro, tale Jeanne de Saint-Rémy, lontana discendente di Enrico II, ma appartenente a un ramo dei Valois caduto in disgrazia. La donna aveva sposato Nicholas de la Motte, membro della piccola nobiltà della Champagne che millantava il titolo di conte: i due pensarono di sfruttare la situazione a loro vantaggio e ordirono una truffa per impossessarsi del gioiello e rifarsi una vita all’estero. Uomo ambizioso era anche il cardinale di Rohan, ex ambasciatore a Vienna. Costui cercava da tempo di entrare nelle grazie della regina, ma lei lo detestava a causa di alcuni giudizi poco lusinghieri che aveva espresso su sua madre, l’imperatrice Maria Teresa. Jeanne de Saint-Rèmiy de Valois contattò Rohan e gli fece credere di conoscere bene la sovrana e di poter intercedere per lui e lo invitò a scriverle una missiva che lei stessa le avrebbe recapitato.

La risposta (naturalmente falsa) non si fece attendere: così tra i due nacque una focosa (ma finta) corrispondenza che comprese il versamento, da parte del cardinale, di cospicue somme di denaro, destinate nelle intenzioni a sostenere le opere di carità della regina, ma in realtà puntualmente intascate dalla spregiudicata Jeanne. La liaison sfociò in un appuntamento, organizzato dalla donna con la regia del marito, nel giardino di Versailles: in una notte di agosto del 1784 una prostituta, Nicole Leguay D’Oliva, travestita da Maria Antonietta, incontrò l’estasiato cardinale, che ormai completamente alla mercé della diabolica coppia accettò di fare da intermediario, per conto della regina, nell’acquisto della collana.

Scandalo a corte: il marito latitante e la prostituta innocente

Il 21 gennaio 1785 Jeanne annunciò ai gioiellieri l’affare, ma il suo piano era prendere il monile e fuggire col marito a Londra. Ai due orefici presentò un contratto sottoscritto con la firma falsa di Maria Antonietta (opera, come le lettere, di un certo Rétaux de Villette); fu poi il cardinale a consegnare il monile a La Motte il quale riparò in tutta fretta a Londra dove smembrò la collana e vendette i diamanti. La truffa venne alla luce quando Bohmer, per il pagamento, si rivolse direttamente alla sovrana che si proclamò all’oscuro di tutto. L’inchiesta che ne seguì portò all’arresto del cardinale, di Jeanne e degli altri complici. Il processo assolse Rohan e riconobbe Jeanne colpevole: fu flagellata, marchiata e rinchiusa alla Salpêtrière. La Motte fu condannato in contumacia, al carcere a vita, Villette venne bandito e Nicole, la prostituta, fu dichiarata innocente.

Scandalo a corte: la sovrana screditata verso la rivoluzione

Chi ne uscì peggio fu però la regina: nonostante fosse emerso che era stata vittima di un raggiro, la sua reputazione rimase macchiata per sempre. Molti si convinsero che Maria Antonietta avesse usato Jeanne per rovinare l’odiato Rohan; la contessa, del resto, accreditò questa versione e nelle memorie che scrisse a Londra dopo essere riuscita a fuggire di prigione (con la complicità della corte, si vociferò) accusò esplicitamente la sovrana. Certo è che le numerose ombre della vicenda, alcune delle quali ancora oggi presenti, contribuirono a screditare Maria Antonietta, ormai impopolare in una Francia economicamente prostrata e ormai avviata verso la rivoluzione.

Elena Percivaldi

Storica medievista, saggista e giornalista professionista, collabora con le principali riviste di alta divulgazione del settore storico: “Medioevo”, “BBC History” e “Storie di Guerre e Guerrieri”, “Conoscere la Storia”, “Civiltà Romana”. All'attività di relatrice in incontri, conferenze e convegni in tutta Italia affianca la curatela di mostre storico-archeologiche e di eventi storico-rievocativi. Fa parte di vari comitati scientifici e ha scritto una ventina di libri, alcuni dei quali tradotti anche all'estero.

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